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Tutti gli articoli con tag simbolismo

Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 3 - Lo Zoo]

pubblicato da penelope.di.pixel

banksy vs bristol Museum - lo zoo

Quella che vedete è una fotografia dall’alto dello zoo che Banksy ha riprodotto all’interno del museo: una delle stanze più belle e suggestive della mostra.

La luce è molto bassa, ancora di più rispetto all’ambiente precedente, a suggerire l’ingresso dentro una giungla Urbana. Ma le suggestioni sono molto più incisive. Una musica soffusa, bassa, di sottofondo riproduce rumori organici tipici della foreste, che si mescolano a quelli del circo, rendendo l’atmosfera surreale e vagamente inquietante senza però riuscire fastidiosa. Le gabbie sono alte con inferriate che delimitano le opere dal pubblico, creando un percorso naturale all’interno dello spazio. Ogni opera rappresenta un animale (animali del tutto particolari come vedremo nel seguito), protagonista di una scena. Anzi di una “messa-in-scena”. Perché, proprio come degli attori, l’animale è inserito all’interno di un complesso frame narrativo: dei piccoli riflettori molto ben posizionati li illuminano, massimizzando l’effetto.

Le gabbie sono in tutto sette (anzi per essere precisi, sei più una parete con espositori e una grossa ampolla in vetro) e le analizzeremo ad una ad una, raccontando le microstorie di ogni animale. Ricordo una cosa: Bristol è anche famosa per lo zoo che la città ospita, un dettaglio che aumenta le stratificazioni di significato che Banksy è sapientemente a mescolare.

Intanto godetevi una panoramica di questo surreale zoo robotizzato grazie alle riprese di uno spettatore: 1 minuto e 3 secondi di iperrealtà.

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Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 2, scena 2 - Il Deposito]

pubblicato da penelope.di.pixel

banksy vs bristol Museum - il deposito

Il resto dell’ambiente è completamente invaso di opere. L’ho chiamato “Il Deposito” volendo con questo non sottolineare il caos o la sensazione di qualcosa di abbandonato, ma la quantità impressionante di materiale che vi è raccolto, una summa di simbologie, immagini, suggestioni che hanno affollato la mente di Banksy e che sono state riversate in questa stanza: quindi un deposito simbolico.

Principalmente siamo di fronte a tele, piccole, medie o anche grandi. E a due installazioni. Un bidone della spazzatura in metallo dentro il quale c’è un quadro con una scritta prodotta attraverso una colata di vernice bianca: “è qui che io dipingo“. La linea fuoriesce dal quadro debordando sul bidone e lungo il il pavimento, con un messaggio preciso: “i miei quadri adesso li vedete appesi in un museo, ma vengono da un’altra parte…”. L’altra è invece la riproduzione di un pezzo di strada in mattoncini graffitata, di minore impatto. Tutt’intorno, ogni pezzo di parete è occupato e, nonostante le opere siano estremamente ravvicinate, l’effetto complessivo è molto armonico.

Ecco la prima immagine che si incontra subito dopo il suo studio. Una Marlyn Monroe ritratta su una bottiglia con un dente in meno. E ancora icone della guerra, dello sfruttamento (come il bambino africano con la maglietta “I Hate Monday” o l’altro che spinge un risciò con sopra due obesi occidentali, intenti a fotografarsi via cellulare), una bambina kamikaze, un altare della patria, un parlamento fatto di scimpanzé, ancora icone classicità ironicamente rivisitate con nasi finti, baffi, freccette appiccicate sulla fronte, un grafico che mette a confronto la crescita della repressione poliziesca con la produzione degli street artist dove la linea è un getto di pittura… Due i miei preferiti. Uno, lo avete intuito, è questa tela formato gigante con militari ancora in assetto da sommossa che corrono in questo verde brillante raccogliendo delicate margheritine gialle. L’altro è un quadro di dimensioni più ridotte, quadrato, dove una donna di mezza età con grembiule e occhiali intenta a sistemare amorevolmente il fazzoletto che copre quasi per intero la faccia del figlio punk: l’immagine di un impossibile e tenerissimo idillio familiare inglese, dove un conflitto generazionale di dimensioni gigantesche viene momentaneamente risanato. L’ultima tela e ancora un messaggio dissacrante rivolto al pubblico: su un quadro preesistente una scritta rosa acceso invita tutti all’uscita a comprare i gadget della mostra…

Prossima tappa: “Lo Zoo”.

Banksy Vs Bristol Museum - Il Deposito
Banksy Vs Bristol Museum - Il DepositoBanksy Vs Bristol Museum - Il DepositoBanksy Vs Bristol Museum - Il DepositoBanksy Vs Bristol Museum - Il Deposito

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Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 2, scena 1: Lo Studio]

pubblicato da penelope.di.pixel

banksy vs bristol Museum - la stanza

Nel mondo privato di Banksy si arriva con una dichiarazione del Museo di Bristol scritta a caratteri cubitali: “La collaborazione fra l’artista e il Museo si è limitata alla realizzazione della mostra presente: non supportiamo in alcun modo le attività illegali al di fuori della medesima…”. Lo so, è più una formula in legalese che altro, ma mi ha fatto sorridere, comunque un bell’ingresso.

La seconda cosa percepita è l’abbassamento delle luci: calde, soffuse, quasi una penombra - come se fuori ci fosse il sole, ma chi sta dentro la casa ha deciso di abbassare un po’ le tapparelle - e molto bel studiate. Il soffitto è stato abbassato con un espediente: su una rete in fil di ferro che ne copre l’intera estensione è stato montato un tessuto in plastica verde scuro quasi fatto a brandelli, come uno di quei tessuti mimetici che vengono utilizzati dai militari in guerre e addestramenti.

E finalmente la stanza/studio, un’idea raffinatissima se pensiamo a due dettagli. Banksy è attualmente uno degli artisti più famosi e più misteriosi sulla scena internazionale: nessuno conosce la sua identità eppure eccoci proiettati improvvisamente nel suo spazio privato. Bristol, inoltre, come molti di voi sapranno è la città in cui sono comparsi per la prima volta i graffiti recanti la sua firma: Banksy è dunque di Bristol? Che sia esattamente “questa” la sua stanza magari nascosta alla vista di occhi indiscreti solo a qualche isolato al terzo piano di uno dei tanti palazzi in mattini rossi che abbiamo attraversato?

La presenza di questa installazione coglie nel segno e gioca con l’asse immaginario del pubblico e dell’identità dell’artista…

Banksy Vs Bristol Museum - Lo Studio
Banksy Vs Bristol Museum - Lo StudioBanksy Vs Bristol Museum - Lo StudioBanksy Vs Bristol Museum - Lo Studio

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Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 2 - Le Stanze di Banksy]

pubblicato da penelope.di.pixel

Michael Jacson by Banksy

Dall’ingresso si viene gentilmente orientati da un addetto del museo (è l’unica forzatura che si riceve e aggiungo: fortunatamente) a percorrere un piccolo corridoio sulla sinistra. E’ questo l’accesso verso le “Stanze di Banksy”, un ambiente unico diviso in sue sezioni.

La prima è un’installazione che rappresenta lo studio personale dell’artista, la seconda una sorta di “magazzino” dove sono state riversate un numero impressionante di opere (principalmente tele di dimensioni piccole medie e grandi). Ma queste le analizzeremo insieme nel dettagli fra breve.

Intanto mi voglio soffermare su un dettaglio che incontriamo nel corridoio. Non l’avevo notato subito scambiandolo a colpo d’occhio per un quadro preesistente e “fuori mostra”, ma c’era un particolare strano, fuori posto direi, che mi ha indotto a tornare indietro: dei fiori bianchi e quattro candele poste alla base del dipinto un su un ripiano di legno nero. Proprio come fosse un altare. “Dietrofront: qua c’è il suo zampino”, mi sono detta e il segnale era giusto. Così ho scoperto un Michael Jackson in bianco e nero ritratto dentro una capanna con un bastoncino di zucchero in mano (come vedete l’unico oggetto colorato della tela) ambiguamente offerto a due bambini (con un richiamo evidente alla celebre fiaba dei fratelli Green).

Non so se la tela sia stata realizzata prima o dopo la scomparsa del cantante, morto il 25 giugno ovvero meno di 20 giorni prima dell’apertura della mostra, ma il gesto di rendergli omaggio con quell’altare improvvisato riesce con delicatezza a celebrare l’artista pur raccontando le contraddizioni dell’uomo…

Michael Jacson by Banksy
Michael Jacson by BanksyMichael Jacson by Banksy

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Speciale Banksy Vs Bristol Museum [Atto 1, scena 2 - Il Parco Giochi]

pubblicato da penelope.di.pixel

banksy vs bristol Museum

Al centro della stanza, un pratino artificiale di plastica su una pedana leggermente rialzata riproduce lo scorcio di una zona ludica per bambini, che sembra strappata ad una delle tante periferie urbane inglesi (e non solo). Qualche fiore sparso anch’esso di plastica, un carrello della spesa ribaltato, residui di spazzatura e al centro l’oggetto più invasivo della scena: il furgoncino/infopoint che fra statue e arredamento originale del museo è un atto dichiarativo: “sono arrivato e adesso sto qua…”.

Sinceramente pensavo che l’installazione finisse più o meno là e invece è il retro a riservare la sorpresa maggiore. Su un cavalluccio giallo a chiazze marroncine, di quelli dove i bambini inseriscono una monetina per godersi una breve cavalcata, un poliziotto a grandezza naturale in assetto da sommossa nel fa splendidamente le veci. Il cavallino dondola ritmicamente e il robot/poliziotto, con casco e passamontagna, che lascia intravedere solo gli occhi stretti a fessura e un po’ allucinati, lo segue, un poliziotto che gioca come a voler dimenticare la sua identità. O forse, nello stridore di questi due mondi congiunti (violenza-repressione-guerra vs gioco) c’è solo poesia: quella di un sogno a occhi aperti, di una realtà immaginifica e profondamente simbolica che si materializza. Proprio come quell’enorme gelato che si squaglia sul tetto del furgone.

Bellissimo un dettaglio, che forse non distinguibilissimo nelle foto: sullo stemma l’uniforme riporta la dicitura “Metropolitan Peace“…

Il viaggio continua con “Le stanze di Banksy, Atto 3″.

Vs Bristol Museum - Il Parco Giochi
Vs Bristol Museum - Il Parco GiochiVs Bristol Museum - Il Parco GiochiVs Bristol Museum - Il Parco GiochiVs Bristol Museum - Il Parco GiochiVs Bristol Museum - Il Parco Giochi

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Il talismano, Gauguin e i Nabis

pubblicato da Lorenzo Mazza

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Sono sempre stato affascinato dalla breve parabola di vita dei Nabis e dalla dimensione magico-rituale e partecipativa dell’esperienza artistica che praticavano. Tutto cominciò con un piccolo dipinto che Paul Sérusier realizzò nell’estate del 1888 a Pont-Aven, in Bretagna, ispirato e guidato da Paul Gauguin. Sérusier era giunto in città attratto dal nugolo di artisti che gravitava attorno a Emile Bernard e Gauguin.

Mentre si trovava in un giardino all’aperto Sérusier cominciò a dipingere ad olio su una piccola scatola di sigari fatta di legno dalle dimensioni di 22×27 cm. Gauguin, che gli si trovava accanto, cercò di convincerlo a svincolarsi dai limiti imposti dalla rappresentazione della realtà, per avvicinarsi ad un metodo compositivo più onirico e legato all’interiorità. Sérusier, che già si era avventurato nello studio del colore puro e della stilizzazione simbolista delle forme, si lasciò guidare dal maestro e dipinse Bois d’Amour di Pont-Aven (Bosco d’amore a Pont-Aven).

“Come vedete questi alberi? Sono gialli. Ebbene, metteteci del giallo; quest’ombra, decisamente blu, coloratela con una tonalità blu oltremare puro; queste foglie rosse? Dipingetele di vermiglio”, diceva Gauguin a Sérusier. Ne venne fuori un quadro che si posiziona sul confine tra astratto e figurativo, che forse non si pone neanche il problema di stabilire una distinzione, una demarcazione. Quando Sérusier fece ritorno a Parigi con il piccolo dipinto era al culmine dell’entusiasmo e lo mostrò ai suoi compagni di studio, Pierre Bonnard, Maurice Denis, Henri Ibels e Paul Ranson.

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Hieronymus Bosch. Gli incubi di un riccio visionario

pubblicato da Alessandro

74,1 x 81

Un “riccio” inquietante quello di oggi. Nel panorama della pittura fiamminga della seconda metà del XV secolo, spicca per le sue imponenti rappresentazioni piene di creature bizzarre, simboli alchemici e religiosi. Si tratta però di raffigurazioni tutt’altro che estranee agli occhi dei suoi contemporanei, che anzi apprezzarono molto le opere di Hieronymus Bosch, vedendo in esse rappresentate, con grande potenza ed efficacia, credenze e convinzioni morali appartenenti alla cultura del tempo.

Talora le sue creature sono state osservate e interpretate con gli strumenti della psicanalisi. Qualcuno ha visto in Bosch persino un precursore (o un risalente ispiratore) del moderno surrealismo, ma probabilmente si tratta di letture un po’ forzate. Membro della Confraternita di Nostra Signora - e, secondo alcune fonti, anche seguace della setta degli adamiti, che attraverso l’esercizio di riti sessuali tendeva al recupero dell’innocenza originaria, perduta da Adamo - Bosch fu uomo del suo tempo. I suoi riferimenti simbolici attingono all’immaginario religioso e folclorico popolare.

Come forse tutti i veri simbolisti, Bosch è un “riccio” (nel senso berliniano). Crede in un sistema coerente di regole e principi e la sua straordinaria fantasia - che continua ad ispirare la letteratura, l’arte e il cinema contemporanei - non pare rappresentare una realtà complessa, bensì un sistema strutturato in forma coerente, la cui conoscenza, tuttavia, è sempre mediata da un’autorità spirituale superiore.

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Alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna per capire cos'è il simbolismo

pubblicato da odraode

Giovanni Segantini - La vanità (La fonte del male) - 1897

Il termine “simbolismo” ha sempre generato in me un po’ di confusione, perché viene usato per indicare indistintamente diversi gruppi di artisti sparsi tra ottocento e novecento e tra Nord e Sud d’Europa.

Mi soccorre questa mostra che, dopo essere stata a Ferrara, è appena approdata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma.
E’ una diligente rassegna che elenca più o meno tutto ciò che può essere accademicamente definito simbolista.

Si parte dai soliti “proto”, cioè quelli che anticipano ma che ancora non sono, in questo caso il cupo Böcklin (per intenderci quello de “l’isola dei morti”), il preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, con le consuete languide idealizzazioni, e Puvis de Chavannes, che da quando è stato riscoperto è sempre massicciamente presente, a vario titolo, in qualsiasi esposizione sul XIX secolo.

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