
Ceci n’est pas une pipe. Dal capitolo VI “Il sordo lavoro delle parole” (pag. 51-52)
“Magritte dà un nome ai suoi quadri (un po’ come la mano anonima che ha disegnato la pipa con l’enunciato “questo non è una pipa”) per tenere a bada la denominazione. E tuttavia, in questo spazio rotto si verificano intrusioni, brusce invasioni distruttive, cadute di immagini tra parole, lampi verbali che solcano i disegni e li mandano in pezzi. Klee costruisce pazientemente uno spazio senza nome nè geometria intrecciando la catena dei segni e la trama delle figure. Magritte, da parte sua, mina segretamente uno spazio che sembra conservare nella disposizione tradizionale, ma che scava con le parole: e la vecchia piramide della prospettiva non è più che un formicaio sul punto di crollare.“.
Ceci n’est pas une pipe. Dal capitolo V “I sette sigilli dell’affermazione” (pag. 63)
“Kandinskij ha dunque congeddato con un gesto sovrano la vecchia equivalenza tra somiglianza e affermazione; ha affrancato la pittura dall’una all’altra. Magritte, da parte sua, procede per dissociazione: rompere i legami tra di esse, stabilire la loro ineguaglianza, fare agire l’una senza l’altra, fare agire l’una senza l’altra, conservare quella che deriva dalla pittura ed escludere quella che è la più vicina al discorso: proseguire il più a lungo possibile la continuazione indefinita del simile, ma alleggerirla di ogni affermazione che tentasse di dire a che cosa somiglia. Pittura del “Medesimo” liberata dal “come se”".
Molti di voi lo conosceranno e probabilmente lo avranno già letto. Io lo conoscevo ma non l’avevo ancora letto, ma il saggio di Michel Foucault, “Ceci n’est pas une pipe” (Questo non è una pipa), che ho letto in un’edizione SE stappato per la prima volta in edizione italiana nel 1973 e successivamente nel 1988, è illuminante. Inutile dire che ve ne consiglio la lettura, in qualunque luogo-tempo vi troviate, non importa se sotto l’ombrellone o con gli sci ai piedi: io l’ho appena finito.
Ma andiamo a capire lo straordinario di questo saggio. Fino a quando non arriva Foucault, l’opera di René Magritte è stata valutata tutto sommato in modo superficiale: suggestiva, bizzarra, accademica, addiritura semplice. Foucault buca la superficie di quelle immagini, mostrando le implicazioni filosofiche di una delle ricerche artistiche di maggiore rottura del ‘900. Il primo passo è mostrare le analogie con l’opera di Klee e Kandinskij, percepite al tempo come più radicali e innovative. Per arrivare al cuore del problema, laddove il pittore belga arriva a superare il principio cardine della pittura classica: il legame fra verosimiglianza e rappresentazione per cui “dipingere è affermare”. Come “Questo non è una pipa” il segno non è mai la cosa. E l’opera di Magritte è una continua persistente dissoluzione, destrutturazione di questo dogma. Un ribaltamento che per la pittura è una sorta di liberazione dak verosimile e dell’esistenza di una realtà oggettiva che l’arte aspira ad imitare.
Dopo aver letto questo sottile volume ho iniziato a guardare queste opere vedendole come dei veri è propri testi: saggi di filosofia del linguaggio verso i quali l’ate contemporanea (e non solo) ha un debito gigantesco. Il libro contiene inoltre due lettere di Magritte a Foucault scritte fra maggio e giugno 1966, una testimonianza che mi ha riportato il senso -anche umano - dell’incontro di due grandi personalità del secolo scorso. Magritte stava leggendo al tempo l’opera “Le parole e le cose”, restituendo al filosofo il suo punto di vista.
Straordinario e meraviglioso. Completerò infatti questo articolo con due brevi stralci del saggio in cui Foucault compara Klee e Kandinskij al maestro del surrealismo.
[Nella galleria, alcuni dei quadri analizzati nel saggio]
Saranno tre Russie quelle che si potranno osservare alla Cà Foscari Esposizione di Venezia, tra il 21 aprile e il 25 luglio. La mostra “Russie! Memoria/Mistificazione/Immaginario“, infatti, vuole mostrare in oltre cent’anni d’arte la Russia delle avanguardia, quella del realismo socialista degli anni ‘30-’50, fino all’underground e agli anni ‘90.
E lo fa con le opere messe a disposizione da due grandi collezioni, quella di Morgante e quella di Sandretti. Per la parte del realismo socialista, ovviamente, largo spazio troveranno i manifesti, con il quale il potere mistificava, illudeva, creava aspettative paradisiache per il popolo russo. Ma ad affiancare queste opere ci saranno anche preziose opere del periodo prerivoluzionario.
Le più attese, probabilmente, saranno quelle di Chagall e di Kandinskij; ma ci saranno, tra gli altri, anche Benois, Tatlin e Fal’k. Per la parte underground, verrà ricreata una parte di quella che nel 1977 venne definita la “Biennale del dissenso”, e che consacrò l’underground moscovita all’attenzione di tutti. Per la prima volta, tre Russie (diverse? e se sì, in cosa?) ci parlano dallo stesso luogo.
Dopo i capolavori di Vienna, Villa Olmo si prepara ad ospitare un’altra grande mostra: tocca a “Chagall, Kandinsky, Malevič. Maestri dell’Avanguardia Russa” dal 4 aprile al 26 luglio.
Ottanta opere provenienti da importanti collezioni internazionali fanno rivivere l’ardore di tre figure geniali e diversissime tra loro: l’eclettismo di Kandisky, la maestria del colore e l’onirismo di Chagall e il rigore di Malevich.
Accanto ai tre protagonisti dell’avanguardia russa anche la figura di Pavel Filonov, meno noto internazionalmente ma altrettanto interessante. Da non perdere la ricostruzione rigorosa della stanza di Marc Chagall, fin nei minimi particolari.
Il costo del biglietto intero è di 9 euro, ridotto 7 euro.
A Villa Olmo Chagall, Kandisky, Malevich



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Fino al 22 febbraio 2009 la Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera ospita un’imperdibile retrospettiva dedicata a Vasilij Kandinskij. Se nella vostra ultima visita all’Oktoberfest ve la siete persa, ripensateci: Kandinskij è uno degli artisti più suggestivi e importanti dell’epoca moderna.
Non solo ha ispirato movimenti contemporanei come l’Espressionismo Astratto, ma la sua produzione è complessa e leggibile nell’ottica di un percorso affascinantissimo. La mostra, in collaborazione con il Centre Georges Pompidou di Parigi e il Guggenheim Museum di New York (i tre musei possiedono le maggiori collezioni dell’artista russo) ne esplora la produzione a partire dai primi dipinti figurativi, a quelli appartenenti al Blaue Reiter, alle opere del periodo della Rivoluzione Russa e della collaborazione con il Bauhaus, fino all’ultima fase geometrica.
Kandinskij è un artista per tutti: raffinato ma allo stesso tempo “piacione”, grazie alla sua fortissima attività di teorico fu in grado di spiegare in modo analitico ogni aspetto della sua arte, senza mai spogliarla del potere spirituale e mistico che riusciva a emettere attraverso forme e colori.
Grandioso, trascendente, emozionante: da vedere.
Dal 14 novembre al 2 dicembre 2008, presso il Caffè letterario in Via Ostiense 83, 95, di Roma, sarà possibile visitare la mostra internazionale d’arte contemporanea Geometrie dell’intelletto, curata da Sabrina Falzone.
Si tratta di un “omaggio alla geometria, intesa come arte intellettuale”. Le opere sono tematicamente dedicate alla rappresentazione artistica di geometrie euclidee e non. Inevitabile il riferimento (e, in qualche caso, l’omaggio esplicito) all’astrattismo geometrico di Kandinskij.
Potranno ammirarsi opere di Irene Taddei, Monia Biscioni, Massimo Mugavero, Edi Sanna, Francesca Nicoli, Jeanette Rutsche Sperya, Hkosmoh, Augusto Orestini, Vincenzo Ventrone, Silvia Nironi, Zoom, Maria Enrica Nardi Menchi, Giacomo Specchia, Christian Milo, Vincenzo Morello, Marialuisa Sabato, Dino Ventura, Alessandro Sansoni, Victor Deleo, Paolo Hermanin, Paola Colleoni, Nemo, Symona Colina, Donato Lotito e Angelo Zuena.
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Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.
Vasilij Kandinskij