
Ci abbiamo messo pochissimo, perché questa intervista non poteva mancare.
La mia curiosità sul progetto Taxi Gallery è stata ampiamente ripagata. Qualche giorno fa ho incontrato i promotori del progetto che hanno accettato di rispondere alle mie domande con lo stesso entusiasmo che anima la loro iniziativa, e ho imparato molto.
Taxi Gallery ha una gestazione di oltre un anno, un’intuizione con dietro studio, impegno e passione che nasce dal desiderio di trovare circuiti alternativi di diffusione e promozione dell’arte al di fuori delle logiche convenzionali o strettamente economiche. Come le piante che crescono nelle crepe della metropoli, Taxi Gallery si sviluppa in uno spazio interstiziale non codificato, qualcosa di inaspettato e di “non previsto”. È questo il terreno privileggiato delle creatività e dell’innovazione, o meglio della creazione e dell’invenzione. Come quello che ha trovato questo gruppo: inventare un uso diverso di una tecnologia esistente (il taxi come trasporto urbano) e ricodificarlo trasformandolo in una galleria.
Senza togliervi il gusto di leggere l’intervista e raccontarvi tutto con le mie parole, vorrei ricodare due cose. La prima è che il progetto è completamente gratuito e non ha fini di lucro. La seconda è lo slogan, che ho scleto come titolo dell’intervista: “Loro c’hanno il Maxxi… noi c’abbiamo il Taxxi!”. Detto questo, comprenderete che non ho molto altro da aggiungere se non i complimenti e i migliori auguri a questa iniziativa. Ringrazio infine per le foto ricevute che testimoniano questo primo anno di vita, ricordandovi l’appuntamento del Festival Occhi Rossi dal 2 luglio, data in cui partirano le prime 3 esposizioni mobili a Roma.
Buona lettura.