Bruce Wrighton aveva trentotto anni quando è morto nel 1988. Fino a quella data ha dedicato una parte del suo tempo a “ritrarre” la popolazione statunitense degli anni’80. Le sue fotografie costituiscono una testimonianza preziosa della quotidianità della classe lavoratrice americana, spesso colta proprio sul luogo di impiego e in abiti da lavoro. Che si tratti delle tradizionali tute in jeans che si sono impresse nell’immaginario collettivo, della divisa di Woolworth o dell’uniforme di una guardia giurata, non si può ignorare la volontà di evidenziare l’aderenza al ruolo ricoperto.
E’ a questa singolare suite di ritratti che la galleria Les Douches di Parigi dedica un’esposizione che comincerà il 16 novembre per terminare il 23 dicembre 2011. Una serie di portraits bruts istantanee urbane catturate con una 20 x 25, che trasmettono i tratti di una settantina di persone che avevano accettato di posare per lui. I tempi relativamente lunghi, la preparazione minuziosa e la presenza visibile dell’apparecchio, favoriscono lo sviluppo di una profonda interazione tra l’artista e i suoi modelli. Una macchina che si impone massiccia come il segno visibile di un patto di fiducia tra rappresentante e rappresentato.
Il procedimento adottato da Wrighton si basava sull’ascolto delle persone che avrebbe ritratto. Mettendo al centro dell’attenzione prima di prenderle in foto, “soggetti” solitamente ignorati (e a volte persino isolati) dalla società, faceva in modo che si sentissero a proprio agio “rimettendoli letteralmente al mondo”. I loro visi stanchi, usurati al pari degli abiti che portano, descrivono quella rassegnazione che si esalta nella messa a punto di silhouette scultoree che si stagliano su fondi netti e pieni. Si tratta di “une tenerezza comunicativa capace di imprimersi sulla pellicola” e di svelare “l’emozione intensa che si cela nella sagoma di una boccaccia, nel disegno indiscreto di un tatuaggio o nella stampa di una t-shirt sporca. Perché ogni dettaglio nasconde una storia.
Per una volta è il “quarto stato” a mostrarsi in un’esposizione. Quella grande massa composta di lavoratori accaniti, piccoli commercianti e vagabondi pronti a tutto per sbarcare il lunario, che riempiva le strade della captale francese durante il XIX secolo, è infatti la protagonista di una grande mostra al Museo Carnavalet specializzato nella storia della ville lumière, fino al 26 febbraio 2012. Solo che non si tratta di un percorso tra pizzi e trini, velluti e denari, bensì di una “ricognizione approfondita” e tematica, nella vita degli strati operai della popolazione che animava le stradine piuttosto che i boulevard (tradizionalmente dedicati alle passeggiate borghesi e allo shopping dell’epoca). Una massa eterogenea ben lontana dai connotati feroci e romantici che emergono dalle brume della Rivoluzione francese, analizzata nello svolgersi quotidiano più minuto.
Quello che stupisce è proprio l’insieme di abitudini misconosciute alla maggior parte dei visitatori, dai codici dell’abbigliamento all’alimentazione, l’alloggio e il tempo libero, ogni aspetto dell’esistenza popolare passa sotto l’attenta lente d’ingrandimento della curatrice Miriam Simon, conservatore-capo al Cabinet des arts graphiques du musée Carnavalet, coadiuvata da Elodie Massouline, per ricostruire, attraverso una ricca iconografia, documenti d’archivio e numerosi oggetti raccolti da una ventina di musei diversi, l’interezza del panorama umano del secolo XIX°.
E’ un mondo colorato e rumoroso fatto di straccivendoli e lavandaie, di immigrati stagionali e di strani personaggi “impiegati” a vario titolo nei tanti cabaret parigini, uno spaccato che si ispessisce presentando quegli effetti dei moti rivoluzionari, dell’industrialismo e dell’aumento demografico, che peseranno sulle condizioni generali di vita (non ultime quelle terribili dei bambini) con i segni dolorosi della precarietà e dell’emarginazione.
Via | carnavalet.paris.fr
Una donna dallo sguardo sottilmente antropologico, una fotografa che sapeva scavare negli occhi della gente e che faceva di quel mondo dimenticato il suo soggetto prediletto. Trent’anni di passione per l’immagine si riassumono dolcemente nella figura di Diane Arbus, superba descrittrice “dei deviati e degli emarginati”. Il Jeu de Paume di Parigi dedica la prima retrospettiva francese, che si terrà a partire da domani fino al 5 febbraio 2012, proprio a lei che, proveniente da una famiglia di ricchi commercianti ebrei di origine russa, scelse di rappresentare gli angoli umani più abbandonati dell’America degli anni ‘50 e ‘60. Più di 200 le fotografie coinvolte nella mostra, comprese quelle che sono considerate vere e proprie icone del suo lavoro (molte delle quali mai esposte prima in Francia), che rende omaggio a un’artista che ha letteralmente rivoluzionato l’arte della fotografia, aprendole porte inaspettate. Le sue “allegorie” riscoprivano infatti i legami tra l’apparenza e l’identità svelando volti che ancora oggi penetrano dritti allo stomaco.
Travestiti, malati gravi, nani, handicappati, nudisti… sono spesso altre facce di New York, (sua linfa vitale e al tempo stesso terra straniera), ombre solo apparentemente sgraziate, di una città che pretende di mostrarsi sempre perfetta, e per farlo nasconde coloro che in questo “quadretto degli USA felici”, non riescono assolutamente ad entrarci. Anime attraversate dalla crudezza del teatro della vita, di quello stesso palcoscenico che le ha condannate a sterili spettatori. Nell’obiettivo c’è la rivendicazione delle loro battaglie, la partecipazione a quel dolore sordo, che gridano muti e che traspare sulla pellicola grazie all’incredibile sensibilità di Diane. L’opera della Arbus è intima e sconvolgente per la sua purezza, per quello sguardo diretto che non rifiuta di posarsi su ciò che ci sciocca e invita deliziosamente allo sconvolgimento. Perché bisogna vedere per “celebrare le cose per quelle che sono!”.
Via | sortiraparis.com

Ieri girando su internet ho beccato l’immagine di un graffito che avevo visto, me lo ricordo bene, per le strade di Parigi. Si trattava dell’immagine dell’ombra di un lampione disegnata sul manto stradale. Mi ricordo che mi rimase impressa perché di giorno non riuscivo a capire cosa fosse, poi ci passai una sera e l’ombra, ché la luce artificiale non si muove mai, era lì, proprio dentro il suo graffito.
Ieri così sono rimasto davvero sorpreso quando cercando ‘shadow graffiti‘ (graffiti d’ombra) su Flickr ho trovato diversi risultati. Tutti pezzi fatti sull’asfalto, segnalano la presenza di altri oggetti, che a volte ci sono, altre volte erano solo di passaggio.
Il fascino dell’ombra così come quello del graffito sono legati all’effimero e alla caducità. Il tentativo di tenere insieme questi due elementi conduce a volte a risultati inaspettati, che imprimono sul terreno la memoria del passaggio degli oggetti e del susseguirsi del ciclo del giorno e della notte. Un tempo sospeso quello dei graffiti ombra, realizzati proprio a partire da ombre reali, come si trattasse di disegnare con un proiettore luminoso che ingrandisce gli oggetti su una parete.

Jana & Js sono una coppia di stencil artist (pochoiristes) davvero molto bravi. Lei ha 24 anni ed è austriaca, lui 28 ed è francese. Lavorano insieme dal 2006 e fanno parte del collettivo WCA, con l’Artiste-ouvrier (l’Artista Lavoratore), 6lex e Marybel. Dopo aver vissuto a Madrid e Parigi, i due ora vivono a Salisburgo, in Austria.
La loro ricerca si muove alla scoperta delle dinamiche dello sguardo nell’ambiente urbano. In genere scelgono lo stesso edificio. Molto spesso i loro disegni rappresentano soggetti (giovani ragazze e ragazzi) intenti a fotografare, a scrutare. Persone colte nell’atto di “sporzionare” la realtà, selezionandola attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica, spesso vecchi apparecchi vintage che aumentano la resa scenografica degli stencil.
Pur con la precisione che la tecnica dello stencil permette, i soggetti rappresentati sono a volte resi con colori sbiaditi, come a dare una patina di vintage alle loro esistenze. Sguardi che si incrociano attraverso l’occhio della camera inquadrando dei cambiamenti nello spazio urbano in un gioco di specchi e mise en abîme. Ritratti di esistenze dipinte sui muri e già incorniciate nel bordo di una Polaroid che si guardano nella loro immobilità e chiamano i passanti, gridando quasi aiuto o emettendo una richiesta d’attenzione.
WILDBITS (Pierre Mersadier) @ CINESTHESY1.0 (FULL) from PIXELS Transversaux on Vimeo.
Il 1° novembre a Parigi si chiusa la prima edizione di Cinesthesy, festival interamente dedicato alla videoarte a cura di Les Pixels Transverseaux. Un bella cinque giorni - il festival debutta il 27 ottobre presso il Centro socioculturale Madeleine Ribérioux (quartiere Créteil) - dove si susseguono proiezioni, workshop, performance dal vivo.
Fra i partecipanti si fa notare con il suo WILBITS Pierre Mersadier (vieo in alto in versione integrale). Originale e simbolico, il video è interamente realizzato in PureData e rappresenta la nascita, l’evoluzione e lo sviluppo di un essere digitale in tre atti:
Atto I: MaMan - Un essere emergente nasce da un magma digitale costituendosi prima attraverso un ritmo e successivamente in una rete di cifre.
Atto II: LaChose (LaCosa) - Adolescenza gioiosa di questo essere dai colori aciduli, che si forma e si deforma su inconsueti paesaggi sonori.
Atto III: MortCité - Dissoluzione di questo essere che abbiamo visto nascere e crescere, assorbito da una città oscura e rumorosa.