
Google è una delle nostra principali “interfacce sul mondo”. Avete mai pensato cosa succederebbe se ad un certo punto questa interfaccia diventasse disfunionale? O cambiasse? O ancora: vi siete mai chiesti cosa si cela dietro i suoi algoritmi di ranking?
Potremmo parlerne all’infinito: è un tema di dimensioni gigantesche. Ma per oggi limitiamoci a presentare l’opera di Leonardo Solaas, “Google Variations”, una serie di micro-esperimenti formali e concettuali che usano diverse strategie per de-naturalizzare il nostro rapporto con il brand, la corporation e la tecnologia Google.
L’opera è accessibile a questo link: divertitevi a perdevi nelle tantissime variazioni, e se l’idea vi piace, consiglio di dare un’occhio anche a “Google, why bother?“, dove un Google apparenemente identico all’originale si trasforma in un’interfaccia del tutto inservibile.

Bellissimi gli esseri digitali generativi di Seaquence, esseri capaci di generare musica.
Di colori differenti, cion forme arcaiche che ricordano quelle dei batteri o di primordiali forme di vita acquatiche, creandoli con un semplice gesto vedrete formarsi davanti ai vostri occhi un ecosistema musicale delicato e armonico: basta andare sul sito che vi ho linkato sopra e divertirsi a giocare. Non è richiesto nessun tipo di competenza particolare e l’interfaccia è completamente intuitiva.
Seaquence è un’opera creata da Ryan Alexander, Gabriel Dunne, Daniel Massey in collaborazione con Gray Area Foundation for the Arts. Quella che vedete è una release alpha del lavoro, che ma me sembra già ottimo.

Finalmente, ecco l’intervista con xname (Eleonora Oreggia). La aspettavo da tempo e lo dichiaro apertamente: poche volte sono stata così soddisfatta di poter pubblicare, e soprattutto documentare, il lavoro di un’artista su questo blog. Con un punto d’onore: a quanto mi dice l’autrice è la prima volta che c’è una documentazione scritta in italiano sul progetto, nato e sviluppatosi inizialmente in Olanda.
Ma torniamo a noi. Ho conosciuto xname nel corso di AHAcktitude. Non sapevo quasi nulla del suo lavoro e per motivi a me ignoti ero addirittura convinta che fosse un uomo: la sua forma fisica è stata dunque il primo piacevole spiazzamento. Poi ha iniziato a descrivere Virtual Entity. Ogni tanto capita: si rimane rapiti da un’idea perché ha la forza di una visione, perchè forse più banalmente e concretamente coglie un aspetto della realtà e lo disvela. Virtual Entity ha queste caratteristiche. A cavallo fra la riflessione filosofica e la software art, il progetto costruisce una vera e propria cosmogonia intorno alle entità digitali (essenzialmente software e file) a cui viene conferito lo status di “unità culturali indipendenti” libere di interagire nel reame giditale, quali primi e concreti attori dell’ecosistema-rete. Entrare nel meccanismo della Virtual Entity è eccitante, specie per chi come me si interroga costantemente sui limiti della proprietà intellettuale (limiti nel senso della sua applicabilità e della reiterata estensione a ogni campo del vivente a cui assistiamo ogni giorno). Quando un file viene rilasciato per la prima volta, il suo autore non si limita a imporgli una licenza (all rights o some right che sia). Il sistema conferisce al file una “soul” (anima), un’informazione genetica primordiale proprio come se fosse un’identità. Il file in seguito avrà una vita autonoma proveniente dalle sue interazioni, che verrà registrata nella cosiddetta “aura” del file rendendone conto. Il punto di partenza di questo lavoro è che, se applicati al dominio digitale, i concetti come proprietà, unicità e autenticità semplicemente non sono più validi e vanno ridefiniti: da qui la necessità di costruire una nuova ontologia.
Tante volte mi sono chiesta perché le Creative Commons e i discorsi sul diritto d’autore che spesso seguo mi provocassero ormai un senso di noia, come qualcosa che fosse già stato detto e ripetuto: se pur parole e strumenti “utili” per la divulgazione e “comodi” per la pubblicazione, li associavo sempre più alla litania di un catechismo laico o a un cane che si morde la coda. Ma il problema che voglio discutere non sono né la mia noia personale né i “preti della cultura libera” (per restare in metafora teologica) che volenti o nolenti instaurano la burocrazia sul processo vivo, quanto l’impianto filosofico: le definizioni utilizzate per riferirsi alle “cose”, prima ancora della (presunta) utilità e delle messe da celebrare, sono il presupposto per potersi riferire alle cose stesse. È questa una riflessione necessaria e preliminare a qualsiasi “discorso”. Volendo, potrei anche discutere la”bellezza” (in questo caso squisitamente formale), quando questa si traduce in etica e visione del mondo.
Virtual Entity è bella e mi ha saputo emozionare. Buona lettura.
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“OUTSIDE IN Ten years of Software Art”, dall’8 marzo al 3 maggio nella Pattern Room della Collezione Maramotti a Reggio Emilia, è la prima mostra in Italia dell’artista americano John F. Simon Jr, ed esplora il percorso decennale di ricerca intrapreso nella Software Art.
I lavori esposti sono cinque, da “CPU” del 1999 a “Visions” del 2009, che rappresentano il percorso intrapreso e le differenze che si sono venute a sviluppare negli anni. Dalla visualizzazione diretta del codice su schermi a parete all’inscrizione dello schermo LCD in strutture materiche (cornici, rilievi a parete e contenitori in plastica e formica) che, seppure trattate e preparate con l’ausilio del computer, ci offrono la visione di vere e proprie pitture/sculture in costante permutazione.
John Simon parte da un disegno mentale in tutti i suoi progetti, a cui seguono gli schizzi che vengono poi trascritti in un codice. Il focus è costituito dalla fusione dell’immagine col movimento (imaging dinamico), che costituisce una piattaforma creativa per l’esplorazione di sistemi.
OUTSIDE IN. Ten years of Software Art - John F. Simon Jr. - Collezione Maramotti - Reggio Emilia




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“Penso sia un bene capire ed immedesimarsi con le cose nella propria vita. Se i computer rappresentano una grossa parte della nostra vita, sarebbe una buona idea provare a vedere le cose dal loro punto di vista. Ma mi aspetto (e spero) che ci sarà un allontanamento dalla tecnologia nei prossimi anni, la gente si stancherà di scambiare la profondità per l’ampiezza di queste relazioni tecnologiche sempre più veloci e superficiali. Oppure la tecnologia dovrà migliorare nell’accrescere, piuttosto che diminuire, il senso di individualità delle persone. Questo potrebbe funzionare altrettanto”
[Tratto da “Jonathan Harris: sentimenti e software art” di Monica Ponzini]

Bresciano, artista e studioso di tecnologie digitali, di democrazia elettronica e di tecniche di comunicazione di rete, Maurizio Bolognini ha all’attivo numerose pubblicazioni, ha insegnato all’Università di Milano, è stato consulente di varie istituzioni e, come artista, ha sul curriculum tante, prestigiose esposizioni.
E’ uscito da poco per la Carocci (collana Biblioteca di testi e studi) il suo ultimo libro, dal titolo Postdigitale. Conversazioni sull’arte e le nuove tecnologie (118 pagine; 11,05 euro). Si tratta di un’introduzione allo studio dei rapporti tra arte e tecnologia. Si esaminano le diverse forme di espressione creativa che si servono di strumenti elettronici e informatici: new media art, net art, software art, realtà virtuale, bioarte, ecc.
Le questioni, talora davvero complesse, sono affrontate attraverso una serie di conversazioni con artisti e scienziati di rilievo internazionale. Il libro si presenta come uno strumento utile non soltanto ad avviare la conoscenza delle più nuove tecniche espressive, ma anche per approfondire l’influenza della tecnologia sui percorsi contenutistici e tematici dell’arte.