Nell’era del virtuale l’iperrealismo ha perso gran parte del suo fascino. Con l’ausilio del computer e in poco tempo anche un semplice amatore è in grado di realizzare immagini complesse e sorprendentemente realistiche. Il risultato è che l’occhio contemporaneo è diventato talmente assuefatto a quelli che il filosofo Jean Baudrillard chiamava simulacri, da non riconoscere più la differenza tra natura e cultura. Fino a considerare la finzione non più come un segno ma come una realtà tra le altre, se non proprio la realtà stessa. Tutto sullo stesso piano. Ma nell’arte, a differenza che nella religione, la creazione non è finita. E così, paradossalmente, è proprio recuperando tecniche antiche in forme nuove che si può ancora praticare un genuino stupore.
Tornando all’analogico, alla manualità, all’ingegno pratico si può ancora accedere all’aura - nell’accezione di un altro grande filosofo, Walter Benjamin -, qualità che solo l’originale di un’opera d’arte possiede. E’ un po’ l’operazione compiuta dall’artista giapponese Riusuke Fukahori nella sua serie di piccoli acquari con pesci. Fukahori unisce tecniche tradizionali, molto simili a quelle adottate nell’artigianato da souvenir nei mercatini, ma le reinventa e riesce a donare alle sue opere una patina di semplicità e raffinatezza molto orientale. Per dare la sensazione di profondità, l’artista alterna strati di resina trasparente su piccole figure disegnate e colorate a mano con tecnica minuziosa. Nel video è illustrato l’intero procedimento. Le vaschette di Fukahori sono dei trompe l’oeil di stampo antico, ma a loro modo moderni, eleganti, dallo spirito zen.
Paul Cadden è un artista iperrealista scozzese che crea opere d’arte utilizzando esclusivamente grafite e gesso. Il risultato è impressionante: i ritratti sembrano vere e proprie istantanee. La sua ricerca del dettaglio è, oltre che iperrealista, quasi dolorosa. I dettagli, le espressioni, l’intensità degli sguardi. Tutto concorre a rendere vivide le sensazioni delle persone ritratte. Pauld Cadden è in grado di riprodurre immagini complesse nei minimi dettagli. Che si tratti di innumerevoli le rughe sul volto di un vecchio, il fumo di una sigaretta accesa o l’acqua gocciolante dal viso di qualcuno, lo fa sembrare incredibilmente realistico. Tanto che i suoi lavori sembrano delle fotografie. Spiega così la sua arte:
“L’arte creata da fotografie cerca di mettere in evidenza il soggetto. Il soggetto diventa tangibile, reale, vivente. In quello che riproduco l’importante per me sono i dettagli, i segni in grado di raccontare un’essenza che resta invisibile nella fotografia. La realtà diventa l’illusione. I segni sne tracciano e ne imprigionano la vita.”
Quello che vedete non è un fotomontaggio. E photoshop non c’entra nulla.
Si tratta invece di un quadro realizzato dalla giovane artista Alexa Meade, la quale ha sviluppato una tecnica interessantissima. Ma è l’effetto finale che riesce a impressionare. In buona sintesti, come vedete nelle foto, Alexa dipinge i suoi soggetti (principalmente umani, ma anche oggetti e nature morte) riproponendo sui loro corpi pennellate di acrilico che li trasformano in veri quadri viventi. Un iperrealismo che proietta nel mondo fisico una forma di finzione a cui ci hanno abituato le tecniche tipicamente digitali
Per saperne di più sull’artista consiglio di visitare il suo sito a questo link.

Qualche tempo fa era stato protagonista dei Giochi di Artsblog, ieri invece si è aperta una retrospettiva dedicata a Thomas Eakins (1844-1916) al Lacma di Los Angeles. Manly Pursuits: The Sporting Images of Thomas Eakins (fino al 17 ottobre), prende in esame la storia delle immagini sportive a partire da quelle che sono diventate delle vere e proprie icone (su tutti i dipinti dei Lottatori, dei rematori e dei nuotatori).
La mostra, curata da Ilene Susan Fort, the Gail & John Liebes, traccia una parobola della vita e dell’opera di Eakins, il primo grande artista che si è concentrato a fornire una visione dello sport al di là dei cliché e della rappresentazione più superficiale. Chiaramente, il soggetto aveva un significato speciale per Eakins, fotografo, pittore, scultore e sportivo appassionato, che aveva vissuto il radicale cambiamento all’interno della società americana dopo la guerra civile.
Sport è competizione ma anche tempo libero, una nuova visione della virilità (l’uomo soffre, si mette in discussione, perde anche) alla luce della crescente “femminilizzazione“ della società americana. Eakins partiva proprio dai suoi scatti con la macchina fotografica, che riproduceva dettagliatamente utilizzando la luce e l’ombra come strumenti per scoprire la realtà. Un iperrealismo che descrive bene corpi, volti, campi da gioco, ma anche sentimenti ed emozioni.
Oggi parliamo di un artista, un artista australiano che crea sculture di silicone (a cui unisce capelli umani) incredibilmente iperrealistiche.
Non che questa pratica sia nuova, ma Sam Jinks si spinge con la sua arte verso una sorta di shock dell’osservatore. Non si tratta, infatti, di sculture (tra l’altro, bellissime) come quelle di Duane Hanson, che ritraggono alla perfezione figure umane nella loro normale quotidianità, mentre lavorano, camminano per la strada o viaggiano. Le “persone” dello scultore australiano (che si è formato professionalmente nel mondo del cinema) sono corpi tendenzialmente nudi, spesso “morti”, spaventosamente reali.
La cosa che più colpisce, e che turba, è, però, la loro perfezione. La pelle, in particolare, è semplicemente perfetta. Con le variazioni, sia cromatiche sia di “tessitura”, che la pelle vera presenta sulla sua superficie. Nonostante siano obiettivamente in grado di impressionare, credo che il loro effetto possa essere quello di suscitare una sorta di auto-riflessione, come se l’osservatore si trovasse di fronte ad un’immagine di se stesso.
Sam Jinks afferma di trarre ispirazione per la rappresentazione della figura umana da artisti del Rinascimento e da Hieronymus Bosch in particolare. Qui il suo sito, per vedere tutti i suoi lavori. Una cosa è certa, non molte persone credo sarebbero disposte a tenere in casa una delle sue opere…
Macabre, gotiche, spaventose, le sculture di Richard Stipl ruotano attorno all’infinita ricerca della perfettibilità umana in uno stato di rinascita continuo.
Uno studio sadico dell’evoluzione della forma, che ha come prototipo la figura dell’artista ceco (anche se sono stati aggiunti altri modelli di uomini e di animali al repertorio), proposto in varie pose e situazioni.
Lo stile iperrealista e l’attenzione ai dettagli raggiunta grazie alla tecnica, rendono ancora più impressionanti queste figure, che sembrano essere congelate ad un tempo primitivo, fatto di violenza e sopravvivenza.
Via | Lost At E Minor
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L’iperrealismo di Roberto Bernardi, artista italiano di Todi, che espone con frequenza all’estero, tra Londra e New York.
Le nature morte di Bernardi, che ha lavorato nel passato come restauratore, si rifanno ai classici dell’arte, ma hanno tutta la modernità del fotorealismo contemporaneo, per temi e trasparenze/colori usati. I soggetti dei suoi still life sono infatti oggetti banali e di tutti i giorni (ma è proprio questa banalià e quotidianità che trovo bellissima), come ambienti di cucina, dove giacciono piatti e pentole che devono essere puliti, lavastoviglie che devono essere caricate, lavandini che devono essere sgomberati, e spugnette e guanti che devono essere utilizzati. O sono resti di un aperitivo o immagini di un frigorifero che racchiude prodotti di marca. Insomma una fotografia della vita moderna.
Niente è lasciato al caso, e così come la pittura è un’illustrazione della vita di oggi, la tecnica si avvale di macchine digitali per riprendere la scena costruita nei dettagli con luce naturale e artificiale. Come se l’artista fosse anche un regista.
Continua a leggere: Roberto Bernardi: la bellezza delle cose banali
Iperrealismo distorto quello di Evan Penny, artista sudafricano residente in Canada rappresentato dalla galleria Sperone Westwater, che realizza sculture a figura umana. In alcuni casi le figure si ispirano alla realtà, in altri sono frutto della memoria e della percezione. Impossibili da distinguersi.
Continua a leggere: Evan Penny: iperrealismo di creta, gomma e silicone

Ad un occhio distratto le sue opere potrebbero sembrare fotografie, e invece l’americano Richard Estes è definito da più parti come uno dei massimi rappresentanti dell’iperrealismo insieme allo scultore Duane Hanson.
Negli anni (è attivo dalla fine dei ‘60) ha costruito una vera e propria storia per immagini degli Stati Uniti e di varie città europee, grazie ad uno stile pittorico cristallino e puro che gli ha permesso, servendosi di fotografie precedentemente e personalmente realizzate, di comporre scene di città e paesaggi urbani assolutamente realistici, sfruttando in particolare l’illusione ottica generata dalla trasparenza delle vetrine dei negozi, che riflettono l’esterno mentre ci lasciano sbirciare all’interno.
I quadri iperrealisti di Richard Estes



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Un iperrealismo perturbante e sconvolgente è la marca di Gottfried Helnwein, pittore, fotografo e performer austriaco che mi era sconosciuto fino a ieri e che ho scoperto attraverso Stumble. Non sapevo neanche che fosse lui l’uomo che sta dietro a “The Golden Age of Grotesque”, progetto multimediale di Marilyn Manson e, a dire il vero, a prima vista, i suoi acquerelli li avevo scambiati per fotografie.
I temi ricorrenti sono la morte, la sofferenza e la condizione umana, spesso osservata attraverso la lente della politica, aspetto questo che non ha mancato di suscitare polemiche per il suo tono sovversivo e provocatorio.Tra i soggetti più frequenti, i bambini, usati anche nelle performances e resi non in una versione innocente e candida ma feriti, spesso con indosso una divisa. Insieme ai bambini, i fumetti, che nella Vienna del dopoguerra hanno aiutato l’artista ad affrontare la scomparsa del sorriso dai volti dei suoi concittadini.
Ma anche in questo caso l’effetto ricercato e ottenuto è un immagine disturbante, come dimostra il suo “Midnight Mickey” (lo trovate nella gallery), un ritratto di Topolino, disegnato secondo una prospettiva obliqua e con un sorriso largo e un po’inquietante. E ancora: i generali delle SS al posto dei re magi a far visita ad una Vergine Maria dei tempi moderni nell’opera “Epiphany I” (quella riprodotta in cima a questo post)… Intento polemico o schieramento ideologico? Io non l’ho ancora capito…
Le opere di Gottfried Helnwein



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