Il resto dell’ambiente è completamente invaso di opere. L’ho chiamato “Il Deposito” volendo con questo non sottolineare il caos o la sensazione di qualcosa di abbandonato, ma la quantità impressionante di materiale che vi è raccolto, una summa di simbologie, immagini, suggestioni che hanno affollato la mente di Banksy e che sono state riversate in questa stanza: quindi un deposito simbolico.
Principalmente siamo di fronte a tele, piccole, medie o anche grandi. E a due installazioni. Un bidone della spazzatura in metallo dentro il quale c’è un quadro con una scritta prodotta attraverso una colata di vernice bianca: “è qui che io dipingo“. La linea fuoriesce dal quadro debordando sul bidone e lungo il il pavimento, con un messaggio preciso: “i miei quadri adesso li vedete appesi in un museo, ma vengono da un’altra parte…”. L’altra è invece la riproduzione di un pezzo di strada in mattoncini graffitata, di minore impatto. Tutt’intorno, ogni pezzo di parete è occupato e, nonostante le opere siano estremamente ravvicinate, l’effetto complessivo è molto armonico.
Ecco la prima immagine che si incontra subito dopo il suo studio. Una Marlyn Monroe ritratta su una bottiglia con un dente in meno. E ancora icone della guerra, dello sfruttamento (come il bambino africano con la maglietta “I Hate Monday” o l’altro che spinge un risciò con sopra due obesi occidentali, intenti a fotografarsi via cellulare), una bambina kamikaze, un altare della patria, un parlamento fatto di scimpanzé, ancora icone classicità ironicamente rivisitate con nasi finti, baffi, freccette appiccicate sulla fronte, un grafico che mette a confronto la crescita della repressione poliziesca con la produzione degli street artist dove la linea è un getto di pittura… Due i miei preferiti. Uno, lo avete intuito, è questa tela formato gigante con militari ancora in assetto da sommossa che corrono in questo verde brillante raccogliendo delicate margheritine gialle. L’altro è un quadro di dimensioni più ridotte, quadrato, dove una donna di mezza età con grembiule e occhiali intenta a sistemare amorevolmente il fazzoletto che copre quasi per intero la faccia del figlio punk: l’immagine di un impossibile e tenerissimo idillio familiare inglese, dove un conflitto generazionale di dimensioni gigantesche viene momentaneamente risanato. L’ultima tela e ancora un messaggio dissacrante rivolto al pubblico: su un quadro preesistente una scritta rosa acceso invita tutti all’uscita a comprare i gadget della mostra…
Prossima tappa: “Lo Zoo”.
Banksy Vs Bristol Museum - Il Deposito
Continua a leggere: Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 2, scena 2 - Il Deposito]
Nel mondo privato di Banksy si arriva con una dichiarazione del Museo di Bristol scritta a caratteri cubitali: “La collaborazione fra l’artista e il Museo si è limitata alla realizzazione della mostra presente: non supportiamo in alcun modo le attività illegali al di fuori della medesima…”. Lo so, è più una formula in legalese che altro, ma mi ha fatto sorridere, comunque un bell’ingresso.
La seconda cosa percepita è l’abbassamento delle luci: calde, soffuse, quasi una penombra - come se fuori ci fosse il sole, ma chi sta dentro la casa ha deciso di abbassare un po’ le tapparelle - e molto bel studiate. Il soffitto è stato abbassato con un espediente: su una rete in fil di ferro che ne copre l’intera estensione è stato montato un tessuto in plastica verde scuro quasi fatto a brandelli, come uno di quei tessuti mimetici che vengono utilizzati dai militari in guerre e addestramenti.
E finalmente la stanza/studio, un’idea raffinatissima se pensiamo a due dettagli. Banksy è attualmente uno degli artisti più famosi e più misteriosi sulla scena internazionale: nessuno conosce la sua identità eppure eccoci proiettati improvvisamente nel suo spazio privato. Bristol, inoltre, come molti di voi sapranno è la città in cui sono comparsi per la prima volta i graffiti recanti la sua firma: Banksy è dunque di Bristol? Che sia esattamente “questa” la sua stanza magari nascosta alla vista di occhi indiscreti solo a qualche isolato al terzo piano di uno dei tanti palazzi in mattini rossi che abbiamo attraversato?
La presenza di questa installazione coglie nel segno e gioca con l’asse immaginario del pubblico e dell’identità dell’artista…
Banksy Vs Bristol Museum - Lo Studio
Continua a leggere: Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 2, scena 1: Lo Studio]
Dall’ingresso si viene gentilmente orientati da un addetto del museo (è l’unica forzatura che si riceve e aggiungo: fortunatamente) a percorrere un piccolo corridoio sulla sinistra. E’ questo l’accesso verso le “Stanze di Banksy”, un ambiente unico diviso in sue sezioni.
La prima è un’installazione che rappresenta lo studio personale dell’artista, la seconda una sorta di “magazzino” dove sono state riversate un numero impressionante di opere (principalmente tele di dimensioni piccole medie e grandi). Ma queste le analizzeremo insieme nel dettagli fra breve.
Intanto mi voglio soffermare su un dettaglio che incontriamo nel corridoio. Non l’avevo notato subito scambiandolo a colpo d’occhio per un quadro preesistente e “fuori mostra”, ma c’era un particolare strano, fuori posto direi, che mi ha indotto a tornare indietro: dei fiori bianchi e quattro candele poste alla base del dipinto un su un ripiano di legno nero. Proprio come fosse un altare. “Dietrofront: qua c’è il suo zampino”, mi sono detta e il segnale era giusto. Così ho scoperto un Michael Jackson in bianco e nero ritratto dentro una capanna con un bastoncino di zucchero in mano (come vedete l’unico oggetto colorato della tela) ambiguamente offerto a due bambini (con un richiamo evidente alla celebre fiaba dei fratelli Green).
Non so se la tela sia stata realizzata prima o dopo la scomparsa del cantante, morto il 25 giugno ovvero meno di 20 giorni prima dell’apertura della mostra, ma il gesto di rendergli omaggio con quell’altare improvvisato riesce con delicatezza a celebrare l’artista pur raccontando le contraddizioni dell’uomo…
Al centro della stanza, un pratino artificiale di plastica su una pedana leggermente rialzata riproduce lo scorcio di una zona ludica per bambini, che sembra strappata ad una delle tante periferie urbane inglesi (e non solo). Qualche fiore sparso anch’esso di plastica, un carrello della spesa ribaltato, residui di spazzatura e al centro l’oggetto più invasivo della scena: il furgoncino/infopoint che fra statue e arredamento originale del museo è un atto dichiarativo: “sono arrivato e adesso sto qua…”.
Sinceramente pensavo che l’installazione finisse più o meno là e invece è il retro a riservare la sorpresa maggiore. Su un cavalluccio giallo a chiazze marroncine, di quelli dove i bambini inseriscono una monetina per godersi una breve cavalcata, un poliziotto a grandezza naturale in assetto da sommossa nel fa splendidamente le veci. Il cavallino dondola ritmicamente e il robot/poliziotto, con casco e passamontagna, che lascia intravedere solo gli occhi stretti a fessura e un po’ allucinati, lo segue, un poliziotto che gioca come a voler dimenticare la sua identità. O forse, nello stridore di questi due mondi congiunti (violenza-repressione-guerra vs gioco) c’è solo poesia: quella di un sogno a occhi aperti, di una realtà immaginifica e profondamente simbolica che si materializza. Proprio come quell’enorme gelato che si squaglia sul tetto del furgone.
Bellissimo un dettaglio, che forse non distinguibilissimo nelle foto: sullo stemma l’uniforme riporta la dicitura “Metropolitan Peace“…
Il viaggio continua con “Le stanze di Banksy, Atto 3″.
Vs Bristol Museum - Il Parco Giochi
Continua a leggere: Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 1, scena 2 - Il Parco Giochi]