
Si va a vedere una mostra di James Nachtwey sapendo che non si va a fare una passeggiata. Ci sono stato proprio martedì scorso in compagnia di un amico. La location è il vecchio Palazzo Mediceo, che domina la cittadina di Seravezza, ai piedi delle Alpi Apuane, in Toscana. Il Mediceo nell’ultimo decennio è stato trasformato in un centro espositivo di grande qualità dedicato alla fotografia.
Le grandi sale del palazzo, in pietra grigia, accolgono morbidamente le foto di Nachtwey, integrando bene i numerosi bianchi e neri e dando risalto al colore, usato con più parsimonia. Se il bianco e nero in questo frangente ha un valore intrinseco, al di là delle potenzialità estetiche, è per il fatto che conferisce pari dignità a tanti e diversi dolori. Le vittime della guerra, della fame e dell’abbandono, raccontano le loro storie silenziose. Da principio un pugno alla stomaco, poi un annullamento dei sensi, un dolore che non può essere capito, non può essere compatito.
Se Nachtwey ce lo riporta, ce lo consegna, è per farne tesoro, perché gli altri non lo raccontano, ma queste sono le conseguenze delle decisioni che vengono prese a livello politico-economico. La denuncia sociale trova qui il suo compimento, non c’è bisogno di spiegare alcun antefatto o puntare il dito contro qualcuno di preciso. Siamo tutti coinvolti, anche se non direttamente responsabili. Quando la natura umana viene stravolta, usurpata, distrutta, è il nostro stesso animo che cigola.
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Riparte il 30 gennaio la nuova edizione di Seravezza Fotografia, l’appuntamento dedicato ai grande maestri della fotografia contemporanea nella splendida cornice di Palazzo Mediceo, ai piedi delle Alpi Apuane, in Toscana. Inferno – l’Occhio Testimone presenterà gli scatti di James Nachtwey, fotoreporter di guerra.
“Sono stato un testimone e queste fotografie sono la mia testimonianza. Tutte le situazioni che ho fotografato non dovrebbero essere scordate e non dovrebbero ripetersi”. In questa dichiarazione del fotografo mericano c’è già tutto. Nei suoi lavori Nachtwey lascia che il dolore, la sofferenza, la follia a cui l’essere umano troppo spesso si lascia andare, arrivino direttamente negli occhi, nello stomaco e nel cuore del pubblico.