
Un po’ di giorni fa nella city sono apparsi nuovi stencil e subito si è fatto il nome di Banksy. Il primo a Kentish Town (vicino a Camden Town) raffigura una bambina con un lecca-lecca, che trascina il suo carretto caricato con un missile. Molti blog inglesi hanno dichiarato che si tratta del primo Banksy del 2012 e che nell’anno olimpico l’artista di Bristol sarà molto prolifico a Londra. C’è chi – come Mediabistro, sostiene che “possiede tutti i tratti dei suoi stencil irriverenti e una dichiarazione di stampo decisamente politico”.
Il pezzo non è stato riconosciuto e pubblicato sul sito di Banksy. Nella mia modesta opinione si tratta di un fake: non mi convincono i colori utilizzati e nemmeno la precisione nell’esecuzione. Neppure mi convince il ‘ratto che prende il sole‘ comparso a Hunstanton Norfolk, con la scritta Sunnin’ it. Lo stile grafico è decisamente diverso, e manca di tutto quel sapore, quello spessore ironico e pungente tipico di Banksy.
Hanksy, i lavori di Banksy rivisitati con il volto di Tom Hanks e l’aggiunta di qualche frasina per rimanere nel contesto comunicativo. Mi perdoneranno coloro che sono capitati su queste pagine con l’idea magari di incontrare street art di qualità. No, qui non si tratta di un emulo di Banksy, ma di una parodia e essenzialmente un’operazione di ricerca di visibilità.
Vi chiederete perché ve ne parlo allora. Mi interessa scoprire che impatto ha la street art sulla società e sui linguaggi contemporanei. Il lavoro di Banksy, un mix di stencil art e comunicazione guerrilla, mastica e fagocita, ricombina. Se vogliamo quello che mette in scena l’artista di Bristol, quel meccanismo di disvelamento dell’opera che fa uso dell’ironia e del cinismo come principali chiavi di accesso, era anche una prerogativa di DadA ormai oltre un secolo fa.
Non so come funzionasse allora per gli emuli dei dadaisti. Ma oggi per la street art possiamo vederne davvero di ogni tipo. Artisti ‘contemporanei’ che utilizzano Banksy per ottenere celebrità ce ne è a bizzeffe. Ma almeno poteva far ridere la parodia in chiave pulp all’italiana, Lino Banksy. Adesso Hanksy, che forse farebbe meglio a dedicarsi agli eco-graffiti. Questo ricalcare Banksy lo trovo abbastanza fine a se stesso, poca ironia e poca attitudine ’street’. Ma a giudicare dalle ricerche su internet, sembra che piaccia molto agli americani, proprio per la sua ilare frivolezza.
E’ già un po’ di tempo che su queste pagine non parliamo di tape art. Una tecnica relativamente nuova, sperimentata da singoli artisti dislocati in varie parti del mondo. Vi ricordate ad esempio dell’australiano Buff Diss o del tedesco El Bocho? L’arte che fa uso del nastro adesivo è molto spesso effimera e trova quindi nelle strade un luogo privilegiato d’espressione. La colla dello scotch è infatti molto sensibile agli agenti atmosferici e ciascun lavoro è destinato a mutare forma e scomparire.
Oggi voglio presentarvi Max Zorn, street artist di Amsterdam che utilizza lo scoth da pacchi per dare vita ai suoi lavori che applica ai lampioni in giro per la capitale olandese. Lui la chiama translucent tape art, lavora con il suo bisturi su più livelli di scotch, disposti l’uno sull’altro perpendicolarmente. Con questa tecnica emergono luci e ombre, lo spessore dei suoi ritratti prende forma. C’è La ragazza con il turbante di Jan Vermeer e un sacco di fotogrammi e citazioni provenienti dal mondo del cinema e dell’arte.
L’idea gli è venuta guardando un amico progettista di automobili, che per i suoi disegni utilizzava lo scotch. Si è così attrezzato con delle lastre di plexiglas e poi ha cominciato a scalare i lampioni. A questo link trovate ua mappa di tutti i suoi interventi.
Prosegue ancora il sondaggio di Populis e Università degli Studi di Roma 3 sui nostri magazine. Qualunque parte della galassia Blogo seguiate, qualunque angolo del network amiate leggere o commentare questa è una possibilità in più per interagire con la redazione e far sentire la vostra voce, quella della community.
Per accedere ai sondaggi andate su questa pagina. Non deludeteci, votate ora!
Che fine ha fatto Invader? L’artista francese continua a godere di una popolarità crescente in tutto il mondo, rinforzata dalla diffusione del film di Banksy che lo vede fra i protagonisti. A fine novembre Invader era in America e ha lasciato il suo inconfondibile segno su negozi, edifici e segnali stradali a Elk Grove, in California. I suoi interventi sono stati subito notati in tutta la città e segnalati da FOX40 News, quindi sembra essergli andata decisamente meglio rispetto allo scorso aprile, quando era stato fermato dalla polizia per le strade di Los Angeles.
Ma Invader fa sempre parlare di sé anche in Europa, con un’inaugurazione a Londra, presso la Galleria Outsiders, che presenta un alieno in formato ‘waffle’ sottovuoto. La mostra sarà visitabile fino al 24 dicembre e, come potete vedere dalle foto in galleria, l’artista si è sbizzarrito nell’allestimento. Nel frattempo, in diversi siti intorno a Brixton e a Rathbone Street (Fitzrovia) sono comparse nuove preziosissime creazioni dell’artista, il cui valore sul mercato può raggiungere 35/40.000 euro al pezzo.
Complice la crisi economica, si susseguono così i casi di furto dei mosaici di Invader in tutta Europa. Quello di Brixton Road, un alieno arancione che campeggiava lì da un po’ di tempo, è scomparso, mentre un altro apparso nei pressi di un ristorante in Coldharbour Lane è durato soltanto poche ore.
Non so se avete mai avuto occasione di toccare con mano uno dei mosaici di Invader per strada. Vi posso assicurare che sono ben piantati alle pareti, e chi ha la sciagurata idea di rubarli, deve asportare un bel pezzo di muro.

Si è recentemente conclusa la prima edizione di un progetto emozionante che ha visto protagnisti cinque gruppi di giovani talenti delle new media art, in un percorso a cavallo fra formazione, produzione ed esposizioni.
Si tratta di MELTINGPOT, il Cantiere Creativo della Fondazione D’Ars. A raccontarcelo in questa bellissima intervista sono due delle quattro curatrici del procetto: Cristina Trivellin e Martina Coletti. Le abbiamo conosciute qualche anno impegnate nell’avventura di Milano in Digitale, esperienza unica nel suo genere in Italia quale festival di arte digitale interamente dedicato ai giovani sotto i 35 anni. Cristina e Martina hanno trasformato la conclusione di quel percorso in un’opportunità per inventare un nuovo format: nasce così un progetto che dall’idea di festival sposta il suo asse sulla formazione, un Cantiere Creativo in cui i giovani artisti selezionati possono realizzare la propria opera con il supporto di esperti, teorici e tecnici. Le opere vengono non solo prodotte, ma anche esposte e comunicate: la FOndazione D’Ars offre i suoi spazi sia come “studio temporaneo” sia per l’evento conclusivo del progetto: per tutto il Cantiere il sito ufficiale dell’iniziativa offre inoltre uno spazio di pubblicazione dove un “diario personale” racconta e documenta l’evoluzione dell’opera.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’intervista, voglio sottolineare come il format di MELTINGPOT coglie almeno due aspetti fondamentali: da un lato un buco formativo nel settore dei nuovi media (vi rimando per questo al ciclo “Interviewing New Media Art Didactics” che abbiamo ospitato alcuni mesi fa); dall’altro una tendenza profondamente contemporanea dell’arte dove il processo di creazione è il nucleo proncipale dell’opera rispetto al prodotto. O meglio il processo “è” il prodotto.
Concludo con i miei migliori auguri a questo progetto e incrocio le dita insieme a Cristina e Martina sperando di scrivere presto un articolo sulla seconda MELTINGPOT - Edizione 2012.
Negli ultimi tempi Shepard Fairey non si è spinto troppo spesso oltre i confini americani. La settimana scorsa ha realizzato un nuovo murale a Los Angeles (all’angolo fra La Brea e 2nd Street), nello stesso edificio che qualche anno fa avevo colpito diverse volte illegalmente con i suoi poster.
In fondo al blocco si sta preparando una galleria a cielo aperto dove i lavori di Obey sono esposti insieme a quelli di altri dieci artisti di LA (fra cui Matt Small, Lezley Saar, Mel Kadel, Mercedes Helnwein, Samuel Lowder, Deedee Cheriel).
L’iniziativa si colloca tra il 1 ° e 2 ° distretto di La Brea, una zona ricca di studi di designer e gallerie, che ben rappresenta l’energia artistica del quartiere.
“I proprietari dell’edificio erano molto preoccupati che nessuno dei contenuti potesse risultare controverso. Io ho continuato fedele al mio lavoro… sono andato a spingere i mie messaggi a favore della natura e della pace“, ha dichiarato Fairey. Lo dimostra uno scorcio del murale dove campeggia la scritta High Time For Peace e un albero in cui i frutti sono delle lanterne, simbolo bhuddista di saggezza e pace.
Ma negli ultimi mesi Obey è stato attivissimo tra arte e politica, appoggiando il movimento Occupy Wall-Street (alcune sue immagini sono state riciclate nella campagna Stay Occupied) e con il nuovo poster The Future is Unwritten (Liberty-Shelter-Equity: Libertà-Diritto alla casa-Equità), che deve il suo nome ad una canzone di Joe Strummer dei Clash e che andrà all’asta per raccogliere fondi a favore dei senzatetto.
(Some Photos by Emma Gallegos/LAist)
Nei periodi di crisi economica forse anche il mercato dell’arte è attraversato da un diffuso ’sentimento di amor patrio’. In tutto il mondo i collezionisti “di fascia alta” si interessano agli autori locali. Certo, Clyfford Still, pittore dell’espressionismo americano scomparso nel 1980, ha conosciuto un riconoscimento internazionale, ma nessuno si sarebbe aspettato che un suo quadro astratto venisse battuto per 61,7 milioni dollari da Sotheby’s a New York ieri sera (superando il precedente record dell’autore di 21,3 milioni, raggiunto da Christie’s nel 2006).
Dietro all’asta c’è stato anche un buon fine: parte del ricavato dei quattro lotti dell’autore che vedete in galleria qui sotto (114,1 milioni dollari in totale) andrà al proprietario, il Comune di Denver, che sta raccogliendo fondi per il Clyfford Still Museum, che apre a Denver la settimana prossima.
Nonostante ciò, ieri sera un gruppo di manifestanti si è riunito fuori dalla sala d’aste al grido di “Vergogna!”. La Evening Sale ha infatti totalizzato 315,8 milioni di biglietti verdi, mentre fuori c’era gente a cui mancano 300 dollari per pagare le bollette.
Dopo il salto su Continua trovate un video sulle proteste.
La scorsa settimana sono stata a Torino, ben curiosa d vedere come si sarebbe svolto questo lungo weekend dedicato all’arte centemporanea: tutto benissimo, salvo il fatto che la mia permanenza è stata funestata da una tostissima influenza con tanto di febbre a 39°, che mi ha lasciato completamente afona.
Lasciando da parte le mie sfighe stagionali e fieristiche - che ovviamente non mi hanno consentito di vedere tutto quello che avrei desiderato - inizio col parlarvi della art fair “The Others“. Gli “altri” di Torino, che poi altri non sono poi tanto. Non è infatti un segreto che l’organizzatore del nuovo evento-fiera è Roberto Casiraghi, ex-Artissima e promotore di The Road of Contemporary Art (Roma), che torna così alla ribalta della scena torinese. Francamente il tipo la sa luga e riesce più che degnamente nell’impresa. The Others ha registrato migliaia di ingressi, il tutto grazie ad una politica intelligente più che a prticolari innovazioni (l’evento rimane infatt la clasica mostra d’arte-mercato anche se “giovane” rispetto ad Artissima): un modico ingresso 3 euro, gli orari (tutto iniziava rigorosamente dalle 18.00 in poi, mentre il programma di Artissima si andava concludendo), una location molto particolare in cui oltre a visitare artisti, opere e stand vari si poteva ballare, mangiare e bere fino a notte inoltrata. Un successo aiutato anche dalle condizioni metereologiche: la pioggia incessante che si è abbattuta sulla città da giovedì a domenica ha senz’altro reso appetibile per i più un luogo se non riscaldato, almeno asciutto.
Concludo con qualche cenno su una location non ignorabile. The Others si è infatti svolta dentro l’ex-carcere “Le Nuove”, attivo fino al 1995. Ma non è tutto qua. Dario Salani, ideatore e promotore delle giovane casa editrice torinese Prinp, mi svela che nella seconda guerra mondiale il carcere è stato utilizzato come luogo di tortura sia dai fascisti che dai nazisti: un’eredità fortissima. Quelle cellette intatte, con tanto di sbarre, spioncini e bagni, per 4 giorni si sono trasformate nel teatro variopinto degli espositori e l’effetto è straordinariamente bello. In un grigio chiaro uniforme, una paradossale esplosione di vita - ne potete avre un assaggio nel video in alto girato all’inaugurazione dallo staff di Casiraghi - dove una sottile ironia non ci può sfuggire: opere d’arte, artisti e galleristi messi in gabbia ed esposti.
Ma il museo, le fiere, le gallerie sono poi così diversi?

In tutto il mondo non sono molti gli artisti (perlopiù scultori) che lavorano creativamente con la carta, ma quelli che la utilizzano come “materia prima” sono davvero originali. Basti pensare all’arte psichedelica di Jen Stark, agli animali di Anna Wili Highfield (ma la lista potrebbe essere davvero lunga).
Vi avevamo già parlato delle opere di Nick Georgiou, artista di Tucson (Arizona) che utilizza riviste e giornali locali per realizzare le sue speciali sculture. La carta stampata, che, con l’avvento dell’era digitale dovrebbe essere destinata a scomparire, riprende vita in questi lavori che la riciclano e la riportano alla sua natura di ‘materiale’.
“Il nostro modo di interagire con il testo sta cambiando. Il mio lavoro non rappresenta solo il declino della carta stampata nella società di oggi, ma la sua rinascita come arte“, ha dichiarato Georgiou che, dopo aver inaugurato il suo studio/galleria nel centro di Tucson, è protagonista di una mostra in corso fino al 22 novembre al Temple of Music and Art, dal significativo titolo Paper Elegies (Elegie di Carta).
I suoi ritratti di persone e animali sono ironici e leggeri, pur nella loro sensibilità e resa espressionista di colori e sfumature. Molto sottili anche i titoli delle opere. Prosperity of device ad esempio è il ritratto carta/pittura di un uomo spaesato di fronte al nuovo che avanza. Ogni tanto queste sculture ‘escono per strada’, collocate in posizioni casuali a giro per la città, dove emergono quasi dai rifiuti di cui sono fatti.