Dal 13 agosto 2011 il Museum of African American Cinema di Harlem, ospita una mostra intitolata “Manifest: a Conjuration of Radiance”; 35 artisti espongono i loro lavori ispirati a Jean Mchel Basquiat, l’artista afroamericano che morì di overdose il 12 agosto 1988.
L’opening della mostra ha visto la proiezione del bel documentario di Tamra Davis “Jean-Michel Basquiat: The Radiant Child”, presentato l’anno scorso nella selezione speciale al Sundance Film Festival, e in cui viene dipinta l’aura iconoclasta di Samo, nel contesto di un artista di successo, con amici come Andy Warhol e Julian Schnabel, e però suo malgrado sempre a confronto con le problematiche del razzismo.
I lavori in mostra non saranno semplici copie, ma opere di pura ispirazione che verrano messe in vendita; un’occasione d’oro per i fan della storia dei graffiti e di questo street artist antesignano born in Brooklin, che curiosamente però non è mai stato semplice ammirare, a causa delle poche occasioni espositive a lui dedicate.
Foto | Grazia
Shepard Fairey, altrimenti noto e più famoso con la sua Obey Crew, è arrivato a Manhattan nel Lower East Side e per promuovere il libro “Big Lie and Little Truth, Graphic Design and Propaganda in Branding” ha pensato bene di impegnarsi nella decorazione di questa parete gigante.
Il libro, in cui Shepard discetta con Steven Heller e Paul D.Miller, è un’analisi attraverso le immagini di arte e grafica, su come i creativi riescono a manipolare le menti del pubblico.
Il mega stencil promozionale è un fior di loto macroscopico e fortemente autocelebrativo, appiccicato da Fairey e dal suo assistente nell’arco di un’intera -e faticosa, pensiamo- giornata su un muro molto in vista della Bowery, che pare fosse “graficamente disabitato” da almeno un paio d’anni.
Foto | Vandalog
L.S.D Sonic Graffiti (Testing @Penn Station New York) from recyclism on Vimeo.
La città di New York come tutte le metropoli è un groviglio di esperienze sonore; traffico, flotte di persone vocianti, musiche e suoni inaspettati ti investono ad ogni metro. Tanto che è ormai cosa ardua mantenere un filo costante di pensieri, a meno che non vi siate infilati saldamente le cuffiette dell’iPod nelle orecchie.
Un mare di suoni ed effetti sonori che si acutizza e diventa protesta nel caso di Benjamin Gaulon, di cui vedete i lavori sul sito Recyclism; Gaulon è l’autore del progetto Sonic Graffiti, che funziona applicando su uno schermo qualsiasi un congegno speciale -chiamato L.S.D.- che attraverso dei sensori speciali tramuta le immagini in suoni.
Così il bombardamento mediatico che il passante subisce lungo la strada, si acutizza in uno stridere di suoni che per forza cattura la sua attenzione, perchè emerge dal brusio costante cittadino; questa esperienza in sostanza invita il fruitore ad una nuova percezione dell’ambiente che lo circonda, perchè sono ormai troppe le cose che autmaticamente ignoriamo.
Dice lo street artist Dan Witz in un’ intervista a Time Out New York, che il suo stile ha subìto notevoli trasformazioni da quando ha iniziato nel 1978; a causa della politica di zero tolerance verso i graffiti negli anni ‘90, ha dovuto sviluppare tecniche via via più veloci e precise per sopravvivere nel contesto urbano.
Ma cos’è la street art per Witz? Un artista secondo lui, si avvicina alla street art di solito per un senso di ribellione, per l’idea di liberare la creatività al di fuori degli schemi di musei e gallerie (anche se poi alla fine, lì si torna e il cerchio si chiude), e per trasmettere agli altri che nel mondo là fuori ci sono un sacco di cose da fare e da vedere, insomma, datevi una mossa e staccatevi dalla televisione in salotto.
Molto attivo nell’area newyorkese di Greenpoint/Willliamsburg/Bushwick, Witz applica letteralmente le sue opere alla città; nella serie “Do Not Enter” sono gli interventi sulla segnaletica stradale, può esistere un modo più vibile di comunicare con un cittadino metropolitano? Ma ci è piaciuta molto anche la serie “Prank“, in cui ha attaccato a delle facciate di case dei palloni rossi o delle sfere di carta pesta rossa, per produrre un effetto “the face” con le finestre a fare da occhi e il naso rosso sopra la porta che funge da bocca.

Si intitola Once Upon a Wall ed è l’ultimo progetto dello street artist newyorkese Aakash Nihalani, dove mattoncini e parallelepipedi di varie dimensioni si accaniscono verso la natura umana, possiamo forse chiamarla “Taping Art”?
Tracciati con nastro adesivo dai colori fluorescenti e piazzati su un anonimo muro di mattoni grigio, che più neutro non si può, gli elementi geometrici effetto 3D riportano a un mondo virtuale, dove l’emotività umanoide può solo adattarsi a ciò che succede. In un’intervista apparsa sul New York Times nel 2008, Nihalani rivela anche il posto in midtown Manhattan dove fa rifornimento del misterioso scotch che usa per le sue installazioni, che all’origine venivano eseguite nel metrò, sui marciapiedi e in luoghi pubblici, cercando di sfruttare al meglio i dettagli architettonici come base.
Qui rivela anche del riverbero “sociale” rispetto a questa attività: dai passanti che si fermavano per commentare e avere uno scambio di opinioni, al fatto di chiedere a chi voleva rimuovere le sue opere se gentilmente lo aspettavano prima di farlo, così poteva almeno scattare delle foto ricordo.
Il nome Krink è famoso per il minimalismo estetico, le sue mille linee verticali discendenti hanno via via ricoperto caselle della posta, muri e arredamento urbano di New York con il passare degli anni, ma anche certe versioni di iPhone; partito da un idea di Craig Costello, questo brand di markers e pennarelli ha raggiunto presto un notevole successo nel mondo, realizzando collaborazioni con nomi famosi come Nike, Levi Strauss, Mini, Carhartt, Juxtapoz, Colette, Shut Skateboards e Burton Snowboards.
Il 9 aprile scorso c’è stata l’inaugurazione della mostra “Spray Paint the Walls”, nel video che vi proponiamo si vede la preparazione, se vogliamo definirla cos’, delle pareti che saranno il punto focale della mostra; grandi secchi di blu e di giallo diluiti vengono attinti da potenti spruzzatori che poi proiettano il colore in alto sulla parete bianca, lasciandolo colare inesorabilmente verso il basso.
Il vernissage, realizzato in collaborazione con la marca G-Shock (per cui ha disegnato un modello di orologio in un preciso tono di argento satinato) comprendeva anche un’altra parete con tanti quadretti monocromatici.
A condire il tutto, tra un bicchiere di vino bianco e l’altro, come in ogni prima che si rispetti, il duo musicale Creep e Nina Sky, che hanno intrattenuto il nutrito parterre di designer e creativi intervenuti all’evento.
Che io sappia solo Amsterdam è riuscita a mettere in pratica un esperimento simile (ve ne abbiamo parlato qui): un capannone industriale recuperato da artisti, fatto rivivere alla faccia di speculazioni edilizie et similia.
A Long Island, da circa dieci anni, esiste 5 poinz, che come l’NDSM di Amsterdam è una ex fabbrica in cui si sono stabiliti degli artisti. L’ideatore di questa mecca della street art (come è stata definita) di New York è Jonathan Cohen, meglio conosciuto con la sua tag, Meres One.
Hanno lasciato il loro segno artisti da tutto il mondo: Brasile, Svizzera, Giappone, Canada… Da milanese mi viene in mente l’enorme complesso industriale delle acciaierie Falck, in disuso da decenni. Sarebbe la più bella pubblicità per un Expo che non pare decollare.
Street art: lo spazio 5 pointz a New York
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