Duchamp era un grande stratega. Maestro di scacchi e di sovrapposizioni. Credo, che le sue opere siano un frutto intimissimo di un certo modo di applicarsi ad un gioco tanto stimolante. Mi verrebbe quasi da dire che non sarebbe stato il grande artista che è stato se non avesse amato smodatamente gli scacchi. C’è un’armonia segreta nel corteggiamento infido della regina, in quel blandire accuratamente la sposa per catturare il suo muto consorte nel più perfetto dei pièges.
Una specie di democratico scenario nel quale anche l’ultimo dei pedoni può attentare alla somma autorità nemica. Un mondo in cui ognuno procede alla sua maniera, realizzando la più personale delle espressioni. Un pianeta lontano della galassia surreale, figlio di incontri di opache nebulose cubiste e di folgoranti stelle futuriste. Una terra che obbediva alla dittatura materica, che si piegava ad un fare a tratti estinto. Poi è stato Duchamp e il concetto ha cominciato a regnare da sovrano.
La pittura non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe aver a che fare con la materia grigia della nostra comprensione invece di essere puramente visiva.
Video da arwen987
Cappelli volanti che rifiutano di farsi acchiappare, papillon che si annodano da soli, orologi matti, anatre che spuntano casualmente da panieri con coperchio, bocchette dell’acqua che si avvolgono e svolgono a proprio piacimento… sono gli abitanti del mondo surrealista del cortometraggio Ghosts for breakfast del regista e pittore tedesco Hans Richter. Già noto agli appassionati per i prodigi della tecnica in esso contenuti, che ne fanno un vero e proprio gioiellino targato 1927, merita di essere rivisto, se non altro in pillole, per le sue atmosfere.
Una giustapposizione di scene unite da rapporti bizzarri che si collocano nel solco della pantomima e del tradizionale cabaret. I fantasmi che lo animano sono proprio quegli spiritelli che sembrano abitare gli stormi di uccellacci del malaugurio, così come le piante che crescono ad un ritmo a dir poco stupefacente, le scale, gli uomini barbuti, le gambe, le mani staccate, i sorrisi (sfigurati e non), i vecchi vinili, i servizi da tavola in porcellana e le pistole, in un susseguirsi incalzante che si dipana lungo le note accese del compositore Paul Hindemith.
Via | sbkkrs
Apre giovedì 9 giugno 2011 (h 19) alla Fondazione Marconi di Milano Man Ray The Fifty Faces of Juliet, una ricognizione attraverso cinquanta fotografie scattate tra il 1941 e il 1955 da Man Ray alla moglie e modella Juliet Browner, conosciuta ad Hollywood nel 1940. I due si erano sposati nel 1946 a Beverly Hills insieme ad un’altra coppia: Max Ernst e Dorothea Tanning.
Un rapporto documentato attraverso la fotografia, che riporta lo sguardo curioso, mai banale, di Man Ray. Ogni fotografia, ogni scatto, è anche l’atto di scoperta di un nuovo aspetto della personalità e della bellezza della moglie. Ecco perché ‘50 facce’, non si tratta solo di scoprire Juliet in abiti differenti o intenta in diverse faccende. Lo studio sulla donna è allo stesso tempo uno studio sulle potenzialità di approfondimento psicologico del mezzo fotografico, che sintetizza la ricerca sulla luce del maestro. Solarizzazione, retinatura, sovrasviluppo e ritocco con pastelli colorati, carta velina e carte semi trasparenti utilizzate nello sviluppo del negativo in camera oscura.
La mostra, ad ingresso gratuito, sarà visitabile fino al 29 luglio 2011.
Man Ray, ‘The Fifty Faces of Juliet’ alla Fondazione Marconi di Milano









Eccoci ad un nuovo capitolo dei Giochi di Artsblog. Vediamo un po’ se siete così bravi da indovinare titolo e autore di questo dipinto.
Come al solito, aspetto anche un piccolo ‘resoconto della vostra visione’. Cosa vi comunica e dove vi porta questo quadro?
Eravamo abituati a sentire notizie di questo tipo provenienti dal Giappone o da Dubai. Oggi invece sono i cinesi ad uscire con un’idea alquanto stravagante. Il nuovo progetto di sviluppo della Baia di Xiamen, prevede che il territorio, le colline circostanti, assumano l’aspetto dei paesaggi in cui era immerso Salvador Dalì a Cadaqués, in Costa Brava, in Catalogna. Un ambiente mediterraneo dai colori accesi e brillanti, ma allo stesso tempo profondi e cinerei.
In questa prima fase dei lavori, gli esperti cinesi stanno effettuando delle ricognizioni in Spagna, per ricreare a circa 6.500 chilometri di distanza un villaggio turistico in stile mediterraneo-surrealista che dovrebbe ospitare circa 15.000 visitatori. Non si tratterà però esattamente di una copia esatta, ma sarà aggiunta un’isola artificiale.
Viste più come muse ispiratrici, che non come vere artiste, le donne del movimento surrealista sono state poco considerate dalla storia dell’arte. Solo la critica più recente, con storici dell’arte come Whitney Chadwick, ha messo in luce l’aspetto creativo di molte di loro.
Leonora Carrington, Remedios Varo e Kati Horna, sono tre delle protagoniste di questa storia nascosta del Surrealismo (la cui giovane età rispetto ai protagonisti del movimento, non ha certo contribuito a farle prendere in seria considerazione). Inglese la prima, spagnola la seconda, ungherese la terza, queste donne si trovarono compagne di noti artisti nella Parigi degli anni Trenta e poi protagoniste loro stesse della storia dell’arte messicana, una volta che, con lo scoppio della seconda guerra mondiale, trovarono rifugio nel paese nei primi anni Quaranta.
Una vita bohémien che a leggerla sembra avventurosa, ma che a viverla deve essere stata difficilissima (costata anche un esaurimento nervoso alla Carrington). Una volta liberate dalla paura del nazi-fascismo, le donne strinsero una profonda amicizia e una forte collaborazione dal punto di vista artistico, che le portò a dare un’impronta diversa al movimento surrealista (un legame forte anche per la mancanza di altri rapporti, sia con il paese di origine, sia con la comunità artistica locale dominata da Diego Rivera e Frida Kahlo). Una visione femminile, capace di mettere in luce gli aspetti del quotidiano e della vita domestica (come dimostra il lavoro fotografico di Kati Horna in Spagna, più attenta ai traumi subiti dalla popolazione che alle azione di guerra, cosa non comune all’epoca), riprodotta in visioni oniriche.
Tutto questo viene messo in luce dalla mostra Surreal Friends, dal 19 giugno al 12 settembre alla Pallant House Gallery di Chichester, UK. Un inizio di riconoscimento europeo per le tre artiste, apprezzate invece in Messico, dove Leonora Carrington è considerata la più grande artista vivente del paese.

Una grande mostra al Philadelphia Museum of Art, Picasso e l’Avant-Garde a Parigi (dal 24 febbraio), getta maggiore luce sul ruolo di pioniere che l’artista spagnolo ha giocato nello sviluppo del cubismo e il suo dialogo con il surrealismo e altri movimenti artistici importanti negli anni 1920 e 1930.
Se forse non possiamo parlare di una vera e proprio scuola di suoi seguaci, sappiamo che in settant’anni di intensissima carriera Picasso ha davvero lasciato il segno. L’appuntamento di Philadelphia traccia un percorso fatto di 200 dipinti, disegni e sculture di Picasso, Georges Braque, Juan Gris, Fernand Léger, Joan Miró, la cosidettà ’scuola di Parigi’.
L’arrivo nella capitale francese è del 1904 (a 23 anni), po il il vivace scambio con georges Braque tra il 1910 e il 1913, con cui avrebbe costruito un vocabolario condiviso e una tavolozza dei colori ridotta del beige, ocra, bianco e grigio. Una sezione della mostra intitolata Americani a Parigi tratta degli espatriati tra cui Max Weber, Charles Demuth, e Carles Arthur Beecher.
Alcuni di voi forse lo conosceranno per aver studiato sui suoi libri, Gillo Dorfles, triestino classe 1910, è una figura importante nel panorama della cultura italiana. Pittore, critico d’arte, massmediologo ed estetologo, laureato in medicina e psichiatria, tra i fondatori del Movimento per l’Arte Concreta, Dorfles viene celebrato a Milano con una grande retrospettiva in programma dal 25 febbraio (inaugurazione h 18) a Palazzo Reale di Milano.
Gillo Dorfles. L’avanguardia tradita va in scena a Palazzo Reale, con la collaborazione della Fondazione Antonio Mazzotta e la cura di Luigi Sansone. Circa 200 opere che documentano un’attività intensa, tra dipinti, disegni, sculture, grafiche, gioielli e ceramiche. Dalla prima infatuazione per la pittura metafisica e surreale, passando per l’Arte Concreta, fino alle ultime produzioni, sottili ed ironiche.
Le opere, in mostra fino al 23 maggio, provengono dalla collezione dell’artista, da collezioni private e da musei italiani, tra cui il CSAC - Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Un approfondimento con fotografie e una video intervista ripercorre la vicenda biografica dell’artista.

Una giovane artista dell’area londinese, interessante per l’uso che fa di una sua personalissima rivisitazione dei temi cari ai surrealisti, intrisi di una forte critica sociale del giorno d’oggi, è Chloe Early.
Nata a Londra ma cresciuta a Cork in Irlanda, ha poi studiato a Dublino. Ora le sue opere sono rappresentate dalla Stolen Space Gallery di Londra, ma lavora sempre fra l’Irlanda della sua infanzia e l’Inghilterra della sua precoce maturità.
Seguitela anche nel suo blog dove racconta del backstage dietro a molte delle sue composizioni olio su alluminio (le più suggestive) o olio su tela e dove segnala le mostre in cui compaiono.
Continua a leggere: Il surrealismo olio su alluminio di Chloe Early

Scopriamo oggi meglio chi è El Gato Chimney, artista delle cui mostre vi abbiamo parlato spesso. Marco Campori, aka El Gato Chimney, nasce nel 1981 a Milano, dove ancora oggi vive e lavora. Si avvicina all’arte da autodidatta e vive in pieno la ‘Belle époque’ del writing e dei graffiti nella città di Manzoni. Un momento, quello della seconda metà degli anni novanta, legato ad un grande entusiasmo per la diffusione del segno in strada. Un’iconografia, quella della street culture italiana degli anni ‘90, che si evolve e si trasforma raggiungendo ottimi livelli, pur rimanendo a volte ancorata alla rielaborazione di materiale visivo che proviene dall’altra parte dell’oceano.
El Gato Chimney (ODK – Krudality), per strada ha creato poster, sticker e graffiti, divertenti e colorati. Il suo linguaggio si è evoluto poi sulle tele, dove ha lasciato emergere grandi paesaggi dell’anima popolati da creature articolate e sorprendenti. Il suo stile si richiama alla cultura letteraria dello steampunk. Tecnologia obsoleta ma affascinate, nel caso de El Gato posta all’interno di ambientazioni naturali inconsuete. Un mondo che a tratti diventa il prolungamento di un paesaggio di Dalì, un sogno in cui l’artista milanese posiziona simboli e grimaldelli, reso vivido dalla potenza visiva dei colori.
Il colore, se guardiamo anche la produzione dei suoi toys, è una delle cifre espressive de El Gato Chimney, utilizzato sempre in maniera audace, coraggiosa. Quadri che sono dei rebus, figure da decifrare, scritte, esseri che non si addormentano nelle stanze del senso consueto. Rimane quindi sempre uno sforzo che lo spettatore deve compiere, di andare al di là del semplice sguardo e cominciare a sognare rielaborando frammenti di memoria condivisa. Lo stile dell’ultima produzione de El Gato non è certo diretto, non si lascia penetrare al primo sguardo. Se ci mettiamo anche la sua passione per alcune icone del classic tattoo, capiamo meglio un lavoro da mirare e rimirare, decifrare. Il tempo per farlo ci sarà all’ UPXS! - Urbanpainting Christmas Show di dicembre a Milano, dove sarà presente un suo lavoro di grandi dimensioni.