Grazie all’esame ai raggi ultravioletti sono riemerse parti di affreschi eseguiti da Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze. Le ricerche sono state finanziate dalla Getty Foundation di Los Angeles e dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che da decenni si occupa del restauro conservativo e del mantenimento dei capolavori di Giotto di Bondone.
Per superare alcuni limiti imposti dalla tecnica dell’affresco il maestro fiorentino utilizzò una tecnica di pittura a secco. Col tempo i leganti proteici sono venuti meno e sono riemerse tracce dell’immagine sottostante.
Adesso gli esperti (oltre 35 al lavoro sugli affreschi diella Cappella Bardi e della Cappella Peruzzi - nella foto) si aspettano molto dalla scoperta. Anzitutto dal punto di vista conservativo, questo caso fungerà da esempio. Poi dal punto di vista contenutistico, i nuovi cicli pittorici fanno riemergere le pitture nei lunettoni: il Cristo mietitore, il panneggio del San Giovanni Evangelista, la Donna col Bambino in culla e i decoridel del Banchetto di Erode.
La Madonna del cardellino, una delle opere più celebri di uno tra i pittori più significativi della storia dell’arte, dopo un lungo restauro torna ad essere esposta.
Prima di riprendere definitivamente il suo posto agli Uffizi, la tela sarà oggetto di una mostra monografica dal titolo “L’amore, l’arte e la grazia - Raffaello: La Madonna del cardellino restaurata” a Palazzo Medici, Firenze dal 23 novembre al primo marzo 2009.
Dipinta da Raffaello nel 1506, in occasione del matrimonio del committente Lorenzo Nasi, raffigura la Madonna seduta su una roccia in un bellissimo paesaggio con Gesù bambino e San Giovannino. Quest’ultimo porge a Gesù un cardellino, simbolo di passione.
La tela nel 1547, a causa di un crollo, si strappò in diciassette pezzi e venne successivamente ricomposta “in quel miglior modo che si potesse” come racconta Vasari.
Dopo una lunga serie di interventi tampone, l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ha iniziato nel 1998 il lungo processo restauro.

Niente tavolozza per impastare i colori: è questo il segreto della pittura di Leonardo. E’ la nona edizione di Ecaart, European conference on accelerators in applied research and technology, a Firenze dal 3 al 7 settembre, lo scenario in cui si annuncia la scoperta sulla tecnica pittorica del genio rinascimentale.
Il colorismo della pittura di da Vinci si costruisce direttamente sulla tela o sulla tavola, nella sovrapposizione di strati successivi di materia pigmentaria. Se questo prodigio stilistico era conosciuto fino a oggi come teoria annotata sulle carte del maestro, una ricerca empirica ha permesso finalmente di mettere in luce la peculiarità dell’esecuzione pittorica leonardiana. In questo modo è direttamente nell’occhio dello spettatore che si compie la magia dell’amalgama dei colori.
L’indagine è stata condotta sul dipinto noto come “Madonna dei Fusi” a opera di restauratori dell’Opificio delle pietre dure di Firenze e di ricercatori di Labec, laboratorio di tecniche nucleari per i beni culturali che fa capo all’Istituto nazionale di fisica nucleare e che opera presso il Polo scientifico di Sesto Fiorentino, organizzatore dei Ecaart.
Via | ansa
Foto | Leonardo da Vinci, “Madonna dei Fusi”, 1501, olio su tavola, 48,3 x 36,9 cm, Collezione Buccleuch