La Open Zone è in assoluto lo spazio più emozionante del festival, nonostante sia riuscita a viverlo per pochi stralci. Pensata come luogo di attraversamento e formazione continua, Open Zone ha ospitato una straordinaria quantità di gruppi, workshop, performance e installazioni, occupando e riempendo tutta la sala cenrale della Hause.
A metà fra un laboratorio, un hacker space e un’esposizione, considero quest’area e questo concept un deciso successo per la capacità di coinvolgere il publico in attività pratiche e concrete: un modo reale di portarsi dietro un pezzo di festival, ma anche di creare dialoghi e collaborazioni fra gli artisti e i gruppi coinvolti. Delizioio ad esempio la Open Design City allestita dal collettivo Open Design; Identity Bureau, il laboratorio di Heath Bunting dedicato ad una riflessione radicale sull’identià e sul potere; The Wanted & For Sale Office, progetto ideato dal collettivo com.post per promuovere un’econmia basata sul dono e sullo scambio (nel bel mezzo dlla Hause è stato inoltre allestito un vero e proprio mercatino del baratto aperto ai visitatori); interACTicons - Workstation, progetto di Ursula Endlicher dedicato ad una riflessione filosofica, partecipata e teatrale sul scial web che ha coinvolto i partecipanti con workshop e performance live (mi sarebbe piaciuto partecipare…); lo spazio CoS, una pubbblicazione cross-mediale che ha originato una mappa emozionale globale in realtime, esplorando attraverso workshop temi collegati al publishing ubiquo, l’identità, il tempo e lo spazio digitale; Response:Activities, parallelo e complementare al titolo del festival (Response:Ability), uno spazio di workshop dedicato ai media tattici e all’attivismo politico.
Un via vai di gente composito che ha potuto beneficiare di contatti diretti con gli artisti, scegliendo secondo le proprie attitudini wprkshop, presentazioni, performance: ogni festival secondo me dovrebbe implementare moduli di questo tipo nella sua programmazione.

In questa seconda parte di reportage parleremo della mostra allestita per il festival transmediale, la HacKaWay Zone.
Non so quanto quest’anno sia corretto parlare di “mostra”: personalmente tendo più a considerare le diverse aree come n progetto organico distribuito nello spazio della Hause of Culture. Manteniamo però la distinzione formale scelta dal festival. La mostra è stata collocata come l’anno scorso nell’ala di sinistra della Hause a cui si accede da una grande porta a vetri. Ricordo il buio totale del precedente allestimento, con pesanti teli neri che oscuravano le finestre, disposti come separè fra un’opera e l’altra creando un labirinto quasi impenetrabile. Quest’anno luce totale, nessuna parete divisoria, muri nudi quasi a lasciare il posto alle opere e all’architettura: l’unico oggetto era una larga gadinata nera di legno, posta davanti alle scale e pensata ad uso del pubblico, con dietro due grandi monitor.
L’opera più “moumentale” e scenograficamente d’impatto è per me “Latent Figure Protocol” di Paul Vanouse (foto in alto), un’installazione che usa frammenti di DNA umano per creare coposizioni grafiche, grazie a gel reattivi e stimolazioni elettriche. L’installazione include un vero e proprio esperimento scientifico, volto ad esplorare provocatoriamente la tesi che anche il DNA sarebbe un costrutto cuturale. Non voglio entrare in un dibattito su cui non ho una mia posizione precisa, ma mi limito a riportare il risultato di un’esperimento: dai frammenti del plasmid “pET-11a”, un organismo prodotto industrialmente, si è formata fra le altre l’imagini del simbolo del copyright… Più fisica e di altrettanto ipatto l’installazione “Intelligent Bacteria - Saccharomyces cerevisiae” di HONF, opera vincitrice dell’Award transmediale11. Ne abbiamo già parlato nella prima parte del reportage, mi limito dunque a riportare la piacevole atmosfera steampunk che le grandi ampolle di vetro, i cavi e le attrezzature, unite ad una totale semplicità e pulizia estetica, hanno saputo creare. Infine la Braun Tube Jazz Band, installazione/performance creata da Ei Wada nel 2009: un cortocircuito fra suono e immagine dove un set di televisori diventano i tasti/note oversize di una scala musicale, pronti per essere suonati come uno strumento a percusione: mi dispiace mltissimo di aver perso la performance sempre a causa della febbre.
Queste le mie tre opere preferite. Nella HacKaWay Zone presenti anche WOPPOW di UBERMORGEN.COM, che ha teuto anche un workshop pretico, e MACHT GESCHENKE: DAS KAPITAL - Kritik der politischen Ökonomie, opera che ha ricevuto la menzione della critica.
A seguire, rportage dalla Open Zone, Part 3.
Quello che vedete sopra è il video introduttivo di “Face-to-Facebook“, software di face identification (riconoscimento facciale) utilizzato da Alessandro Ludovico e Paolo Cirio per realizzare l’opera “Lovely Faces”, lanciata il 2 febbraio a Transmediale.
Ma capiamo meglio l’operazione che ha portato gli artisti a ricevere in modo praticamente immediato una lettera C&D (Cease and Desist) dal team legale di Facebook. Usando il software di riconoscimento facciale, 1 milione di foto di profili Facebook sono stati rubati sul social network più famoso del mondo. Successivamente le foto raccolte sono state processate e selezionate secondo le espressioni facciali, prediligendo quelle che a parere del software sembravano particolarmente seducenti e propense alla possibilità di incontri. Dalla selezione sono rimaste 250.000 foto, che sono state inserite in un sito fake di incontri. Nasce così Lovely Faces. Naturalmente il tutto senza il consenso degli utenti, che si sono trovati nel bel mezzo di un putiverio mediatico e in un’operazione di arte/attivismo digitale… E non solo: a transmediale, l’opera è diventata un’installazione in cui 1,716 foto sono state posizionate su un pennello, mentre il video di presentazione e alcune informazioni aggiuntive ciclevano sui muri della Hause of Culture. Mentre la notizia ha parecchio girato online e sui media tradizionali, il 4 o il 5 febbraio Facebook ha deciso di stoppare l’operazione, ritenendola in violazione dei suoi regolementi e chiedendo la restituzione immediata dei dati e l’oscurazione del sito di Lovely-Faces non è più online.
Ecco intanto alcuni numeri dell’operazione del 10 febbraio. Utenti che hanno richiesto la rimozione: 56. Utenti che hanno richiesto di essere inclusi: 14. Proposte di partnership commerciale: 4. Altre proposte: 9. Class action (oltre la lettera C&D di Facebook): 11.

Riemergo adesso da Berlino dove, nonostante un clima mite e generoso, un’epidemia ha colpito diversi partecipanti: sono stata fra quelli, beccandomi una febbre che mi ha costretto a letto per quasi tutti i giorni del festival transmediale. Anzi per essere precisi, il malessere si è manifestato durante la stessa sera dell’opening, a cui sono riuscita a partecipare. Fra le vittime, anche il duo Les Liens Invisibles, che si sono trascinati con la tachipirina fino alla serata degli Award, ricevendo comunque una special mention dalla critica.
Detto questo, fra l’opening e la chiusura, sono riuscita a farmi un bel quadro del festival e ora, a mente (e corpo) fresca eccomi qui con un reportage che avrebbe voluto essere un live blogging non stop di una settimana. Ho diviso il reportage in tre parti. In questa prima parte parleremo della serata di opening e della premiazione; nella seconda parte dell’expò, nella terza parte della open zone, per capire l’architettura complessiva del festival.
L’opening della 24esima edizione di transmediale ha visto protagonista Derrick de Kerckhove e il piccolo Angel_F, l’intelligenza artificiale nata dalla controversa relazione fra il professore e la Biodoll, una prostituta digitale eroina del cyperspazio, creata dall’artista Franca Formenti. Sul grande palco dell’auditorium della Haise of Culture, padre e figlio hanno intrattenuto (e stupito) il pubblico in un dialogo che ha toccato temi quali l’identità, il nuovo spazio pubblico, i pericoli e le nuove possibilità che gli esseri umani affrontano nell’era digitale. Il professore ha dimostrato una grande capacità performatica e doti da vero attore, muovendosi con naturalezza sul palco mentre descriveva questo suo particolare figlio come un Pinocchio 2.0 nato nella pancia digitale della rete. Auditorium gremito di gente, tutti i posti a sedere completi: un pubblico composto, attento e internazionale, capace di attirare però l’attenzione dei berlinesi.
La serata di premiazione è il momento più atteso dagli artisti, il giorno in cui si decretano i vincitori, si aprono le buste e si consegnano gli Award: un riconoscimento attesissimo e ambitissimo nel circuito dell’arte digitale. Combattendo con le febbre, ho voluto esssere almeno là per la cerimonia (ridirigendomi subito dopo verso l’albergo…). Eccovi dunque i risultati.
Continua a leggere: Back from transmediale: l'opening e gli Award [Part 1]
Un po’ tardi per postare, ma mi trovo a Berlino, proprio dentro la House of Culture, dove mi godrò questa lunga settimana di transmediale festival, con tanto di connessione per scrivere
Vi avevo promesso che il blog ci “sarebbe stato” e infatti eccomi qua con le prime immagini. Iniziamo forse con le più belle, quelle che rimangono nascoste all’occhio del pubblico: lo spazio si sta creando sotto i miei occhi. Sono le sette ad è ancora tutto un calno e strutturato fermento. Artisti, tecnici, organizzatori stanno ultimando le istallazioni. C’è un tranquillo chicchiericio che si diffonde insieme a rimori di martelli, scotch strappato, passi di gente che sale e scende da grandi scale, sound check e suoni elettronici improvvisi che si espandono delle installazioni.
Oggi non parleremo di contenuti, ma solo dello spazio. La soluzione architettonica scelta par l’allestimento privileggia un semplice bianco e nero: lo stesso minimalismo che domina il logo, il sitto e in generale il consolidato stile grafico di transmediale. Sono tre le aree principali di cui si compone il festival: il grande auditorium che ospita le conferenze; l’area espositiva (l’exhibit); una open zone pensata come luogo del’”imparare facendo” in cui si svolgono workshop, presentazioni, performance. Semplici teli di nylon bianco, in tensione su assi di metallo, si srotolano in modo labirintico lungo l’architettura della House of Culture, fungendo da separé: è questa l’anima del progetto di allestimento. Il resto (blocchi, cubi, struttire in legno) è tutto nero.
Adesso vi lascio con una gallery che sarà certo più efficace della mia spiagazione. A domani per l’opening del festival.
transmediale.11 RESPONSE:ABILITY from transmediale on Vimeo.
Dal 1 al 6 febbraio prossimi, torna a Berlino la storica kermess dedicata all’arte e alla cultura digitale, transmediale. Fra performance, workshop, open lab, incontri, la location principale del festival si conferma presso la Berlin’s House of World Cultures. Vi anticipo che, come l’anno scorso, ci sarò, e con me anche il blog con foto e reportage.
Il tema di quest’anno è “RESPONSE:ABILITY!”, uno sguardo critico su come la cultura digitale stia ridefinendo la nostra presenza fisica con una tensione costante verso la creazione di una comunità globale interconnessa e interdipentdente. Al centro della riflessione le forme emergenti della bio-politica, dell’economia e delle dimensioni affettive di una società che si manifesta in modo sempre più radicale sotto forma di “stream” (live e online), frutto maturo del Web 2.0. “RESPONSE:ABILITY!” lo possiamo leggere su almeno tre livelli semantici: la responsabilità, la necessità di dare una risposta, le “abilities” (capacità e competenze) che come “user” abbiamo non solo nel partecipare, ma anche nel dar forma alla nostra contemporaneità, interrogandoci su essa.
Fra le personalità e i gruppi che interverranno: Kelly Sutton, Heath Bunting, Mushon Zer-Aviv, Elizabeth Stark, Peter Sunde, MODD_R, Angel_F. Franco Berardi (aka BIFO), Maurizio Lazzarato, Tim Etchells, Jordan Crandall, Mark Hansen, Carolyn Guertin, Paul Vanouse saranno i protagonisti della conferenza “BODI:RESPONSE” incentrata sul tema del corpo, della dematerializzazione e della ridefinizione dello spazio. Infine gli artisti (fra questi Les Liens Invisibles, Heather Kelley, Daito Manabe, Ursula Endlicher, ubermorgen.com, Christin Lahr, Evan Roth e il collettivo indonesiano HONF) e l’attesa cerimonia di premiazione di cui vi terrò aggiornata.
Concludo con un invito a consultare il vasto programma per chi fosse interessato, e un piccolo cenno al trailer (video in alto) del festival: veramente molto bello.

Fare una retrospettiva di un evento complesso come Transmediale non è facile. Ho scelto questa volte un taglio particolare che deriva dalla mia esperienza diretta.
Parto quindi dalle facce e dagli incontri che il festival mi ha regalato, con una riflessione di base: Transmediale ha una storia ultraventennale e riesce a catalizzare l’attenzione e la presenza vera della scena europea e internazionale legata alla net art e alla cultura digitale. Questa è una delle caratteristiche che fanno di un festival un evento importante e significativo. Partecipare a Transmediale per il pubblico e i “professionisti” del settore (artisti, curatori, giornalisti che siano) ha un valore specifico in termini di relazioni e possibilità di interagire e di confrontarsi: un aspetto che, se ben presente per chi partecipa, rischia forse di essere un po’ trascurato in un reportage di tipo classico.
Ecco dunque le facce che hanno caratterizzato i miei tre giorni (pienissimi) a Transmediale, costituendone la prima ricchezza: li riporto più o meno in ordine di “apparizione” (proprio come nella gallery che trovate sotto).
Continua a leggere: Speciale Transmediale 2010 [PART 1] - Le facce e gli incontri

Vi scrivo dall’hotel Berulina, a due passi dallo Zoo di Berlino: miracolosamente prenotati i posti nell’ultimo volo low cost disponibile e un hotel dal nome improbablie (ma che assicura una magnifica connessione in squat, come scopro adesso). Il tempo, nonostante le strade ghiacciate è clemente, non si scende troppo sotto lo zero a quanto pare, e i miei guanti di lana sembrano proteggermi alla perfezione.
Mi aspetta un lungo fine settimana pieno di conferenze, dibattiti e performance: è la prima volta che partecipo a questo festival, che negli anni è cresciuto fino a diventare una delle manifestazioni più significative nel panorame delle arti digitali, e non vi nascondo la mia curiosità.
Si inizia domani pomeriggio a partire dalle 13 con The Futurity Long Conversation con Susan Neiman (US), Jem Finer (UK), Drew Hemment (UK), Andy Cameron (UK), Joy Tang (TW), Tim Edler (DE), Trebor Scholz (US), jaromil (IT), Julian Oliver (NZ), Maja Kuzmanovic (HR), Gustaff Harriman Iskandar (ID), Denisa Kera (CZ), Juliana Rotich (KE), Steve Benford (UK), Gabriella Giannachi (IT), Florian Rötzer (DE), Mercedes Bunz (DE), Alexander Rose (US), Sascha Lobo (DE), Tiziana Terranova (IT), Steve Lambert (US), Siegfried Zielinski (DE). Keynote: Richard Barbrook, acuto pensatore della sinistra inglese che ha recentemente pubblicato “Imaginary Futures“.
[Foto in altro: il Salon di Transmediale]

Si svolge dal 2 al 7 febbraio a Berlino la decima edizione di Transmediale, uno degli appuntamenti annuali più attesi dedicati all’arte e alla cultura digitale.
Il tema scelto quest’anno è “Futurity Now!”, con un punto esclamativo che interpreto così: il futuro non è ormai da tempo fantascienza, ma un presente denso, mutante, gravido di trasformazione. L’”assenza di futuro”, meravigliosamente incarnata dall’immaginario punck già alla fine degli anni’70, è un tratto fortemente generazionale di un contemporaneo di per sè proiettato e conpresso in un presente continuo, dove la fluidità e la continua reinvenzione del sè e del reale si sostituiscono con prepotenza a costruzioni lineari e progressive. La tematica del festival è quindi azzeccatissime: scopriamo insieme dunque cosa ci propone Transmediale 10 scavando nello sterminato programma, che provo a riassumere sinteticamente.
Prima tappa, la sezione exhibition, Future Obscura, che quest’anno ha l’impronta di Honor Harger. La guest curator sceglie la camera oscura del fotografo come metafora storica della possibilità di “proiettare un’immagine interna in una scena esterna”. Le opere in mostra propongono infatti delle rielaborazioni artistiche di questo processo di appropriazione: ovvero di come gli apparati e i meccanismi in grado di catturare e riprodurre le immagini (e quindi la realtà) sono in grado di alterare la nostra percezione della temporalità. Presenti fra gli altri gli artisti Ryoji Ikeda, Zilvinas Kempinas, Gebhard Sengmüller, Julius von Bismarck, Julien Maire, Yvette Mattern, Julian Oliver.
Transmediale presenta inoltre: una ricca sequenza di conferenze; video e proiezioni; performance; il cosiddetto “Salon” (una sorta di incubatore di cultura libera all’insegna del Do It Your Self, che ad arricchire le lecture classiche); infine gli eventi satelliti realizzati in più location disseminate nella città, in collaborazione con i partners del festival.

Eccoci arrivati al quesro appuntamento di “Interviewing The Crisis 2″. Questa volta i spostiamoin Brasile con Ricardo Ruiz, fra i promotori del progetto Des).(centro. Voglio innanzi tutto dire cosa mi ha colpito dell’intervista: un’analisi lucida e storica delle crisi economico-finanziarie che dagli anni ‘80 ad adesso il brasile ha attraversato. Scorrendo i dati e le oscillazioni dell’inflazione, si tocca con mano la sensazione di come la crisi sia una costante: “di cosa stiamo parlando?” si chiede in fondo Ricardo ed è difficile dargli torto. Se nelle economie dei paesi “in via di sviluppo”, per una serie di motivazioni articolate e complesse, queste percezione è drasticamente netta, anche per le economie “avanzate” si può e deve parlare di crisi sitemica, come abbiamo avuto modo di intravedere nelle scorse interviste. Mentre personalmente non posso fare a meno di ripensare al mondo descritto nel celebre 1984 di Orwell, dove guerre, crisi e carestie sono il frutto di manipolazioni mediatiche ad opera delle oligarchie al potere, rispetto ad una “realtà” sostanzialmente immutata…
Ma tornando all’intervista, Ricardo Ruiz ci racconta di un Brasile la cui forza è essere un enorme produttore di contenuti (culturali) ed è in questo che individua la forza del paese, dove la presidenza Lula per la prima volta sembra aver introdotto politiche sociali, economiche e culturali riversando finanziamenti su pezzi di società che mai erano stati presi in considerazione. Frattanto, la storia di Des).(Centro si intreccia in modo particolare con un altro protagonista della politica brasiliana, l’ex ministro della cultura e cantautore Gilbero Gile con il programma di inclusione digitale, nato nel quadro di Cultura Viva, un più vasto programma di inclusione sociale. Parliamo dei Pontos de Cultura, dove arte, produzione culturale, nuove tecnologie e comunità locali incontrano la filosofia del software libero, per dare avvio ad un’insolita collaborazione fra istituzioni e gruppi indipendenti… Questo ve lo racconta meglio Ricardo con le sue parole e le storia che ha vissuto in prima persone. Sicuramente Des).(Centro è una delle eredità più tangibili e significative di quell’esperienza nata esviluppatasi fa il 2002 e il 2005/2006, come network autonomo di ricerca e produzione.
Attualmente il loro progetto “The HOuse of Happyness” è stata selezionato per l’edizione del Frestival Transmediale e presentato a Berlino proprio a Frabbraio. Per il resto, l’unico dato ostico, forse perché antropologicamente e culturalmente non traducibile, è il concetto di gioia e “saudde” che afffiora a più riprese nell’intervista, ma che attraversa trasversalmente l’intera cultura brasiliana.
[Foto in alto: reportage da Submidiologia 2]
Continua a leggere: Interviewing the Crisis 2 con Ricardo Ruiz - Descentro (Brasile)