Al campeggio ci ha pensato Coniglio Viola, ma le azioni di festoso squat in questa Biennale si fanno anche in Realtà Aumentata…
Sono due infatti le iniziative di cui vi parlo oggi, entrambe incentrate su questa pratica che, grazie alla disponibilità di piattaforme e alla sempre maggiore diffusione di smarphone nelle nostre tasche, sta diventando prassi del quotidiano. Ma concentriamoci sui due progetti che debuttano in questi giorni: sono il Padiglione Invisibile, ideato dal duo artistico immaginario “Les Liens Invisibles” e curato da Simona Lodi, e l’intervento dei cyberartist di Manifest.AR che vi ho presentato qualche tempo fa. Entrambe le iniziative si svolgono dentro i Giardini della Biennale. Entrambe utilizzano l’infrastruttura di Layar - applicazione che consente di posizionare geograficamente oggetti bidimensionali, tridimensionali, link e brevi testi, di pubblicarli e successivamente di visualizzarli sul paesaggio inquadrandolo con il proprio smarphone - per creare una vera e propria mostra non ufficiale, non prevista e non invitata dai curatori, che si sovrascrive al mondo fisico e alla sua codifica ufficiale (in sintesi, andando nei Giardini della Biennale, se avete uno smarphone ese avete scricato l’applicazione, inquadrandone determinati punti vedrete comparire degli oggetti e dei contenuti multimediali inseriti dagli artisti invitati, a creare un’allestimento). Queste sono le analogie strutturali. Sfumeture diverse e sottili si ritrovano invece nella comunicazione e nel senso dato all’azione. Gli Invisibili prediliggono il senso di una realtà allucinatoria, di uno stream continuo di segni e simboli sotto lo slgan “The art, my friend, is flowing in the wind”: come sempre, il duo non rinuncia a una pennella di fake, riprendendo i colori e il logo della Biennale. Manifest.AR ammicca invece all’establishment con un comunicato volutamente formale e una riflessione sul contesto curatoriale ufficiale: il loro padiglione non riconosce confini nazionali, fisici nè convenzionali strutture del mondo dell’arte. In questo senso la Augmented Reality Art di Manifest.AR intende mettere in questione gerarchie e convenzioni date in modo trasversale.
Un fatto bello è accaduto: le due “realtà aumentate”, invece di competere, si sono incontrate e convivono. Questa è una chiave di lettura interessante che ci dà da riflettere: se il digitale è il regno della moltiplicazione, la coesistenza di più realtà, interpretazioni, mondi compresenti ne è la conseguenza naturale. Sarebbe bello (necessario per molti versi) incorporare ad un livello profondo delle nostre pratiche e della nostra coscienza questa attitudine.

Pubblico con grandissimo piacere questa intervista e celebro una vittoria della libertà di espressione (artistica e politica) in Italia.
Questa storia inizia nel 2007, anno in cui scoppiò lo scandalo di pedofilia nella chiesa che probabilmente molti di voi ricorderanno. Gli artisti di Molleindustria realizzarono al tempo l’”Operazione Pedopriest”, un videogame che venne rimosso sotto la pressione politica, in prima linea il capogruppo della camera dell’UdC Luca Volonté. Les Liens Invisibles decisero di intervenire in sostegno di Molleindustria con operazione “Libertè Egalitè Volontè: The Blasphemous Art Riot”, ospitata sul sito www.lucavolonte.eu contenente un clone del gioco rimosso e i link al sito ufficiale del deputato, con l’idea di sfruttare i meccanismi di ranking di google per - uso le loro parole - “oscurare almeno simbolicamente” il censore.
Il sito non solo viene immediatamente rimosso, ma parte contro il gruppo una denuncia per diffamazione che arriverà a chiedere un risarcimento di 300.000 euro. Recentemente il tribunale di Pisa ha emesso una sentenza in favore de Les Liens Invisible, facendo prevalere l’articolo 21, la liberà di espressione e di satira e sancendo in questo modo per la prima volta che tali diritti valgono anche per il mezzo web.
Vi lascio alle loro parole per saperne di più su una battaglia che ha un significato profondo non solo per artisti/artivisti/attivisti, ma per tutti noi. Grazie a di tutti quelli che, ogni tanto, decidono rischiare e che mi danno la possibilità di scrivere articoli come questo.
L’ultimo argomento del mio reportage dal Piemonte Share Festival riguarda lo special project “R.I.O.T. / Reality Is Out There”, a cura del collettivo artistico Les Liens Invisibiles.
Il progetto consiste in una serie di interventi urbani visibili solo sul nostro smartphone, in una sorta di turismo paradossale. Una guida in realtà aumentata al centro storico di Torino dove nuovi universi o veri e propri monumenti, come quello dedicato alla “babana revolution” si sovrappongono alla realtà ordinaria, alterandola. é questa l’interpretazione che Les Liens Invisibiles danno al tema dell’errore.
RIOT ricorda il progetto “Google is not the map” di cui vi avevo a suo tempo già parlato, e su cui abbiamo interrogato il gruppo in una bella intervista. Il focus si sposta qui su una performace dal sapore ludico il cui scopo è una forma di hacking urbano realizzato attraverso il gioco: prese di mira alcune zone della città (come vedete nella foto in basso), coinvolgendo un gruppo di studenti le zone sono state rimappate e riempite di nuovi contenuti. La realtà aumentata, nuovo oggetto dell’immaginario mitico-tecnologico, diventa irrealtà dal momento che i contenuti rapresentati sono paradossali e sognanti: questa tecnologia si sposta dal suo uso standardizzato e realistico per abbracciare e diventare il luogo della moltiplicazione di infiniti mondi personali e per l’autorappresentazione.
Il risultato è una mostra di sculture invisibili che invadono la città, tutte da scoprire attraverso i prpri dispositivi smartphone (iPhone e Android nello specifico). Lunga vita all’irrealtà…

Ne abbiamo scritto e parlato molto e finalmente ecco l’intervista su Seppukoo.com.
Il progetto ha fatto molto ha suscitato molte reazioni, giungendo anche sulla stampa nazionale, ma per capirne di più ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori, il gruppo Les Liens Invisibles, analizzando insieme a loro diversi aspetti del progetto. Scopriamo così il legame profondo del progetto con Luther Blissett, storico suicida (è stato lui a commettere il seppuku per la prima volta, ispirando il gruppo); le difficoltà incontrate nello sviluppo della piattaforma (”un lavoro più da escapisti che da programmatori“, come ci dicono sorridendo); la scelta della della resurrezione degli utenti (ovvero la reversibilità del suicidio); il legame fra life style e politica.
Parte delle domande hanno inoltre riguardato la vicenda Facebook, nel tentativo di capire quali fossero le controversie legali alla base della richiesta di bloccare l’operazione. L’ultima domanda indaga invece il possesso delle nostre identià digitali chiedendosi se, come nel mondo fisico possiamo, possiamo realmente “cancellarcidalla faccia dei social network“…
Secondo voi è possibile? Buona lettura.

Proprio prima delle vacanze di Natale avevamo lasciato in sospeso i destini del Seppukoo e dei suoi suicider, con la richiesta da parte dei legali di Facebook di rimuovere il sito entro il 22 dicembre 2009.
Tramite l’avvocato Maria Teresa Vota, la posizione dei Liens Invisible è abbastanza chiara: il sito resta per adesso dov’è e i dati non verranno rimossi, salvo esplicita richiesta da parte degli utenti volontariemente iscrittisi al servizio.
Intanto riporto sotto uno stralcio della lettera in italiano, che trovate in versione integrale (ma in inglese) a questo link: a breve un’intervista con Les Liens per capirne di più su questa curiosa vicenda.
Continua a leggere: Seppukoo.com e i legali di FaceBook - PARTE 2°

Vi ricordate Seppukoo.com e il popolo dei suicidi su Facebook? Ne avevo parlato qualche giorno fa, direi quasi in tempo
Freschissima, infatti, la notizia che Facebook tramite i suoi legali ha inviato una lettera a Les Liens Invisible, ideatori della performance, in cui si chiede rimuovere il sito entro il 22 dicembre 2009. Motivazione: preservare la privacy degli iscritti di Facebook.
Non mi è chiaro il quadro legale per cui si possa incorrere in una violazione della privacy nel caso specifico del Seppukoo, in ogni caso ad occuparsi della vicenda è lo studio Perkins, lo stesso a cui si affidano Microsoft, Google, Intel, AT&T nonché il presidente Barack Obama in persona…
In attesa di capirne di più sulla vicenda, lunga vita al diritto di ogni essere a scomparire, nel mondo fisico come in quello digitale.

Ossessionati da Facebook? Desiderosi di un esperienza virtualmente estrema come la scomparsa dal social network globalmente più famoso? Da qualche tempo è possibile.
Seppukoo.com è l’ultima operazione artistica del collettivo Les Liens Invisibles. Mutuando il termine dalla tradisione giapponese, fare seppukoo significa commettere un suicidio rituale anticamente riservato ai samurai che preferivano togliersi la vita con onore, una volta caduti nelle mani del nemico. Ma nella sua versione contemporanea, con un piglio ironico e irriverente alle dinamiche delle nostre identità virtuali e delle relazioni sociali online, il seppukoo sbarca su Facebook.
Partecipando al progetto, infatti, potrete suicidare il vostro profilo personale e tentare di coinvolgere i vostri amici: chi vi seguirebbe? Intanto, da quando Seppukoo è stato lanciato al Piemonte Share Festival 09, sono oltre 15.000 gli utenti che una scelta la hanno fatta e che sono passati virtualmente a miglior vita…
[Nella foto: rappresentazione tradizionale di guerriero intento a commettere il suicidio ritualale]

”
Les Liens Invisibles sono gli autori di “Google Is Not The Maps“, opera recentemente commissionata da L.X. 2.0 a questo giovane collettivo di artisti, maestri nell’arte del Fake (ricordiamo fra i più recenti il falso delle Olimpiadi di Pechino e il supporto all’operazione Anna Adamolo). Questa volta i Liens si occupano di mappe.
Ma il legame fra quest’opera e le precedenti è ben saldo: si tratta sempre di detournare la realtà, di mettere in discussione il concetto di informazione. Una critica che non lascia spazio neanche alle rappresentazioni del territorio, le mappe appunto (Google Maps in testa, da cui l’opera trae il titolo), che con le loro parole, diventano sempre più “illusorie”. 35 le geoPoeMaps realizzate, una piccola collezione di destabilizzanti cartografie, dove sulla tanto familiare e scontata rappresentazione satellitare di Google piovono banane e fragole volanti (queste le mie preferite in assoluto), crescono fiori, mentre simboli inconsueti tracciano percorsi indipendentemente dalla volontà del fruitore. Se su queste mappe non riuscite a trovare la strada che cercate, fa parte del gioco: perdersi e perdere la certezza dei nostri punti di riferimento che consideriamo reali e scontati.
Tutto il resto, ve lo spiegano i Liens Invisibles nell’intervista, dove il gruppo immaginario risponde ad una domanda più o meno capitale che mi sono concessa il gusto di rivolgergli: la relazione fra software e realtà. Domanda che mi riservo di riproporre ad altri artisti nelle prossime interviste, non appena ne avrò l’occasione. Intanto grazie a loro per essere stati i primi.
ps.
Ho condotto questa intervista via mail con Guy The Bore, il portavoce ufficiale del gruppo. In realtà, non so esattamente con “chi” ho parlato, ma che importa: come direbbero loro stessi, infondo “Fake is a Fake”…
Continua a leggere: "Google Is Not The Map (GISNTM)" by Les Liens Invisibles