ART FALL ‘11 è l’autunno contemporaneo di Ferrara, organizzato da La Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara insieme al collettivo Xing. L’appuntamento inaugurale è previsto per sabato 12 novembre 2011 (h 18) con Simone, prima personale di Invernomuto in uno spazio istituzionale (visitabile fino all’11 dicembre).
Nell’occasione, il PAC del capoluogo emiliano, verrà utilizzato interamente. Al piano terra Wax, Relax, una grotta in cera bianca che si trasforma in un’attrazione paesana son et lumière, riproducendo una copia della grotta di Lourdes a Vernasca, il paese in provincia di Piacenza da cui provengono Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi di Invernomuto.
Al secondo piano due opere inedite che indagano in maniera differente il rapporto tra strati, memoria e significati. Boomeria, documentario sperimentale in 16mm ambientato in un castello interamente autocostruito e Negus, in cui i confini fra scultura, installazione e schermo cinematografico vanno a cadere.

A volte, riconoscere l’arte contemporanea non è facile neppure per gli addetti ai lavori. Quando però ci troviamo dentro ad un museo, il livello di attenzione sicuramente sale, qualsiasi dettaglio può essere parte di un’installazione. Ne sa qualcosa una donna delle pulizie del Museum Ostwall di Dortmund che la pagherà cara per aver dichiarato guerra alla polvere.
La signora, un po’ troppo zelante, ha pregiudicato irrimediabilmente When it Starts Dripping from the Ceiling (Quando comincia a gocciolare dal soffitto), un’installazione di Martin Kippenberger (eclettico artista tedesco scomparso prematuramente nel 1997 e ricordato spesso per la censura alla sua Rana Crocifissa) assicurata per 800 mila euro. L’installazione, composta da un assemblaggio di listelli di legno che formano una torre, aveva in basso una ciotola di plastica nera riempita di gesso. Il gesso, verniciato, stava a rappresentare una sorta di pioggia distillata, seccata e cristallizzata, ma la donna delle pulizie l’ha rimosso lasciando il contenitore vuoto.
Adesso è impossibile riportare l’installazione allo stato originale e, a farne le spese, sarà proprio la malcapitata signora, che potrebbe essere costretta a pagare una bella cifra. D’altronde, il regolamento del museo parla chiaro, il personale di pulizia deve rimanere almeno a venti centimetri di distanza dalle opere d’arte. Ma l’appalto delle pulizie del museo era stato recentemente affidato ad una ditta esterna…
Non è il primo caso di questo tipo. Nel 1986 A grease stain (una macchia di grasso) di Joseph Beuys (400mila euro il valore) fu accidentalmente rimossa da una donna delle pulizie dell’Accademia di Belle Arti di Duesseldorf. Insomma, bisognerà cominciare a pensare di fare dei mini corsi di formazione sull’arte contemporanea agli addetti alle pulizie?

Ricorre l’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, ucciso tra l’1 e il 2 novembre del 1975 all’idroscalo di Ostia, in circostanze mai completamente chiarite. Poeta, cineasta, scrittore, giornalista, tra gli intellettuali-artisti di sicuro Pasolini è quello che nel dopoguerra italiano ha inciso più di tutti, attraverso una passione civile e morale che agiva come un bisturi nei mali, nel corpo incistato della società italiana.
Per ricordare la sua figura, che - va detto - oggi rischia di essere svalutata da un generale e ipocrita apprezzamento, in occasione della VI Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è stata allestita una mostra nello Spazio Espositivo dell’Auditorium Parco della Musica, aperta fino al 5 novembre: P.P.P - Omaggio a Pier Paolo Pasolini. Il pezzo forte della mostra è senz’altro la grande installazione creata da Dante Ferretti, lo scenografo premio Oscar che lavorò con Pasolini per ben otto film, in collaborazione con Francesca Loschiavo. L’opera rappresenta, ingigantita, una macchina da scrivere, lo strumento principale del lavoro di Pasolini, che genera una grande nuvola di carta, composta idealmente dalle sue opere: poesie, romanzi, sceneggiature, articoli, “scritti corsari” e “lettere luterane”. Intorno, otto installazioni video costituiscono altrettanti accessi all’immaginario cinematografico di Pasolini.

John Pawson svela una nuova prospettiva della Cattedrale di St Paul’s, nell’ambito del London Design Festival 2011: si chiama Perspective e nasce dalla collaborazione del designer con Swarovski Crystal Palace. Si tratta di un’istallazione progettata per il London Design Festival che rimarrà aperta al pubblico fino al gennaio 2012, ideata per celebrare il 300esimo anniversario del completamento della grande Cattedrale. Posta alla base delle eleganti Geometric Staircase progettate da Wren, una lente concava è posta su di un emisfero in acciaio inox lucidato a specchio. Agli antipodi, uno specchio convesso sospeso sotto la cupola a 23 metri di altezza si riflette sulla lente. Posti in relazione, questi elementi ottici creano una straordinaria immagine che ricompone più visioni assieme. John Pawson afferma:
< blockquote>“St. Paul’s è uno dei più celebri edifici dell’intero paese.
Inevitabilmente la sua maestosa architettura attira i visitatori verso gli spazi più noti
e visibili. Mi è stata data la possibilità di concentrare l’attenzione su un luogo meno
visibile, le Geometric Staircase, che sono un luogo architettonico coerente e completo.
Così abbiamo pensato di offrire una esperienza dello spazio che si sviluppasse attorno
ad una singola e specifica prospettiva.”
Continua a leggere: London Design Festival 2011: John Pawson la sua Perspective

Cigarette Ash Landscape è un’installazione di Yang Yongliang, regista, fotografo e pittore cinese classe 1980. Da lontano si vede soltanto un enorme sigaretta a testa in giù, che riversa cenere su un campo di fiori bianchi (finti). Avvicinandosi notiamo che non si tratta di cenere di tabacco, ma di una serie di fotografie in bianco e nero di paesaggi urbani.
Minuziosamente giustapposte con la tecnica del collage, le skyline vanno a comporre un nuovo paesaggio che sta per bruciare.
Il lavoro di Yongliang mi piace perché parla da solo, è ricco di rimandi alla cultura contemporanea e al rigore classicista. Il tutto da una prospettiva, che è un’idea di design, prettamente cinese.
Nella Baja California e più precisamente in località Ocean Beach a San Diego, nei giorni antecedenti a capodanno sono spuntate, appese ad un cartello stradale, numerose cravatte colorate.
Qualcosa di simile alle scogliere di Sunset Boulevard è apparso anche a Monaco Street e, dopo poco, si è scoperto che l’autrice è April Cromer, un’artista locale che si occupa del design di gioielli e abbigliamento realizzato con materiali di recupero. Dopo aver imparato a fare un doppio Windsor, April ha legato più di 70 cravatte attorno ad un palo, rispondendo anzitutto ad un bisogno personale di realizzare un’operazione di arte pubblica.
Nell’intervista che ha rilasciato al San Diego Union Tribune (Sign on San Diego), l’artista dichiara “Ho voluto che fosse in qualche luogo che le persone andavano a vedere nel loro cammino quotidiano […] Ho voluto che fosse in un posto che mi era familiare […] è il mio piccolo contributo alla comunità […] Mi piace vedere pezzi casuali d’arte ovunque io vada. Cambia il tuo ambiente, ti fa vedere le cose in modo diverso, ti porta a farti tutte queste domande”.
La risposta della gente, davvero meravigliata per questa strana installazione, è stata positiva. Qualcuno magari può decidere di portare le sue cravatte ed aggiungerle al gruppo. Qualcun’altro invece se ne può portar via una, se gli piace o gli serve.

Eccoci di ritorno con i Giochi di Artsblog. Se siete bravi ad individuare i particolari più piccoli nelle foto, non ci metterete molto a scoprire dove si trova questa stravagante opera, per cui lo spazio tra due strade è stato completamente riempito con sedie di legno.
Vi chiedo inoltre di dirmi qual è il nome dell’autore e magari spiegare in due parole che tipo di emozioni, idee, desideri, suscita in voi.

Ecco ci di ritorno con il gioco dei giochi, quello in cui vi chiediamo di “diventare critici” per qualche minuto ed esprimere liberamente le impressioni, le sensazioni ed i significati che un’opera riesce ad attivare in voi.

Si inaugura ufficialmente la nuova stagione espositiva della Galleria Civica di Modena, sotto la direzione artistica di Marco Pierini. Lo Spazio del Sacro (di cui Pierini è anche curatore) andrà in scena dal 5 dicembre 2010 al 6 marzo 2011 negli spazi di Palazzo Santa Margherita e della Palazzina dei Giardini (corso Canalgrande).
Un percorso che tiene insieme personalità eterogenee, da Anish Kapoor a Roberto Paci Dalò, da Jaume Plensa a Richard Long, passando per Adel Abdessemed, Giovanni Anselmo, Kader Attia, Paolo Cavinato, Chen Zhen, Vittorio Corsini, Josep Ginestar e Wael Shawky. Si parte anzitutto andando alla (ri)scoperta della sacralità dello spazio espositivo, ad ogni opera infatti viene assegnato un ambiente dedicato.
Si prosegue sulle parole di Mircea Eliade, antropologo delle religioni che sosteneva che nell’arte contemporanea, il sacro, “è divenuto irriconoscibile; si è camuffato in forme, propositi e significati che sono apparentemente ‘profani’. Il sacro non è scontato, com’era per esempio nell’arte del Medioevo. Non si riconosce immediatamente e facilmente, perché non è più espresso attraverso il convenzionale linguaggio religioso”.
Quello che ci auguriamo è che lo spazio di sacralità definito dall’arte, non porti al risultato di allontanare un pubblico troppo profano, ma semmai lo coinvolga nei confroniti di una maggiore responsabilità e riflessione.
In quest’intervista della Cnn, l’artista brasiliano Ernesto Neto racconta alcuni aspetti interessanti della sua visione e del suo approccio all’arte. Molto influenzato dal neo-modernismo del dopoguerra, che cercava di superare la mera astrazione, Neto ha studiato nella sua ricerca il comportamento degli organismi viventi per giungere a concepire un’architettura organica nelle forme e nelle sensazioni.
Nelle sue installazioni, che invitano lo spettatore ad essere parte attiva dell’ambiente, utilizza materiali leggeri ed elastici, come tessuti sintetici e di cotone. Sculture molli che invadono lo spazio con le loro forme sinuose, al confine tra natura e cultura. Gocce, lacrime, profumi, ambienti larvali e microscopici, provenienti da altre epoche eppur futuribili, dove il visitatore è invitato ad entrare, camminare e toccare.
Ascoltare e lasciarsi trasportare in un’esperienza plurisensoriale, altamente immersiva, che rende soffice il pensiero. Un po’ quello che sostiene Neto nell’intervista qui sopra, dicendo di non voler essere ’sexy’ (nel senso di veloce, frenetico, rigidamente impostato), ma di preferire un approccio ’sensuale’, più lento, che si emoziona e si prende tempo, fermandosi a riflettere.