La Parigi contemporanea vive distesa lungo un asse che attraversa la città palpitante di storia, che si protrae dall’île de la Cité, dal Louvre, dalla cattedrale di Notre Dame e dai vari edifici storici del centro, verso il recente quartiere d’affari de La Defense. Punto di riferimento di queste due anime della capitale francese sono due grandi archi, e se del secondo dalla modernissima allure vi parleremo a breve, oggi vi presentiamo il primo e più noto, l’Arche de Triomphe, che con la sua imponente mole, domina la Place Charles de Gaulle-Étoile con le sue dodici ramificazioni, al centro della quale è collocato, e la grande Avenue des Champs-Élysées che parte proprio ai suoi piedi per discendere in direzione di Place de la Concorde.
Un monumento impressionante, edificato alla gloria della Grande Armée a partire dal 1806, per volere di Napoleone I e su progetto dell’architetto Chalgrin, con altorilievi allegorici che ornano i piedistalli opera di tre noti artisti dell’epoca come Cortot, Rude e Etex. Creato per commemorare le vittorie imperiali e i numerosi caduti, l’arco misura 5O metri e offre un magnifico belvedere sulla città haussmaniana.
Dopo le ultime notizie sul Google Arts Project, sul quale vi avevamo aggiornato qualche mese fa, ecco che uno dei più noti attori del web contemporaneo ha compiuto un nuovo passo verso la democratizzazione dell’arte. Coloro che si sono collegati alle ore 20.00 mercoledì 6 marzo 2013, al link del canale Youtube del Google Art Project hanno potuto approfittarne per assistere alla prima lezione interattiva dell’iniziativa. Una specie di conferenza a più voci, costituita da diversi hangout interattivi che hanno messo a confronto opinioni e conoscenze di diversi esperti del settore, che si sono interrogati iniseme sul tema esposto in diretta streaming da Deborah Howes, Director of Digital Learning del MOMA, Museum of Modern Art di New York. Intorno all’interessante argomento delle strategie per insegnare l’arte online gli utenti hanno potuto scoprire curiosità e caratteristiche specifiche dell’apprendimento digitale, in un cappello introduttivo che apre una nuova stagione di condivisione di contenuti artistici.

A vederla ha l’aspetto di un grande cono cavo lungo 12 metri, adagiato orizzontalmente, che sembra letteralmente galleggiare nell’aria dello spazio dedicato alla Pearl Lam Galleries, partecipante, presso l’Olympia Grand Hall, fino a domenica 3 marzo 2013, all’edizione 2013 della London ArtFair, una delle più importanti manifestazioni fieristiche europee del settore. In realtà si chiama “Boat”, ed è opera dell’artista cinese ZHU Jinshi, un lavoro in bambù e cotone, che ha richiesto migliaia di fogli di carta di riso, e l’impegno di un’equipe di 14 persone, concentrate sul progetto per ben cinquanta giorni, per vedere la luce e diventare una delle attrazioni-faro dell’evento fieristico.
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Per molti secoli l’arte ha girato attorno a un edificio, la chiesa. I più meritevoli pittori locali venivano chiamati ad impreziosire con le loro pale, le loro miniature e le loro tele, gli ambienti di questo luogo di preghiera e magari i cicli di affreschi più importanti erano affidati ad artisti più meritevoli provenienti da tutta Italia.
Ed oggi? L’arte contemporanea è tenuta a debita distanza ed al limite sono le chiese sconsacrate a divenire “location” per eventi. Per fortuna però esistono delle eccezioni a questa regola, come il lavoro di Eron presso la Chiesa di San Martino in Riparotta a Rimini. Piccoli segnali di un cambiamento di mentalità ad oggi appena cominciato, per cui un muralista o un graffitaro non sono percepiti unicamente come dei vandali o dei rivoltosi, ma come delle persone capaci di portare e ricreare il bello.
Ci fa piacere così segnalarvi che un graffiti artist come lo spagnolo Raul Sanchez Araque, aka House, abbia aggiunto al suo portfolio fatto di pareti e treni anche la cupola di una chiesa. Raul si è visto contattare qualche tempo fa da Padre Ramon Borr, il sacerdote della chiesa di Santa Eulalia a Hospitalet, in Catalogna.
C’era una volta un autoritratto, morbido e sformato come i celebri orologi del suo autore, padre della dilatazione del tempo e dei canoni dell’arte del XX° secolo. Un volto deformato, plasticamente fuso e quasi sciolto come una maschera di cera vicina ad una nefasta fonte di calore che ne modifica inevitabilmente i tratti rendendoli simili alle fattezze inquietanti di un mostro solo leggermente antropomorfo, che dell’umanità conserva un alone tanto pallido quanto ulteriormente oscuro. Tra rifiuti e “costanti tragiche”, il maestro si lascia andare ad un gioco di nonsense costringendo il giornalista ad intervistarlo giocando sullo stesso limitare delle forme tradizionali. Nel documentario di Jean-Christophe Averty (France, 1966), rediffuso ieri sera, 27 febbraio 2013 alle 23.45 su Paris Première sono condensate un buon numero di stranezze del celebre artista catalano.
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Sono oltre 200 le fotografie protagoniste di White Women, Sleepless Nights, Big Nudes, una mostra che porta Helmut Newton a Palazzo delle Esposizioni di Roma da mercoledì 6 marzo dopo le tappe iniziali in America (Museum of Fine Arts di Houston) e Germania (Museum für Fotografie di Berlino).
Scatti originariamente comparsi nei primi volumi del fotografo, dal libro White Women (1976), che vede un Newton cinquantenne alle prese con il suo primo volume monografico che otterrà il prestigioso Kodak Photobook Award, passando per Sleepless Nights (1978), che raccoglie servizi realizzati per riviste di moda e finisce per costruire ritratti che diventano reportage da scene del crimine, fino a Big Nudes (1981), la consacrazione della gigantografia.
In Olanda durante la primavera, tra marzo e maggio, i campi si colorano insieme ai tulipani, dando luogo ad un paesaggio fantastico. L’ha catturato un fotografo francese che sta in Belgio e che si fa conoscere con il nickname di bruxelles5. Con un un piccolo aereo a elica ha volato sopra ai campi nel territorio del comune di Anna Paulowna nel North Holland.
Durante il volo bruxelles5 è riuscito a sorprendere le incredibili geometrie disegnate dai contadini. Ciascun pezzo di terreno viene curato dal suo proprietario, ma visti nel complesso questi orti di tulipani detrminano composizioni assolutamante casuali.
Un mare di colori attraverso cui planare, un universo familiare, quello dell’agricoltura, che a tratti appare anche diverso, alieno.
Bruxelles8 - Campi di tulipano presso Anna Paulowna
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Mi hanno sempre affascinato gli artisti che rappresentano gli animali con ‘rigore scientifico’, impegnati a creare strumenti a supporto dell’attività tassonomica dei musei di scienza naturale. Così qualche settimana fa vi avevo parlato di James Prosek, che, con un po’ di azzardo, avevo definito l’erede di Audubon.
Oggi però rimaniamo in Italia, al Museo di Zoologia di Roma da alcuni giorni è aperta Paginae Naturalis – Ritratti reali di Animali fantastici, una mostra di Hitnes. L’artista romano opera sin dalla seconda metà degli anni novanta nel mondo del writing ed è conosciuto per i suoi murales in giro per il mondo (ma anche come illustratore). L’approccio di Hitnes alla materia non ha pretese scientifiche, lui semplicemente percorre e rivisita la collezione degli animali conservati al Museo di Zoologia di Roma traendo ispirazione per i suoi lavori. Quindi aggiunge o toglie particolari, arricchisce le trame dei colori, magari non rispetta le proporzioni. I suoi sono animali fantastici ispirati ad animali reali ed in questo risiede la loro forza espressiva.
\’Paginae Naturalis\’ - Hitnes - Museo di Zoologia di Roma (fino al 7 aprile)
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BUKRUK - Street Art Festival in Bangkok from BUKRUK FESTIVAL on Vimeo.
Si è aperta lo scorso 16 febbraio la prima edizione di Bukruk – Thai/Europe Connection, un festival dedicato alla street art e all’arte urbana che si svolge a Bangkok. Gli artisti invitati sono locals (11) ed europei (16) e, alla maniera americana del block party, la festa è animata da parkour, dj, musica dal vivo e balli per strada, mobilitando tutti gli abitanti del quartiere.
A fianco delle opere che verranno realizzate per strada (1.000 metri quadrati di muri a disposizione), quest’anno l’evento include anche una sezione indoor grazie alla collaborazione con il BACC (Bangkok Art and Culture Center).
I locali non hanno nulla da invidiare ai forestieri. Nei primi c’è Patcharapol Tangruen, meglio conosciuto come Alex Face, che dà il benvenuto a tutti: “C’è un sacco di spazio vuoto a Bangkok - edifici abbandonati, pareti vuote, mura rovinate… credo sia un buon posto per dipingere“, ma anche la straordinaria Yuree Kensaku, artista giappo-tailandese il cui stile grezzo e primitivo richiama molti aspetti della mitologia e dell’iconografia tailandese o i patchwork grafici di Rukkit.
Bukruk – Thai/Europe Connection
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Come sapete su queste pagine mi soffermo spesso a parlare di cosa bolle in pentola in America del Sud a livello di street art. Oggi torniamo a Sao Paulo per conoscere il lavoro di L7M, che ha iniziato a dipingere nel 2006 insieme ai pixadores, all’età di 18 anni. Il suo stile mi è sembrato interessante perché è un po’ come trovarsi di fronte ad uno dei tanti anelli di congiunzione fra writing e street art. La scritta, la firma, cambia fino a diventare forma e a trasformarsi in figura. Non è un processo casuale o una mera riproposizione di uno stile già visto, ma l’abbattimento di certe categorie (quelle di graffiti o di murales ad esempio) in direzione di una piena libertà tecnica (L7M usa bonze, china, lattice, pastello e acrilico sui muri) ed espressiva.
Alla base della ricerca di L7M c’è una forte critica nei confronti della società dei consumi e dei media, che però non sfocia in rassegnazione, ma nella volontà di rappresentare la bellezza e la vitalità anche negli ambienti urbani più degradati.
Qui sotto in galleria potete trovare i pezzi che L7M ha realizzato negli ultimi mesi.
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