
Le opere di Chiharu Shiota assorbono letteralmente lo spazio che occupano e quasi se ne nutrono, in una maniera che sfiora il parassitismo. Sono grandi istallazioni di filo nero che sembrano impossessarsi velocemente di tutto ciò che ricoprono, dalle figure, agli abiti, alle stesse superfici, che perdono la loro stessa specificità, trasformandosi in meri supporti per una creatività traboccante. E non potrebbe essere altrimenti vista l’enorme energia che emana dall’artista, che è stata allieva di Marina Abramovic durante gli anni ‘90, e si cimenta nella produzione di “tele di lana di ragno” che prolungano l’a/essenza del suo corpo.
Un’estensione “Infinity”, già nella sua concezione, pensata per adattarsi ad ogni spazio reinterpretandolo e rivelando nuove possibilità di intreccio, che “ha posato i suoi chiodi” fino al 18 febbraio, presso l’Impasse Beaubourg della Galleria Daniel Templon di Parigi.
Perché in fondo si tratta di una specie di tessuto, che ha la trama irregolare della vita, con i suoi nodi, le sue differenze di densità, le sue prede catturate e le sue trasparenze e la cui forma stessa degli oggetti imprigionati la dice lunga sul significato della loro cattura. Strumenti musicali, vestiti di bambole, scarpe e letti che si “spogliano” della loro finalità primaria, per raggiungere lo statuto etereo delle visioni poetiche, tracciando una mappa dalle infinite possibilità, che disegna mille percorsi allo stesso tempo, mettendo in comunicazione esistenze solo apparentemente lontane.
Via | danieltemplon.com
In questa giornata calda di agosto mi capita di rivedere questa perfermace del 1975.
Una bellissima Marina Abramović - qui trentunenne - in bianco e nero che per 45 minuti, colpendosi i capelli con un pettine dai denti pezzati e una spazzola, ripete ossessivamente una frase semplice ma emblematica: “Art must be beautiful” (L’arte deve essere bellissima).
La abbiamo vista fare cose senz’altro più estreme con e sul suo corpo, ma questo grido “picchiato” quasi di rabbia - terribilmente femminile - ha una potenza che difficilmnte lascia indifferenti. Riportandci dritto al cuore di una questione di estetica contemporanea tutt’altro che risolta e quindi attuale. L’arte contemporanea “deve” essere bella? basta inserire un punto interrogativo per comprendere la portata di questa domanda, nel momento in cui l’opera d’arte si si sposta dal paradigma visuale (la rappresentazione) per migrare verso la performance (l’interazione). Che ne pensate?
mimicking lofi aesthetics from Rosa Menkman on Vimeo.
Per molti l’errore è un problema, qualcosa da correggere e da eliminare. Per Rosa Menkman, giovane artista olandese (classe 1983), l’errore è arte. O meglio, Rosa è un’artista dell’errore. La sua materia preferita è infatti il glitch.
Per la sua prima personale, la Menkaman è in Italia, a Brescia, presso la Galleria Fabio Paris con la mostra “Order and Progress” dal 15 gennaio al 25 febbraio (curatela di Domenico Quaranta). Molti di voi avranno subito giustamente associato il titolo della mostra con la bandiera brasiliana, ed è così: da un lavoro sviluppato durante una residenza a San Paulo, Order and Progress è una riflessione ironica sull’ideoogia che guida lo sviluppo tecnologico a cui l’artista oppone un’esplorazione sulle conseguenze estetiche, culturali e politiche dell’errore. I suoi lavori sono un collage di incidenti di visualizzazione (frequenti nei media digitali), compressioni, feedback e altre forme di “rumore” con il risultato che ne percepiamo le conseguenze positive, loro valenza metaforica e semantica e il potenziale rivelatorio.
A Brescia anche la prima di Monglot, software realizzato da Rosa insieme a Johan Larsby: il video sopra ne mostra il risultato da una semplice ripresa in cui l’artista si spazzola i capelli davanti alla videocamera (un riferimento a uno storico lavoro di Marina Abramovic, Art Must Be Beautiful)
Nel video qui sopra Marina Abramovich parla delle motivazioni che l’hanno spinta a preparare la sua ultima performance al Moma. In questi giorni, invitata ad uno show televisivo, per circa 50 mila euro ha accettato di rispondere ad una domanda scottante,”Come ha fatto pipì?”
L’artista è rimasta seduta nell’atrio del museo per tre mesi, più di sette ore al giorno, incontrando i visitatori seduta su una sedia senza braccioli, con un buco sotto per fare pipì, ma non l’ha mai usato. “Non ho mai voglia di fare pipì, mi sono seduta su un cuscino”. Per preparare la sua più lunga impresa, 716,5 ore di lunghezza complessiva, la Abramovic è divenuta vegetariana sei mesi prima della mostra, cominciando una dieta basata su cibo leggero e cereali. Una delle pratiche preparatorie era svegliarsi ogni 45 minuti durante la notte, per bere acqua e rimanere idratata.
Durante la performance ha ripercorso le varie fasi della preparazione attraverso gli abiti che indossava. Il primo mese l’abito blu, per “tranquillizzare la sua mente”. Il vestito rosso il secondo mese simboleggiava l’ “enorme quantità di dolore fisico” lei stava vivendo, in particolare dalla sua sedia senza braccia – e il gonfiore alle gambe. L’abito bianco, indossato durante l’ultimo mese, rappresentava “la chiarezza, l’immateriale”. Tutt’intorno a lei, nel museo, 36 artisti/performer mettevano in scena la grande retrospettiva delle sue performance.
Personalmente avrei scelto un’altra colonna sonora per questo video, ma se ve lo propongo ugualmente è perché costituisce un’ottima raccolta delle performance di Marina Abramovic. Quando ci sono di mezzo le performance, infatti, il rischio è che i materiali (fotografie, video) che le documentano vadano dispersi. Questo video, invece, rappresenta un bel modo per raccogliere delle testimonianze sulla carriera di Marina Abramovic.
Raccoglie documenti importanti, e, se non erro, recentissimi, come la performance “The Artist is Present“, eseguita al MoMa in occasione di una sua mostra, tra l’altro ancora in corso (ve ne abbiamo parlato qui), o “Imponderabilia” (1977), dove un uomo e una donna nudi si pongono ai lati di una porta costringendo i visitatori, quando varcano la soglia, a guardare l’uno o l’altro performer.
Insomma, mi pare un buon video per chi non abbia mai sentito parlare di lei, e per chi, invece, vuole rivedersi alcuni momenti significativi della sua carriera.

Lia Rumma apre un nuovo spazio espositivo a Milano. Una delle più celebri galleriste d’Italia proprone infatti nel capoluogo lombardo un nuovo progetto. Dopo l’apertura (nel 1999) della galleria in via Solferino, il 15 maggio si inaugurerà uno showroom speciale, in via Stilicone 19, zona cimitero Monumentale.
Si tratta di una galleria disposta su 4 piani, di oltre 1000 quadri, e progettata dallo studio CLS secondo le severe disposizioni della gallerista, che voleva uno spazio il più possibile illuminato in maniera naturale e dotato di un terrazzo, dove è stata disposta una caffetteria.
Lia Rumma, lo ricordiamo, è una gallerista che annovera tra i propri artisti Marina Abramovic, Mimmo Jodice, Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto, Anselm Kiefer ed Ettore Spalletti. E con le opere di Spalletti, appunto, verrà inaugurato il nuovo spazio espositivo. Una nuova istituzione tenta di dare nuova vita all’arte milanese.
Dal 26 marzo al 6 settempre al Guggenheim di New York si potrà vedere un’interessante mostra fotografica e video: “Haunted: Contemporary Photography/Video/Performance”. L’intento è quello di riflettere sull’ossessione delle immagini, sul processo che, partito dagli anni ‘60 con Warhol, ha riportato la fotografia alcentro della composizione artistica.
Ma l’ossessione è anche (e soprattutto) quella verso il passato: attraverso una sessantina di opere di artisti affermati o nuovi nomi. E la fotografia si sposa, a partire dagli anni ‘70, con la performance: ne crea un repertorio visivo che coglie l’istante che, per la performance più di qualsiasi altra arte, è fuggente.
E così ritroviamo le immagini di performance di Marina Abramovic, Ana Mendieta e Gina Pane; ma anche gli scatti di Spencer Finch, Ori Gersht, Roni Horn, Luisa Lambri. Una mostra che riflette sull’immagine fotografica - la forma d’arte che è più vicina alla sensibilità di oggi - partendo dalla radice, dalle origine, mostrandoci che molto spesso, dietro all’opera d’arte, ci sono delle vere e proprie ossessioni.
Fino al 13 giugno, palazzo ducale di Genova si riempie di arte contemporanea. “Isole mai trovate” è una mostra dal titolo concettuale: le isole sono quegli spazi in cui gli artisti vivono rappresentando la loro poetica. Dunque, la mostra è un contenitore metaforico che può contenere tutto. E vi si trovano molti artisti che rivestono un ruolo importante nell’arte dell’ultimo decennio.
A partire da Michelangelo Pistoletto, che concepisce la sua isola come un labirinto, anche se di carta (vedi la foto sopra); o l’isola che guarda al futuro con pessimismo, quella di Anselm Kiefer, un buco nero che sta per inghiottire una barca che naviga su una coltre di materia; ma ci sono anche le isole di Marina Abramovic, Louise Bourgeois, Tony Cragg.
Una mostra strana, perché se è vero che propone delle opere veramente interessanti, ha anche un che di pretestuoso, e proprio nel concetto fondante di isola creativa, luogo e spazio individuale dell’artista. O forse, questo, è un merito?
Dal 14 marzo al 31 maggio il MoMa dedica la prima grande retrospettiva a uno dei personaggi più noti e importanti dell’arte contemporanea, Marina Abramović, pioniera e protagonista dell’arte intesa come performance. “The Artist Is Present“, questo il titolo della mostra, presenta infatti circa 50 lavori che spaziano in 40 anni di attività artistica.
Il lato più interessante di questa retrospettiva è che tra le opere (si tratta soprattutto di video, fotografie) vengono ripercorse alcune delle performance più famose: circa 35 artisti selezionati dalla Abramović rieseguiranno per la prima volta, tra l’altro, “Nude with Skeleton” (2001-2005), in cui una performer nuda riprende la sagoma di uno scheletro muovendosi con esso, o “Imponderabilia” (1977), in cui un uomo e una donna nudi si pongono ai lati di una porta costringendo il pubblico a guardare l’uno o l’altro performer.
Ma Marina Abramović presenterà anche un nuovo lavoro, “The Artist is Present”, appunto: durante il periodo della mostra, siederà in silenzio a un tavolo nel Donald B. and Catherine C. Marron Atrium, invitando passivamente gli spettatori a sedersi (per il tempo che vogliono) al suo tavolo; in un duro mutismo, gli avventori entreranno in tensione con lo sguardo di un’artista che ha fatto del proprio corpo la sua massima forma d’espressione.

Ogni città importante ha ormai la sua Biennale e Firenze non è da meno. Qualche tempo fa vi avevamo parlato della Biennale dell’Arte e del Paesaggio che prenderà vita nel novembre 2010 nel capoluogo toscano. Dovrebbe trattarsi di un appuntamento dalla forte personalità. Nel frattempo ci ricordiamo che Firenze una Biennale ce l’ha già, gli anni passati era stta un po’ sepolta dall’anonimato, ma quest’anno le cose sembrano essere fatte in grande.
Dal 5 al 13 dicembre 2009 va in scena la settima edizione della Florence Biennale, nella Fortezza da Basso, proprio vicino alla Stazione di Santa Maria Novella e il centro città. Si tratta di un’edizione speciale con molti artisti partecipanti. Marina Abramovic e Shu Yong riceveranno il Premio Lorenzo Il Magnifico e incontreranno i visitatori all’interno di un ricco calendario di conferenze e di eventi collaterali.
Lunedì 7 dicembre alle 17:30 Marina Abramovic presenterà una selezione delle sue opere in una presentazione pubblica alla Fortezza da Basso e il suo video sarà visibile per tutta la durata della Biennale di Firenze. Sabato 12 Shu Yong sarà ospite speciale in una giornata dedicata all’arte cinese, presentando la sua serie di quadri “Miti cinesi“.