
Bologna si appresta a celebrare alla sua maniera la vita e l’opera di Federico Fellini. Il regista, che ha ricevuto in vita 4 Premi Oscar, sarà protagonista di Fellini. Dall’Italia alla luna, un progetto espositivo che vede la collaborazione del Mambo e della Cineteca di Bologna. Arte e cinema per ripercorrere quarant’anni di attività del regista romagnolo a 50 anni dall’uscita di uno dei suoi capolavori, La Dolce Vita. Una narrazione che si discosta però dal mero dato cronologico, per spingersi a indagare la complessa dimensione psicologica del regista. Un immaginario fervido, una confusione regolamentata e tutto il mondo dei dietro le quinte, il carattere eccezionale del maestro.
La mostra al Mambo, a cura di Sam Stourdzé, apre il 24 marzo con due ospiti eccezionali: Emir Kusturica, che, se ben ricordo, anni fa teneva lezioni sul cinema discutendo Roma di Fellini e Sergio Zavoli, amico fraterno del regista. Sempre mercoledì 24 alle 22 al cinema Arlecchino verrà proiettato Amarcord, introdotto per l’appunto da Kusturica.
L’allestimento, partito da Parigi con il nome di Fellini, la grande Parade, arriva a Bologna e si arricchisce di due sezioni del tutto nuove: La magia del fuori sinc, a cura di Tatti Sanguineti e Roberto Chiesi, che ripercorre il profondo rapporto tra Fellini e la voce, e la collezione dei ‘cinemini‘, manifesti originali, provenienti dalla preziosa collezione della Cineteca di Bologna. Fellini. Dall’Italia alla luna prosegue fino al 25 luglio con proiezioni al cinema Lumiere e in Piazza Maggiore e diversi incontri, tra cui quello con Sergio Rubini, previsto per il 27 marzo.
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Una grande mostra al Philadelphia Museum of Art, Picasso e l’Avant-Garde a Parigi (dal 24 febbraio), getta maggiore luce sul ruolo di pioniere che l’artista spagnolo ha giocato nello sviluppo del cubismo e il suo dialogo con il surrealismo e altri movimenti artistici importanti negli anni 1920 e 1930.
Se forse non possiamo parlare di una vera e proprio scuola di suoi seguaci, sappiamo che in settant’anni di intensissima carriera Picasso ha davvero lasciato il segno. L’appuntamento di Philadelphia traccia un percorso fatto di 200 dipinti, disegni e sculture di Picasso, Georges Braque, Juan Gris, Fernand Léger, Joan Miró, la cosidettà ’scuola di Parigi’.
L’arrivo nella capitale francese è del 1904 (a 23 anni), po il il vivace scambio con georges Braque tra il 1910 e il 1913, con cui avrebbe costruito un vocabolario condiviso e una tavolozza dei colori ridotta del beige, ocra, bianco e grigio. Una sezione della mostra intitolata Americani a Parigi tratta degli espatriati tra cui Max Weber, Charles Demuth, e Carles Arthur Beecher.

“L’arte dovrebbe essere qualcosa che libera l’anima, provocando l’immaginazione e incoraggiando le persone ad andare oltre”, con questa citazione si apre l’homepage della campagna pubblicitaria che vede insieme il brand Tommy Hilfiger e la Keith Haring Foundation.
Una frase in cui è racchiuso molto dello spirito di Keith Haring, artista pop per eccellenza, le cui figure, i cui stilemi, sono diventati delle texture riprodotte dall’industria in maniera massificata, alla stregue del ritratto di Cheguevara e di altre icone consunte della postmodernità.
La collezione di scarpe di Keith Haring (la Capsule Collection) presenta modelli tipo ‘sneakers’, a strappo o stringa (che sembrano essere in pelle o similpelle quantomeno) e stivali da pioggia in gomma. A vedere dalle foto sembrano dei buoni prodotti di design e le grafiche di Haring si integrano bene.

Fino ad oggi li abbiamo visti in mostra nelle vetrine di negozi di giocattoli o in quelli di modellismo dal sapore un po’ vintage. Oggi hanno una mostra tutta loro ‘Once Upon A Time Playmobil‘, inaugurata proprio ieri al museo delle arti decorative di Parigi.
Superata ormai la classica contrapposizione Lego vs Playmobil (dove i primi erano considerati più nobili in quanto frutto di un’operazione di montaggio dei mattoncini), la Francia rende omaggio alla Playmobil. La ditta tedesca produttrice dei famosissimi toys è nata nel 1974 e da allora ha prodotto qualcosa come 2,2 miliardi di pezzi.
La mostra sarà aperta fino al 9 maggio e si sviluppa all’interno di quattro grandi ambientazioni che corrispondono agli universi immaginari in cui vivono i personaggi della Playmobil.

Guido Mocafico è un talentuoso fotografo parigino molto affermato soprattutto nel mondo della moda.
Ha lavorato per importanti maison quali Chanel, Hermes, Dior, Gucci e Bulgari ma si è distinto per aver immortalato paesaggi, still life o anche animali, come nel caso di questi serpenti.
Bellissime queste immagini che mettono in risalto la particolarità della pelle dei serpenti, la loro sinuosità ed eleganza, e colgono, con un particolare tocco, il loro lato di creature glamour ed affascinanti.

Jean Jullien è un graphic designer francese che vive a Londra. Recentemente ha tenuto It fell down the stairs (È cascato dalle scale), una personale a La Galerie des Arts Graphiques di Parigi, dove ha presentato le sue illustrazioni. Un linguaggio molto particolare e delicato il suo, che dà vita ai singoli soggetti facendoli uscire dalle cornici.
I suoi ‘omini’, così semplici e così espressivi, si muovono tra una cornice e l’altra quasi per curiosità e per dispetto. Impreziosiscono alcune illustrazioni degli interventi verbali, a volte semplici didascalie, altre volte interventi poetici come la scritta “Go up but don’t grow up!” (Sali ma non crescere!”) che appare sul palloncino d’ un bambino.
Jullien oltre che illustratore è anche fotografo, poster designer, videomaker, costumista e realizza installazioni, libri e vestiti. Parallelamente alla sua prolifica attività professionale e artistica frequenta il Royal College of Art.

Dal 20 novembre la Galleria Bellinzona di Milano (via Volta 10) ospiterà Le Repas frugal, una grafica di Pablo Picasso realizzata nel 1904 a Parigi, momento di passaggio del pittore catalano, tra il periodo blu e il periodo rosa. Le Repas frugal è un foglio inciso con la tecnica dell’acquaforte su zinco, che rappresenta un uomo e una donna seduti a tavola, avvolti in un’atmosfera grigia e irrequieta.
La mensa è povera, l’uomo è sofferente e voltato da una parte abbraccia senza forza la donna che guarda verso di noi misteriosamente, inquietamente tranquilla. L’uomo, che Picasso stesso chiama l’Aveugle (Il cieco), è mangiato dalla fame. Si tratta di un lavoro che riflette molto il periodo di vita che Picasso sta attraversando. Abita in Montmartre fidanzato con Fernande Olivier, senza soldi e senza risorse.
Costretto a uscire poco e addirittura a stare in casa per due mesi di fila perché senza scarpe, vive in un quartiere di poveracci, barboni, mendicanti, prostitute, malviventi e poveri artisti come lui, costretto a riutilizzare lastre già incise da altri pittori. Così è per la lastra di Le Repas frugal, già usata da Juan Gonzales per un suo paesaggio. Proprio questo disegno, inaugura quella che sarà le serie dei saltimbanchi e degli arlecchini di Picasso.
L’esposizione sarà visitabile fino al 15 gennaio 2010 ed è a cura di Carlo Ghielmetti. In mostra la planche originale de Le Repas frugal assieme ad un’estratto del film Le mystère Picasso di Henri-Georges Clouzot.
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La Masquerade, la street art vista dalla prospettiva del tessuto. Lavorato a maglia intorno a pali, sculture, corrimano ed elementi dell’arredo urbano, per dare vita ad un’allegra guerriglia artigianale e provocatoria, tutta al femminile. I loro “vestiti” ed i loro stickers tessili sono sparsi in giro per il mondo, da Stoccolma, città di di partenza, fino a Parigi, Copenaghen, Milano, Amburgo, Roma, Berlino e gli States.
Le loro azioni nelle strade e nelle piazze sono anche una rivendicazione a livello politico che conduce a riflettere sul ruolo della donna nella nostra società. Oggetti che richiamano una femminilità artigianale, il fatto a mano che esce dall’ambiente domestico per ritrovarsi in contesti imprevedibili. Un detournement che è anche un invito al gioco per il pubblico, distratto nel quotidiano incedere dell’urbanità.
Le due artiste dell’uncinetto svedese sono passate proprio in questi giorni da da Firenze, in Piazza della Repubblica, quella del Caffè delle Giubbe Rosse per intenderci, vicino al Duomo. C’è da scommettere che lampioni, pietre, statue e panchine siano state colpite.

Comincia da oggi su Artsblog un nuovo ciclo di interviste che ci porterà a conoscere da vicino alcune delle voci più interessanti della scena contemporanea. Artisti, direttori, critici per una ricognizione che parte dal basso, alla ricerca di quella ‘genuinità del sentimento artistico’ che troppo spesso sembra perduta.
Al di là dei recinti di un mercato sempre più fervente nel depositare strati e strati di pecunia sopra tele, statue, video, romanzi d’avventura e occupazioni spettacolaristiche del mediascape nazionale - tutti oggetti protagonisti di un’arte sempre più lasciva ed autoreferenziale, esistono nuovi dispositivi economici, altri mezzi ed obiettivi perseguibili, nuove modalità relazionali per operatori e cittadini dell’arte.
Il nostro percorso comincia da Fupete, un pittore che seguiamo da tempo per l’originalità della prospettiva e dello stile. E d’altronde con le premesse di cui sopra non potevamo che iniziare con il fascino e la disponibilità di un artista che dichiara: “Quando faccio, voce del verbo fare, arte, rendo fede ad un accordo tacito di svelare segreti e raccontare sogni al prossimo. È un accordo tacito che ho fatto con l’universo quando ho accettato il dono dell’arte”.
C’è tanto dentro l’arte di Fupete. Sicuramente più di quanto ci si possa aspettare da un’artista che in passato ha avuto il coraggio di intitolare una sua mostra ‘Punkie Totalista’ . Uno stile leggero e diretto, molto infantile nell’esprimere tutta la libertà di cui ha bisogno.
La sua prima personale a Parigi dal 9 settembre presso Since.Upian.Artspace presenta una serie di dipinti di matrice astratta frutto dell’ultima produzione dell’artista italiano. In mostra anche un’esclusiva installazione che si richiama al tema della pirateria.
In “Jolly Roger”, Fupete innalza la sua bandiera nera con ossa e teschi, per condurre la sua traversata artistica verso nuovi orizzonti. Un universo cacofonico, popolato da personaggi misteriosi. Segni e colori che rimandano a mitologie antiche rivisitate con l’illusione e la leggerezza del presente.