Dopo la mostra dedicata ad Alan Rankle e Kirsten Reynolds, aprirà il prossimo 25 marzo alla Fondazione Stelline una collettiva curata da Giorgio Verzotti sul tema dell’essenzialità nella pratica artistica.
50 le opere in mostra, e i nomi degli artisti non lasciano dubbi sulla “semplicità” dei lavori: da Richard Long a Niele Toroni, da Alberto Burri a Lucio Fontana, da Tony Cragg a Bruce Nauman, da Grazia Toderi a Luca Trevisani. Semplicità nelle relazioni e nei significati, semplicità nei materiali e semplicità nell’approccio creativo caratterizzano da sempre i percorsi degli artisti in mostra, ma le loro opere presentano sicuramente una complessità che emerge nel loro lato concettuale e nella reazione emotiva dello spettatore.
Sulla carta, un’esposizione necessaria e più che interessante, in tempi di espressioni artistiche spesso forzatamente complesse e incomprensibili alla maggior parte del pubblico. Inaugurazione il 24 marzo alle ore 18.30, mostra aperta fino al 20 giugno.
La settimana scorsa, parlando della personale di Olivier Mosset a Milano, avevo accennato al gruppo BMPT, formato da Daniel Buren, Olivier Mosset, Michel Parmentier e Niele Toroni. Gli ultimi due sono tra i miei artisti preferiti…e oggi vorrei presentare l’opera di Toroni, artista di origine svizzera.
Quando tanti anni fa vidi per la prima volta una sua opera sulle pareti del Castello di Rivoli, rimasi colpita e affascinata: punti monocromi allineati, impronte di pennello n°50 alla distanza regolare di 30 cm. L’arte di Niele Toroni è questa. Lo stesso gesto, la stessa impronta, l’unica variante concessa è il colore o il supporto su cui viene eseguita. Carta, tela, tela cerata, pareti, pavimenti e soffitti possono accogliere il segno metodico di Toroni, che si adatta allo spazio espositivo con ritmo e costanza. Ho avuto modo di vedere i suoi interventi pittorici in diversi musei e gallerie in Italia e all’estero, e ogni volta ho percepito una sensazione rassicurante di fronte alla primordialità e alla semplicità delle impronte di Toroni, che tanto si allontanano dal pieno di stimoli visivi cui siamo abituati, nell’arte e non.
Ossessivo, minimalista, rigoroso, controllato, sistematico. Sempre fedele, dal 1967. L’artista applica il colore su una superficie, punto. Mette in atto il gesto pittorico essenziale, minimo. “La mia grande utopia, o se volete, la mia grande sciocchezza è credere che vi sia ancora la possibilità di fare qualche cosa dopo Pollock, senza adoperare forme preesistenti, sia valorizzandole, sia svalorizzandole”.