Pochi giorni fa è scomparso Mike Kelley, le fonti giornalistiche locali parlano di suicidio, anche se non è ancora certo. Era uno degli artisti più importanti degli ultimi decenni, rappresentato da Gagosian, ha partecipato alle Biennali più importanti e le sue opere potevano raggiungere quotazioni stellari. Nato e Detroit e di base a Los Angeles, Kelley era il punto di incontro tra l’arte pop, il punk e il grunge; non è possibile etichettarne valori ed estetica, lui semplicemente spurgava lo straniamento di un’identità tutta da definire, in bilico costante sulla minaccia tutta americana simbolizzata dalla L di loser (perdente).
Tony Oursler, suo amico, lo considerava un genio, una mente poliedrica e capace in tanti ambiti differenti; Kelley, famoso ai più per le installazioni di peluche, era anche fotografo, illustratore, musicista, critico e scrittore, e infondeva una connotazione macabra nei suoi lavori per dissacrare le ipocrisie della società consumistica.
In Italia ha esposto al Castello di Rivoli nel ‘92 con la mostra Post Human e più di recente con una retrospettiva al Museion di Bolzano (2009). In questo video racconta di come sono nati gli “stuffed animals” quando ha iniziato negli anni ‘80 a interessarsi della culto della comodità e dei pericoli che avvolgono il mondo dell’infanzia; le tematiche più crude e fastidiose venivano allora vissute e accompagnate, mai gudicate a distanza, così si libera il flusso creativo.
Nella lunga tradizione delle riproduzioni dei classici dell’arte, ovvero i capolavori di tutti i tempi rivisti dagli artisti secondo il prorpio stile personale, oggi mettiamo anche Jocelyn Grivaud che in occasione del cinquantesimo anniversario della bambola ha realizzato il progetto Ma Muse Barbie m’amuse.
Un modo nuovo di vedere certe icone artistiche come La ragazza col turbante, la Monnalisa, la Venere di Milo oppure il ritratto di Marylin Monroe fatto da Andy Warhol al culmine del momento pop.
Ma è anche un nuovo modo di vedere Barbie, la bambolina che tutte hanno avuto e che spesso è stata guardata con sospetto per le sue proporzioni da supermodel; devo dire che customizzata è senza dubbio più interessante, e magari ci scappa anche un momento educativo per raccontare qualche scampolo di storia dell’arte ai bambini.

Mi piace la domanda che si pone l’artista Stefan Gross: ” l’arte è qualcosa di più di una forma come un’altra di spazzatura, è un tipo di spazzatura sostenibile o eco-friendly?”. La risposta è forse, ma poi come le ciliegie, una domanda tira l’altra e si finisce a incespicare sul concetto di durata degli oggetti, con amletici dubbi tipo: un oggetto che esiste da tempo, è già stato buttato o è da buttare?
Nella serie Sustainable Trash, Gross ha creato una serie di installazioni per indagare la zona grigia degli scarti culturali e materiali, si sofferma sulle necessità spirituali dell’essere umano, sui suoi bisogni più profondi.
Gli oggetti in questione, in prevalenza giocattoli, vengono “rivisti” dall’autore che vi aggiunge organi umani e li fa sciogliere e squagliare come a dire: “usami fintanto che ci sono”. Non si sa quanto dureranno queste cose, non si sa quanto a lungo ci piaceranno; la plastica -materiale everlasting o quasi- suggerisce la lunga distanza, ma il fattore umano si ribella all’ordine costituito e va alla perpetua ricerca di qualcosa di nuovo da buttare via.
Un luna-park artistico, verrebbe da dire, guardando le sculture e le installazioni di Don Porcella, artista americano folk, new naif, che ama i riferimenti e l’iconografia dei giocattoli e comunque dell’oggettistica riferita alla dimensione infantile. Dandogli un twist però, attraverso la provocazione.
Don si inventa continuamente tecniche e assemblamenti di materiali per le sue sculture, spesso antropomorfe, come nell’installazione “There You Remain in the Drain of the Mainframe Food Chain”; dove due adulti fanno il bagno al sole in un posto immaginario e sperduto, ma aspetta. Una certa inquietudine traspare sui loro volti fatti di scovolini colorati. Sarà perchè, tra i vari oggetti pop che riempiono la scena (le sneakers, le birre, lo stereo e gli occhiali da sole, i nachos!) alle loro spalle incombe un grosso tacchino/avvoltoio con chiare intenzioni?
Quest’opera è un perfetto esempio di catena alimentare post-moderna: ecco dove si interrompe il puerile desiderio umano di scavalcare tutto in nome del proprio divertimento. I colori sgargianti richiamano l’urlo della natura, e gli oggetti pop nulla potranno. C’est la vie. Con gli amati scovolini, materiale estremamente versatile che forse richiama l’adattabilità del comportamento umano, Porcella si diverte a comporre un po’ di tutto: parti anatomiche, teste di zombie, corpi alieni e varie tipologie di sneakers, uno degli oggetti più diffusi del pianeta.

L’artista britannico Alan MacDonald crea dipinti apparentemente tradizionali che hanno una nota sovversiva in agguato sotto la superficie. Nelle sue opere dipinge ritratti nello spirito dei maestri olandesi, in cui incorpora prodotti o oggetti moderni. A caratterizzare ulteriormente questi strani accostamenti sono le frequenti didascalie poste sotto l’immagine principale. Le parole in questione sono spesso tratte da canzoni pop contemporanee e aggiungono un nuovo strato di significato all’immagine.
La combinazione di elementi crea in ogni opera una narrazione che prende in prestito, incrociandoli tra loro, immaginari che provengono dal mondo della storia dell’arte quanto dalla cultura popolare contemporanea. Damigelle in vespa o in monopattino, signorotti con le buste di patatine Walkers e altri incongrui accostamenti determinano - in una improbabile commistione di Rembrandt e Warhol - un effetto perturbante e ironico. Notevole.

“Pacific Standard Time: Art in L.A. 1945-1980″ è un’imponente e importante iniziativa che celebra l’arte californiana dal 1945 al 1980. Andrà in scena dal prossimo ottobre fino ad aprile 2012 e vedrà coinvolte oltre sessanta le istituzioni culturali californiane - tra cui il Getty Museum, il LACMA, il Museum of Contemporary Art, la Filarmonica di Los Angeles e il Watts Towers Arts Center - in una sei mesi di mostre, performance e retrospettive.
L’evento interesserà non solo musei e centri culturali, ma invaderà anche le strade: oltre alle 50 mostre, fondamentali per la storia dell’arte californiana, andrà in scena il Performance Art and public Art Festival, che si svolgerà dal 20 al 29 gennaio 2012 e che riproporrà dal vivo le più celebri performance degli anni ‘60 e ‘70. Il direttore del Getty Research Institute racconta com’è nata la necessità di questa mostra-evento:
“L’arte moderna in California si è andata sviluppando con modalità proprie ed originali rispetto alla scena artistica di New York e degli altri principali centri artistici mondiali. Una storia caratterizzata da poco espressionismo astratto, ma in compenso da tanta pop art, arte performativa, e interessanti rivisitazioni dell’architettura modernista del surrealismo. Pacific Standard Time intende rendere giustizia e cambiare radicalmente il nostro modo di guardare a questa scena artistica, per troppo tempo considerata ingiustamente di serie B”
E ancora Michael Govan, direttore del Los Angeles County Museum of Art:
“Non era mai successo in passato in nessuna parte del mondo che un numero così grande di istituzioni culturali di una stessa regione lavorassero in concerto per un progetto comune. Per anni queste istituzioni sono state silenziosamente coinvolte in un mastodontico lavoro di ricerca storica. Abbiamo intervistato gli artisti, ne abbiamo schedato gli archivi, riportando alla luce materiale dimenticato o persino opere inedite”.
Via | Sito ufficiale
Questo video, “pulled out my worm”, è la presentazione della seconda personale che l’artista di San Francisco Jeremy Fish espone alla Joshua Liner Gallery, nel Chelsea Arts District di New York, che inaugura il 21 giugno 2011 e sarà aperta fino al 16 luglio 2011.
Personaggi bizzarri, contorni in neretto, stile baroccheggiante e colori da cartone animato, il mondo di Fish attinge in pieno dalla cultura popolare ed è sempre focalizzato sulla narrazione; questa mostra dipana i racconti dei personaggi che orbitano attorno ad esso: artisti, skaters, rappers, atleti, spogliarelliste.
Tutti accomunati dal fil rouge dei suoi dipinti in acrilico, gli story-paintings che narrano pezzi di vita anche grazie alle registrazioni mp3 delle voci dei protagonisti. Una delle voci più affascinanti è ovviamente quella di Snoop Dogg che racconta alcuni episodi della sua infanzia; invece l’artista Mike Giant ricorda i tempi all’inizio della propria carriera, nella Londra dei primi anni ‘90.
Apre i battenti a Perugia questo sabato 21 maggio 2011 al Centro servizi Galeazzo Alessi di Perugia (via Mazzini) Keith Haring… e la pop art, sessanta opere (tra stampe, litografie, quadri e installazioni), provenienti da galleristi e collezionisti italiani e americani.
A fianco di uno dei pionieri della street art, fino al 3 luglio in Umbria, ci saranno anche quaranta opere di autori come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Mario Schifano e Franco Angeli.
La mostra è organizzata da Angelo Ciliani di Pubbliwork Eventi e vuole offrire un piccolo scorcio della scena artistica newyorchese degli anni ottanta. Una ventina di opere saranno esposte in maniera ‘diffusa’, nei negozi e negli esercizi della città (a questo link trovate la lista precisa).
Torniamo ancora a parlare di Andy Warhol oggi. Il fascino del genio della pop art non finisce mai di stupire a livello di mercato. Nell’asta di ierisera da Sotheby’s, Contemporary and Post-war Paintings la sua Coca-Cola (4) (Large Coca-Cola), ha superato di oltre 10 milioni le stime di prevendita, arrivando ad essere battuta per 35.360 milioni di dollari.
Nella notte di lunedì invece, da Phillips de Pury & Company, un quadro del 1962 di Warhol, Men of her life (Gli uomini della sua vita), che ritrae una giovane Elizabeth Taylor in mezzo ai suoi mariti, è stato battuto per 63,3 milioni dollari.
Si tratta il secondo prezzo più alto mai pagato per un Warhol, dopo i 71.700 milioni di dollari raccolti da Christie’s per Green Car Crash (Green Burning Car I - 1963)” nel 2007. Proprio da Christie’s stasera è in vendita un’altra Campbell Soup… e direi che le case d’asta devono ringraziare il fascino che questo artista continua ad avere tra i collezionisti.
Dal 19 dicembre al 21 marzo, il MoMa di New York rende un omaggio particolare a uno dei massimi rappresentanti della pop art. Non sarà la solita (ben accetta, intesi) mostra su Andy Warhol, bensì una retrospettiva dedicata a un aspetto molto particolare della sua produzione artistica: il cinema, le sue sperimentazioni.
La mostra, intitolata “Andy Warhol: Motion Pictures” offre al pubblico uno spaccato esaustivo della sua opera cinematografica in bianco e nero e delle varie sperimentazioni: Warhol decise infatti di girare i filmati alla velocità consueta, ma di proiettarli a una velocità inferiore, un po’ come succedeva per molti film muti.
L’effetto, ovviamente, è straniante. Ma il MoMa fa di più: una parte delle pellicole che Warhol realizzò tra il 1963 e il 1966 è stata portata su dvd, con il miglioramento di qualità che noi tutti conosciamo. Insomma, ottima l’idea di dedicare la mostra a uno degli aspetti più singolari e meno conosciuti del maestro della pop art. Peccato che sia a New York.