
Dopo numerose vicissitudini riparte a Viareggio l’attività della giovane GAMC, Galleria di Arte Moderna e Contemporanea. Situata nel bellissimo Palazzo delle Muse, edificio costruito nel 1861 ed adibito ad ospizio marino, la galleria ospita la più grande collezione di opere di Lorenzo Viani esistente. Vanta inoltre un enorme catalogo di opere grafiche dei maestri del primonovecento europeo (Picasso, Mirò, Arp, Man Ray, Fontana, De Chirico…) e numerose opere pittoriche (Baj, Manzù, Guttuso, Chini…). Le opere provengono da importanti donazioni, come quella del noto collezionista e senatore Giovanni Pieraccini, e testimoniano l’importanza del legame che la città di Viareggio ha avuto con le arti visive e le avanguardie.
Il prossimo lunedì 20 luglio la GAMC ospiterà due importanti inaugurazioni. Nell’ambito delle nuove donazioni di arte contemporanea per la Galleria, sarà visibile l’intera collezione di “BAU Contenitore di Cultura Contemporanea“, di cui vi avevamo presentato un’intervista con gli ideatori. Per i visitatori ci sarà la possibilità di aprire le sei scatole uscite dal 2003 ad oggi, testimonianza di una sottile ricerca collettiva, tra sperimentazione e contaminazioni internazionali.
Oltre a BAU i visitatori avranno la possibilità di vedere “I Cartelli della Galleria La Tartaruga di Roma 1954- 1962″, una mostra in collaborazione con il Darc. I “Cartelli” sono opere di dimensioni 50 x 60, che Plinio De Martiis ha commissionato agli artisti (Mafai, Turcato, Scarpitta, Maccari, Leoncillo, Kounellis, Twombly, Schifano, Bignardi, Giosetta Fioroni, Castellani, Manzoni, Rauschenberg…) nell’occasione delle loro mostre presso La Tartaruga. Entrambe le mostre saranno visitabili fino al 20 settembre.

Arriva l’estate e come ogni anno si moltiplicano gli eventi collaterali alla Biennale di Venezia. Proprio questo sabato 6 giugno inaugura ‘Glass Stress’ all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti – Palazzo Franchetti e alla Scuola Grande Confraternita di San Teodoro. Si tratta di una singolare mostra che raccoglie le opere di 45 grandi nomi dell’arte contemporanea che si sono in qualche modo confrontati con il vetro nel corso della loro ricerca.
Lucio Fontana, Joseph Kosuth, Man Ray, Jean Arp, solo per fare alcuni dei nomi voluti dal curatore Adriano Berengo, che si è avvalso della consulenza di Laura Mattioli Rossi e Rosa Barovier Mentasti. Il vetro come materia prima delle opere, elemento decorativo, superficie che riflette la realtà, elemento di recupero anche, estremamente duttile e plasmabile, solido ed al contempo fragile. Il vetro che si piega, si trasforma, subisce una metamorfosi, uno stress, e fa la sua comparsa nelle opere infondendo stupore e fascino.
Proprio vicino a Venezia, a Murano, il vetro da tempo rappresenta l’inconfondibile segno distintivo di un’artigianalità artistica di eccellenza, che unisce una straordinaria tecnica realizzativa al gusto per forme uniche e vitali. Seguendo lo spirito di questa tradizione, la mostra si concentra quindi sulle opportunità del vetro quale strumento espressivo innovativo. I contemporanei forse hanno solo indicato delle strade da seguire, utilizzando il vetro sporadicamente, ma sulla scena italiana esiste anche una nicchia di artisti che operano ad alti livelli nell’arte vetraria vera e propria.
Anche lo stesso titolo, “Le Violon D’Ingres”, è il primo spaesamento. Perchè non è un titolo, ma un modo di dire che nella Parigi di quei tempi si usava per definire un hobby ( il bricolaje è un mio Violon D’ingres). Man Ray ironizzava infatti spesso sul fatto che la fotografia fosse per lui un passatempo, il che, poi, non è solo ironia ma sottile suggerimento, dal momento che Man Ray ha usato la fotografia scomponendola come una macchina da guidare su altri terreni.
Questa, che è la sua foto più famosa, ritrare la sua amante/assistente/amica Kiki, cantante di Montparnasse su cui, in fase di stampa, vengono apposte, stampandole a contatto, le “effe” del detto, della viola, strumento d’amore.
E così in un unica immagine c’è la donna/amore e il suo rapporto indisciplinato con la foto. E c’è, ovviamente, uno smisurato senso estetico nell’utilizzare la bellezza, la più ovvia e logora delle bellezze, come strumento di scardinamento della coscienza.