
A volte l’arte, l’ironia, il soffio leggero arriva proprio nei posti più impensabili. Guardate questa foto che ritrae un mezzo dell’esercito israeliano. Qualcuno, su un lato, vi ha affisso un cartello dove si legge a chiare lettere: “We need war, we need bloodshed” (“Abbiamo bisogno della guerra, abbiamo bisogno dello spargimento di sangue”).
Penso proprio che il soldato seduto sulla macchina non se ne sia ancora accorto, altrimenti con che coraggio andrebbe in giro? Della serie, anche questa è street art.
Lo si vede un po’ ovunque in questi giorni, il nuovo spot Eni firmato da Ilana Yahav, sand artist israeliana di cui vi avevamo parlato qualche tempo fa. Performer e video artista, la Yahav ha interpretato tre temi fondamentali per l’Eni: l’internazionalità, nel senso dell’energia che viene generata attraverso gli scambi culturali, la ricerca e il rispetto.
Ma in rete si sollevano anche molte voci di protesta verso un promo sì bello, ma che tralascia molti degli aspetti critici legati al Gruppo Agip - Eni.
Ilana Yahav da un po’ di tempo a questa parte, affianca la sua produzione personale al lavoro per la creazione di messaggi pubblicitari e videoclip di costruzione dell’immagine. Su Youtube sono decine i video artistici e/o promozionali da lei creati.

Da Ludovico Minnelli, uno degli italiani che bloggano più seriamente riguardo street e graffiti art, una foto dell’unico motivo sostenibile per cui possa esistere ancora una West Bank Barrier, fra Israele e il resto delle possibili definizioni geopolitiche della Palestina.
Meglio constestualizzata perfino di casi come questo, l’idea merita di essere diffusa, e se solo fosse disponibile un task manager alla windows per situazioni così, l’unico comando da dare non potrebbe che essere quello proposto dal writer in questione.
La barriera deve essere ancora terminata (si dice nel 2010), ma già dei soprannomi quantomai sinistri le sono stati affibbiati, almeno dai palestinesi che non riescono, ad esempio, a ricevere con facilità e rapidità cure mediche disponibili solo al di là del “Muro dell’Apartheid”.