Di David Choe e del suo legame con Mark Zuckerberg avevamo già parlato: il fondatore di Facebook, amante della street art, commissionò proprio all’artista statunitense di origini coreane i murales della prima sede del social network, quella di Palo Alto (California). Erano i tempi in cui il presidente di Facebook era Sean Parker, il geniale fondatore di Napster, che a fronte del lavoro di Choe, impose allo street artist la scelta tra due possibilità: o qualche migliaio di dollari o un certo numero di azioni del social network. Non si sa esattamente in che percentuale, pare tra lo 0,1 % e lo 0,25 % del totale delle quote.
Nonostante a Choe l’idea di Facebook all’epoca sembrasse “ridicola e senza scopo”, optò per la seconda opzione. La scelta si è rivelata così milionaria: il recente ingresso del social network in borsa è valutato intorno ai 100 miliardi di dollari, il che significa un guadagno per l’artista di circa 200 milioni. Che sul suo blog commenta così la vicenda:
“Non vi è mai capitato di fare un sogno in cui siete coinvolti in un incidente e di capire che non esistono incidenti, che non ci sono incontri casuali, e che tutto ha uno scopo?”
David Choe diventa in questo modo l’artista più pagato di sempre, davanti anche a Damien Hirst.
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Quella di Fabrice Wittner è un’arte che sta a metà tra la fotografia e la street art. Il progetto che ha ideato si chiama Enlightened Souls ed è ancora in fase di sperimentazione, come dice lui stesso sul sito, e deve essere perfezionato. In molti, infatti, gli hanno mosso critiche sui lavori, soprattutto perché sembrano photoshoppati. Si tratta di una tecnica molto particolare, che parte dagli stencil fino ad arrivare a delle immagini olografiche.
Le “anime luminose” di Wittner sono quelle delle persone che hanno perso la vita a causa del sisma che ha devastato la città neozelandese di Christchurch il 22 febbraio 2011. Il fotografo ha voluto così rendere omaggio alla popolazione, creando questa forma d’arte dall’impatto emotivo molto forte e che riproduce a grandezza naturale le anime delle persone scomparse nei luoghi della loro città. Una seconda serie di opere è stata creata ad Hanoi, in Vietnam, dove Wittner ha ricreato immagini di bambini del nord del paese. Sono in programma anche altri progetti, di cui vi daremo aggiornamenti.
Bilel Kaltoun è un giovane artista franco-algerino ed è l’autore delle opere che vedete in queste immagini. Non è famoso, ma indubbiamente coraggioso. Tanto da volare da Parigi a Tunisi per dare vita al progetto Zoo Project, nato in occasione di una data storica. Il 14 gennaio scorso cadeva infatti il primo anniversario dell’inizio della “Primavera araba“: quel giorno di un anno fa, il presidente tunisino Zine Abidine Ben Ali decide di abbandonare il potere e il paese. Così, dopo oltre un mese di rivolte di piazza con molti morti e feriti, si fa largo una concreta speranza per il futuro della Tunisia e dei paesi vicini. Uomo-simbolo del movimento tunisino è Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce.
Ed è proprio a Bouazizi, insieme a circa una quarantina di altri “martiri”, che il giovane artista vuole rendere omaggio con le sue opere. Opere che ritraggono tutte le persone morte affinché i loro diritti umani e di lavoratori venissero riconosciuti. Da poco meno di una settimana le vie di Tunisi e la Medina sono “invase” da 40 figure a grandezza naturale delle vittime. Sul suo sito ufficiale potete trovare tutte le immagini dello street artist e le ragioni che lo hanno spinto a ideare lo Zoo Project.
Hanksy, i lavori di Banksy rivisitati con il volto di Tom Hanks e l’aggiunta di qualche frasina per rimanere nel contesto comunicativo. Mi perdoneranno coloro che sono capitati su queste pagine con l’idea magari di incontrare street art di qualità. No, qui non si tratta di un emulo di Banksy, ma di una parodia e essenzialmente un’operazione di ricerca di visibilità.
Vi chiederete perché ve ne parlo allora. Mi interessa scoprire che impatto ha la street art sulla società e sui linguaggi contemporanei. Il lavoro di Banksy, un mix di stencil art e comunicazione guerrilla, mastica e fagocita, ricombina. Se vogliamo quello che mette in scena l’artista di Bristol, quel meccanismo di disvelamento dell’opera che fa uso dell’ironia e del cinismo come principali chiavi di accesso, era anche una prerogativa di DadA ormai oltre un secolo fa.
Non so come funzionasse allora per gli emuli dei dadaisti. Ma oggi per la street art possiamo vederne davvero di ogni tipo. Artisti ‘contemporanei’ che utilizzano Banksy per ottenere celebrità ce ne è a bizzeffe. Ma almeno poteva far ridere la parodia in chiave pulp all’italiana, Lino Banksy. Adesso Hanksy, che forse farebbe meglio a dedicarsi agli eco-graffiti. Questo ricalcare Banksy lo trovo abbastanza fine a se stesso, poca ironia e poca attitudine ’street’. Ma a giudicare dalle ricerche su internet, sembra che piaccia molto agli americani, proprio per la sua ilare frivolezza.
E’ già un po’ di tempo che su queste pagine non parliamo di tape art. Una tecnica relativamente nuova, sperimentata da singoli artisti dislocati in varie parti del mondo. Vi ricordate ad esempio dell’australiano Buff Diss o del tedesco El Bocho? L’arte che fa uso del nastro adesivo è molto spesso effimera e trova quindi nelle strade un luogo privilegiato d’espressione. La colla dello scotch è infatti molto sensibile agli agenti atmosferici e ciascun lavoro è destinato a mutare forma e scomparire.
Oggi voglio presentarvi Max Zorn, street artist di Amsterdam che utilizza lo scoth da pacchi per dare vita ai suoi lavori che applica ai lampioni in giro per la capitale olandese. Lui la chiama translucent tape art, lavora con il suo bisturi su più livelli di scotch, disposti l’uno sull’altro perpendicolarmente. Con questa tecnica emergono luci e ombre, lo spessore dei suoi ritratti prende forma. C’è La ragazza con il turbante di Jan Vermeer e un sacco di fotogrammi e citazioni provenienti dal mondo del cinema e dell’arte.
L’idea gli è venuta guardando un amico progettista di automobili, che per i suoi disegni utilizzava lo scotch. Si è così attrezzato con delle lastre di plexiglas e poi ha cominciato a scalare i lampioni. A questo link trovate ua mappa di tutti i suoi interventi.
Si possono trovare un po’ ovunque, sparse per l’Europa, le opere d’arte di Guildor. È una forma d’arte urbana quasi sussurrata, quella che ci regala l’artista italiano. Sono frasi scritte sull’acqua, in inglese o italiano, messaggi che reclamano un loro spazio senza tuttavia urlare. Parole bianche che galleggiano su fiumi, fontane, corsi d’acqua. Guildor ha per ora lasciato la strada per abbracciare il progetto “Write on the water” e dedicarsi all’arte dello scrivere sull’acqua. Nella gallery vedrete alcune sue opere fotografate da Thomas Pagani e il video dei suoi ultimi lavori sui canali di Amsterdam, in occasione del festival Amsterdam Street Art festival girato dal parmigiano Andrea Bertolotti e Bruno Pitzalis. Una nota di Guildor in merito alla sua arte:
“Scrivere sull’acqua vuol dire appuntarsi un pensiero. Significa tenere ben saldo qualcosa che per noi è importante mentre impariamo a far scorrere tutto il resto”

“Wall and Piece” è il primo lavoro di Banksy su carta. Edito da Feltrinelli, è già un libro cult, in cui l’artista racconta per la prima volta l’essenza del suo lavoro poliedrico. Di lui sappiamo solo che è nato a Bristol, che è un genio della guerrilla-fast-art, che è anche regista (immagino ricorderete la nomination all’Oscar per il suo film Exit Trough The Gift Shop) e che è lo street artist di cui probabilmente si sente più parlare. Sappiamo che a oggi i suoi lavori valgono fino a 1 milione di sterline (sarà forse per questo che la sua città natale che tanto l’ha contestato e bistrattato in passato ora cerca in ogni modo di tutelare i suoi stencil?) e che tra le sue opere più famose in molti ricorderanno quelle sul muro di separazione tra Palestina e Israele. A proposito, sono stati avvistati alcuni suoi nuovi lavori in giro per la Gran Bretagna. Dopo il salto tutte le immagini.
Dicevamo. È risaputo anche che Bansky predilige lo stencil, perché ha confessato in un’intervista rilasciata al Sun di essere troppo lento con i murales classici e molto meno bravo. Conosciamo la sua predisposizione alla contestazione, sappiamo che ama mettere in discussione tutto ciò che riguarda il capitalismo, le istituzioni e i luoghi comuni; che è un provocatore nato e che della guerrilla art è stato il pioniere. A questo punto serve davvero conoscere la sua vera identità? O basterebbe semplicemente leggere il suo libro, guardare il suo film e sperare di incappare in un suo lavoro girando per il Regno Unito?
Che fine ha fatto Invader? L’artista francese continua a godere di una popolarità crescente in tutto il mondo, rinforzata dalla diffusione del film di Banksy che lo vede fra i protagonisti. A fine novembre Invader era in America e ha lasciato il suo inconfondibile segno su negozi, edifici e segnali stradali a Elk Grove, in California. I suoi interventi sono stati subito notati in tutta la città e segnalati da FOX40 News, quindi sembra essergli andata decisamente meglio rispetto allo scorso aprile, quando era stato fermato dalla polizia per le strade di Los Angeles.
Ma Invader fa sempre parlare di sé anche in Europa, con un’inaugurazione a Londra, presso la Galleria Outsiders, che presenta un alieno in formato ‘waffle’ sottovuoto. La mostra sarà visitabile fino al 24 dicembre e, come potete vedere dalle foto in galleria, l’artista si è sbizzarrito nell’allestimento. Nel frattempo, in diversi siti intorno a Brixton e a Rathbone Street (Fitzrovia) sono comparse nuove preziosissime creazioni dell’artista, il cui valore sul mercato può raggiungere 35/40.000 euro al pezzo.
Complice la crisi economica, si susseguono così i casi di furto dei mosaici di Invader in tutta Europa. Quello di Brixton Road, un alieno arancione che campeggiava lì da un po’ di tempo, è scomparso, mentre un altro apparso nei pressi di un ristorante in Coldharbour Lane è durato soltanto poche ore.
Non so se avete mai avuto occasione di toccare con mano uno dei mosaici di Invader per strada. Vi posso assicurare che sono ben piantati alle pareti, e chi ha la sciagurata idea di rubarli, deve asportare un bel pezzo di muro.
Negli ultimi tempi Shepard Fairey non si è spinto troppo spesso oltre i confini americani. La settimana scorsa ha realizzato un nuovo murale a Los Angeles (all’angolo fra La Brea e 2nd Street), nello stesso edificio che qualche anno fa avevo colpito diverse volte illegalmente con i suoi poster.
In fondo al blocco si sta preparando una galleria a cielo aperto dove i lavori di Obey sono esposti insieme a quelli di altri dieci artisti di LA (fra cui Matt Small, Lezley Saar, Mel Kadel, Mercedes Helnwein, Samuel Lowder, Deedee Cheriel).
L’iniziativa si colloca tra il 1 ° e 2 ° distretto di La Brea, una zona ricca di studi di designer e gallerie, che ben rappresenta l’energia artistica del quartiere.
“I proprietari dell’edificio erano molto preoccupati che nessuno dei contenuti potesse risultare controverso. Io ho continuato fedele al mio lavoro… sono andato a spingere i mie messaggi a favore della natura e della pace“, ha dichiarato Fairey. Lo dimostra uno scorcio del murale dove campeggia la scritta High Time For Peace e un albero in cui i frutti sono delle lanterne, simbolo bhuddista di saggezza e pace.
Ma negli ultimi mesi Obey è stato attivissimo tra arte e politica, appoggiando il movimento Occupy Wall-Street (alcune sue immagini sono state riciclate nella campagna Stay Occupied) e con il nuovo poster The Future is Unwritten (Liberty-Shelter-Equity: Libertà-Diritto alla casa-Equità), che deve il suo nome ad una canzone di Joe Strummer dei Clash e che andrà all’asta per raccogliere fondi a favore dei senzatetto.
(Some Photos by Emma Gallegos/LAist)
Nel mondo postmoderno, la capacità di superare le contraddizioni genera nuove possibilità di formazione attraverso la creatività. Accade così che alcuni dei 150 impiegati della GDS International, una ditta di Bristol specializzata negli eventi, abbiano avuto un professore d’eccezione, Banksy.
Alla GDS si lavora in vari ambiti: progettazione, credito, vendite, video e informatica. Come accade nelle moderne aziende, il lavoro sul team-building è tenuto in alta considerazione: “conoscere le persone è di vitale importanza“, ha dichiarato il conference director Richard Stirk. Così, per una giornata, un gruppo selezionato di dipendenti ha portato avanti uno speciale ‘esercizio di legame’, per conoscersi meglio al di fuori degli ambiti lavorativi. Lo spunto era quello di celebrare alcuni dei più famosi cittadini di Bristol.
Naturalmente il professor Banksy non è venuto di persona, ma ha insegnato a distanza, attraverso le sue opere. Un gruppo di dipendenti provenienti da reparti diversi sono usciti per una giornata di lavoro in strada. Il compito era difficile ma intrigante, ciascuno doveva scegliere un graffito e ricrearlo personalmente.
L’idea di mettere in scena con il proprio corpo un pezzo di Banksy è sicuramente interessante, implica anzitutto una più profonda e diretta comprensione del suo linguaggio. Le tecniche di rappresentazione vanno poi oltre la semplice ‘messa in posa’, arrivando ad aggiungere o sottrarre significato.
Performare la street art: un’azienda di Bristol manda a scuola i dipendenti con i graffiti di Banksy




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