
Fare i bilanci di un evento prende tempo, ma alla fine ci si arriva e se mi sono concessa qualche giorno in più significa che a queste conclusioni ci ho davvero pensato su: infondo a LPM ci ho passato quattro giorni interi insieme al REFF e a tutti gli altri.
Dalla mia esperienza ecco i tre punti che voglio mettere in evidenza
[1] Impatto del meeting
il primo dato è che LPM è, nel suo genere, è un evento molto riuscito: non una mostra, non un festival, ma un meeting, un momento dove realmente professionisti e artisti del settore, accademici, hackers, smanettoni, vj si incontrano, si conoscono, hanno l’occasione di performare davanti ad un pubblico di pari e di farsi in questo senso “una reputazione” di alto valore (appunto perché proviene da membri attivi e riconosciuti di una comunità specifica), di sviluppare progettualità comune, anche a latere di LPM stesso. Parte integrante dell’esperienza diventa il ritrovarsi casualmente insieme in una stessa camera di albergo ed è evidente come il meeting per molti sia diventato un appuntamento, un rituale quasi, dove persone da tutto il mondo si coagulano e convergono per ritrovarsi: il meeting è profondamente sociale.
[2] Ambiente e tematiche
LPM è stato capace di creare una commistione interessante fra il mondo del vjing, della videoarte e del clubbing notturno con tematiche vicine per loro natura al diritto d’autore, alla culture jamming, alle libertà digitali, riuscendo intessere rapporti con frange interessanti dei movimenti queer. E’ così che si è collaudata nel tempo la formula dei quattro giorni, dove le digital freedom stanno in apertura, l’elettronica in mezzo, mentre il visual gender lo chiude: un mashup di generi (in tutti i sensi) e di sovrapposizioni da mantenere.