Il Rainbow Family Village è un piccolo villaggio che si trova a Taichung, in Taiwan. È completamente dipinto come se fosse un enorme murales: muri, pareti, strade, tutto è ricoperto da disegni. I colori che caratterizzano questa opera d’arte fatta paese sono tutti molto vivaci (rosso, blu, giallo) e i soggetti sono in stile fumetto. Si dice che l’autore di questo imponente lavoro sia Huang Yongfu, un artista originario di Hong Kong, che dipinse l’allora grigio villaggio quando andò in pensione per renderlo un luogo bello e piacevole. La seconda ipotesi è quella secondo cui Yongfu dipinse l’antico borgo per evitare che venisse abbattuto per la costruzione di nuovi edifici.
Qualunque sia il motivo che abbia spinto l’oramai 90enne artista a creare questo piccolo gioiello, ha sortito l’effetto desiderato. Il rainbow village è diventato una vera e propria attrazione turistica: è visitato quotidianamente da centinaia di turisti, sposi che lo utilizzano come location per le foto o semplici curiosi. Alcuni lo considerano una nuova (o antica?) forma di street art, di certo è un luogo che regala ai visitatori un senso di pace e tranquillità. Qui trovate un reportage fotografico completo sul paese dei colori.
Keith Haring come non lo avete mai visto. Nel senso che sono terminati i lavori di restauro del murales Tuttomondo realizzato dall’artista a Pisa, su una parete del convento di S. Antonio, e ora la famosa opera è tornata ad avere colori accesi e brillanti. Il restauratore Antonio Rava, che ha curato i lavori, spiega come è stata trattata l’opera:
“Abbiamo proceduto a spandere un gel naturale, l’agaragar, un addensante alimentare che permette di portare via il carbonato di calcio, ovvero quella sostanza che opacizza i colori. Una volta finito di ripassare i disegni con questo gel, per il quale è sufficiente la sua applicazione e una posa di mezz’ora prima di ripulirlo, si procedere a spruzzare uno spray idrorepellente che servirà a garantirne la successiva protezione”.
Il murale tornerà allo splendore originale perché è stato possibile restaurarlo con l’ausilio di Caparol, la stessa azienda che nel 1989 fornì i colori ad Haring. Insomma, se avete in programma un week-end fuori porta e non sapete dove andare, Keith Haring potrebbe essere un motivo in più per visitare la città di Pisa, che già di suo è meravigliosa. Il Comune della città spiega in una nota che
“Il murales sarà sottoposto a un monitoraggio continuo, a cura del dipartimento di chimica e chimica industriale dell’Università di Pisa, mentre la Fondazione Keith Haring di New York ha deciso di stanziare 60 mila dollari per continuare il progetto di conservazione dell’opera.”
Via | LaRepubblica
Negli ultimi tempi Shepard Fairey non si è spinto troppo spesso oltre i confini americani. La settimana scorsa ha realizzato un nuovo murale a Los Angeles (all’angolo fra La Brea e 2nd Street), nello stesso edificio che qualche anno fa avevo colpito diverse volte illegalmente con i suoi poster.
In fondo al blocco si sta preparando una galleria a cielo aperto dove i lavori di Obey sono esposti insieme a quelli di altri dieci artisti di LA (fra cui Matt Small, Lezley Saar, Mel Kadel, Mercedes Helnwein, Samuel Lowder, Deedee Cheriel).
L’iniziativa si colloca tra il 1 ° e 2 ° distretto di La Brea, una zona ricca di studi di designer e gallerie, che ben rappresenta l’energia artistica del quartiere.
“I proprietari dell’edificio erano molto preoccupati che nessuno dei contenuti potesse risultare controverso. Io ho continuato fedele al mio lavoro… sono andato a spingere i mie messaggi a favore della natura e della pace“, ha dichiarato Fairey. Lo dimostra uno scorcio del murale dove campeggia la scritta High Time For Peace e un albero in cui i frutti sono delle lanterne, simbolo bhuddista di saggezza e pace.
Ma negli ultimi mesi Obey è stato attivissimo tra arte e politica, appoggiando il movimento Occupy Wall-Street (alcune sue immagini sono state riciclate nella campagna Stay Occupied) e con il nuovo poster The Future is Unwritten (Liberty-Shelter-Equity: Libertà-Diritto alla casa-Equità), che deve il suo nome ad una canzone di Joe Strummer dei Clash e che andrà all’asta per raccogliere fondi a favore dei senzatetto.
(Some Photos by Emma Gallegos/LAist)
Alla U of I, la University of Iowa, c’è una ricca collezione d’arte moderna e contemporanea, che comprende un murale di Jackson Pollock del 1946, donato da Peggy Guggenheim al museo universitario nel 1951. Il pezzo considerato un vero masterpiece (capolavoro) ha rischiato più volte di essere messo in vendita per ripianare i debiti dell’università..
Il dipinto è alto 2,5 metri e lungo 6 e, secondo una stima del 2008, il suo valore si potrebbe aggirare attorno ai 100 milioni di euro. Proprio in questi giorni la questione della possibile vendita del pezzo è tornata di grande attualità. Una nuova legge aumenta la tassazione a carico della U of I e la cessione potrebbe garantire u minimo di stabilità economica.
Subito però sono tornate ad alzarsi voci contrarie. L’American Association of Museums ha dichiarato che “un’opera d’arte non può essere trattata come un bene finanziario usa e getta” e d’altronde è vero che una vendita di questo tipo mortificherebbe la fiducia di quanti hanno contribuito alla nascita di un museo dentro l’università, per non parlare del contenzioso che gli eredi di Peggy Guggenheim potrebbero aprire.
Dall’altro lato bisogna anche considerare che la vendita andrebbe a finanziare i fondi dell’università per le borse di studio e quindi gli studenti ne trarrebbero un beneficio istantaneo. Voi cosa ne pensate?
Un murale di Pollock all’Università dell’Iowa rischia di essere venduto

Oggi per il ‘dove si trova‘ abbiamo a che fare con un’opera di arte urbana. Visto che in Italia non si è mai parlato molto di questo movimento, vi dò qualche indizio. L’artista in questione non è europeo, il suo stile ha raccolto l’eredità dei muralisti messicani ed anche un certo tratto dell’arte Naïve.
Di chi stiamo parlando e soprattutto, dove si trova questo grande murales?
Grazie al commento di Marco sul post della street art a Londra, ho conosciuto il nome di Alexandre Farto, l’artista urbano noto come Vhils che gratta i muri, per creare insoliti ritratti.
La curiosità mi ha fatto sfogliare il suo portfolio. L’opera muraria di Londra è molto bella, ma ci sono altre ancora più coinvolgenti.
Artista portoghese che vive a Londra, Vhils attraverso questa sua tecnica, evoca il ruolo che le mura pubbliche avevano ai tempi della rivoluzione portoghese. Spazi attraverso i quali la massa comunicava. Non che questo oggi non avvenga, ma il ruolo è stato ricoperto esclusivamente dalla comunicazione aziendale e pubblicitaria. Vhils, riporta allora in vita il fenomeno, andando a scorticare il tessuto (con scalpello, martello, acidi e altri mezzi), per far emergere la vera natura delle cose. E proprio distruggendo (spesso la stessa pubblicità), crea qualcosa di nuovo.
Nel video, l’artista in azione.
Il proprietario di un pub nel centro di Londra, Princess of Wales, Primrose Hill, si è svegliato martedì con una brutta sorpresa, che potrebbe rivelarsi invece molto buona. Nella notte di lunedì, un’artista urbano, ha dipinto un murale nel giardino del suo pub. Inizialmente infuriato per questo atto vandalico, una volta che ha scoperto che poteva trattarsi di Banksy (ripreso tra l’altro dalle telecamere di sicurezza), ha cambiato idea. E anche se non si trattasse del celebre street artist, il pub ha avuto il suo momento di gloria come nessuna pubblicità comprata potrà mai regalargli.
Cosa può la fama.
Via | The Evening Standard
Murale attribuito a Banksy presso il pub londinese Princess of Wales

Fresco di pubblicazione, in anteprima per i lettori di Artsblog, il video documentario realizzato da Studio Sumatra che ripercorre l’intervento di pittura murale di Cristian Sonda a Viareggio all’interno della rassegna Slam!, ideata, guarda un po’, dal sottoscritto, Lorenzo Mazza aka nabis, ovvero uno degli autori di Artsblog.
Sonda si è messo alla prova con un muro di dimensioni mastodontiche, quasi 80 metri la larghezza totale del pezzo, realizzato in bianco e nero e scala di grigi in tecnica mista rullo, pennello, spray. Un tempo di realizzazione veramente da record, poco meno di 3 giorni di lavoro, grazie anche alla particolare tecnica di pittura performativa concepita dall’artista, che segue anzitutto gli equilibri tra punti, curve e linee di forza.
Nel video l’artista si racconta e parla delle motivazioni che l’hanno spinto a lanciarsi in questa avventura. Sono stati giorni di intenso scambio con gli abitanti del quartiere, che, nella buona tradizione della toscanità, non risparmiavano battute, consigli, critiche all’artista. Ne è venuto fuori un vero ‘work in progress’, dove i personaggi a fianco degli alberi sono spuntati magicamente dal grigio del cemento. Così, il dibattito che l’artista cerca di stimolare, riguarda la responsabilità individuale nei confronti del patrimonio naturale. Ciascuno dei personaggi di questo bosco immaginario evoca ed alimenta un legame, un sentimento che unisce, volente o nolente, l’essere umano agli alberi.
Per chi desidera vedere da vicino il pezzo, seppur in maniera virtuale, ecco il link di Panoramio, da cui potete vedere e scaricarvi una foto composta di tutta l’opera in altissima definizione e vedere la geolocalizzazione dell’opera.

Dopo la bella personale dedicata a Aris, lo Spazio Avia Pervia di Modena ospita da sabato 24 maggio i lavori dell’artista francese Alby Guillame, aka Remed. Face 2 Faith è la prima personale italiana di quest’artista capace di sorprendere con linee semplici e una grande attenzione nel processo di colorazione.
La potenza espressiva di uno stile decorativo, esteticamente suadente, ad un primo livello di lettura. Sotto, la forza di un messaggio, la scoperta di una messa in scena nell’uso del titolo, dei testi. Non è un caso che negli ultimi anni Remed si sia fatto conoscere negli States e in America del Sud, tra pittura e scultura, in studio e nelle strade. Per rendervene conto personalmente, vi rimando al video che trovate dopo il ’salto’ su Continua.
Così, lavorando sui contrasti, tra significato e significante, i suoi lavori arrivano ad un pubblico anche vasto, che non conosce l’arte. D’altronde ogni pezzo è concepito per instaurare un dialogo tra autore e fruitore, ed ogni pezzo si mette in gioco, si riconfigura lasciando spazio al soggetto della visione.

Vi ricordate del MAU- Museo d’arte Urbana di Torino? Vi rinfresco la memoria, si tratta di un insediamento artistico permanente all’aperto collocato nel centro di Torino. Il progetto mira a completare a breve il ciclo di opere all’interno del perimetro urbano del Borgo Vecchio.
Il Presidente e Direttore Artistico Edoardo Di Mauro e Il vice Presidente e Curatore Giovanni Sanna vi aspettano la prossima domenica 27 settembre, giornata in cui è prevista una visita guidata gratuita alle opere del MAU con ritrovo alle ore 10.15 Chiesa Sant’Alfonso in Corso Tassoni angolo via Cibrario. Per maggiori informazioni contattate il numero 335/6398351