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Tutti gli articoli con tag video arte

La videoarte disturbante di Laurel Nakadate

pubblicato da Daniele


Laurel Nakadate è un’artista giovane, determinata e coraggiosa. Ha messo in gioco se stessa e la sua persona provando a varcare i limiti della privacy e della solitudine, coinvolgendo degli sconosciuti nel suo progetto estremo. Entrare nelle case degli uomini soli, di mezza età, e allestire delle performance a volte innocue, a volte intime ed esasperanti per videodocumentare il loro disagio esistenziale. Laurel coinvolge, invita a parlare, a ballare con lei e a festeggiare compleanni inesistenti. Gli uomini si affidano alle sue cure o partecipano restando in disparte, aprono squarci nel proprio pudore, rivelano sentimenti e miserie umane. Lo spettatore è chiamato a giudicare.

“Gli uomini hanno semplicemente iniziato a parlare con me. Ecco come è iniziato tutto. Mi ero trasferita da Boston a New Haven per studiare fotografia presso la Yale. A Boston, nessuno ti parla. Sei invisibile. Ma lì improvvisamente tutti parlavano con me, e l’ho trovato affascinante. Gli uomini hanno cominciato ad avvicinarmi casualmente in luoghi innocui, come parcheggi o negozi alimentari e in quei casi, di norma, in quanto donna, devi solo andartene via educatamente. Ma ho deciso di impegnarmi con loro. Ho detto loro che era un artista e gli ho chiesto se volevano fare qualcosa con me. Tutti dissero di sì e siamo tornati nei loro appartamenti per tirare fuori qualcosa.”

La ricerca di Nakadate si è estesa ai territori del voyeurismo, del sesso come forma di affermazione e del perverso legame tra abuso e bisogni affettivi. Nella serie di foto 365 Days: A Catalogue of Tears, ha poi ritratto se stessa ogni giorno per un anno, prima e dopo aver pianto, continuando così ad esplorare il rapporto ambiguo tra intimità ed esibizione, lo stesso che caratterizza tanta sottocultura televisiva. Ma trasferendo il tema dal contesto della comunicazione di massa ad una serie di “confessioni d’artista” ne rivela i limiti, il fattore violento ed emotivo, stimolando così la riflessione su problematiche tipicamente contemporanee.

Via | The Guardian

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Filminute 2011 - Il festival più corto del mondo

pubblicato da Barbara

E’ durato tutto il mese e si concluderà il 30 settembre 2011, Filminute, il festival internazionale riservato ai clip di un minuto, nè più nè meno; 60 secondi in cui filmaker, animatori, sceneggiatori e tecnici connessi devono saper esprimere tutta la loro bravura e creatività. Giunto alla sesta edizione, quest’anno ha visto la partecipazione di 18 paesi dal mondo, con 2.000 filmati da selezionare.

Alla griglia finale sono rimasti 25 titoli, e una giuria internazionale selezionerà il vincitore, più una rosa di 5 altri che si sono distinti tra gli altri. Infine, ci sarà il People’s Choice Award, che permette alla gente da casa di votare il suo video preferito; ed ecco che si rinconferma l’importanza dei social network rispetto al successo di queste manifestazioni, perchè è un dato di fatto che Facebook e Twitter facciano da traino in questo frangente.

I vincitori verranno presentati ufficialmente il 6 ottobre; ma cos’è che rende uno short, un filmato speciale? Forse la capacità di smuovere le emozioni in così poco tempo. Sul sito trovate anche i filmati delle edizioni passate, dai vincitori, ai top rated, a quelli più commentati. Intanto ecco un assaggio con il video “Bunny vs The Iron Cat”.

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Arriva a New York il primo Robot Film Festival

pubblicato da Barbara


Si svolge a New York presso il Three Legged Dog Art and Technology Center il 16 e il 17 luglio 2011 il primo Robot Film Festival, due giornate che intendono celebrare l’incontro tra video arte e robotica. Il festival oltre alle proiezioni prevede anche una serie di live performance tenute da “umani” e creature digitali, ma anche premiazioni, red carpet con robot-paparazzi e ovviamente il barbeque domenicale.

Questa due giorni è nata da un’idea di Heather Knight, direttrice di Marilyn Monrobot, una scuola specializzata in progetti di robotica socialmente utili e arte elettronica basata sull’uso di sensori. Robot Film Festival nasce per sondare i limiti tra l’umano, la macchina e i simboli ad essi correlati; con oltre 50 tra video e fimati selezionati per humor, spirito di provocazione, robot design, ispirazione sulle tecnologie del futuro e anche per la sceneggiatura, la kermesse vale la pena già solo per la presenza del corto “I’m Here” si Spike Jonze.

Ma come ogni buon festival che si rispetti, non mancheranno i workshops, in particolare su come realizzare il proprio film, con il supporto di materiali e attrezzature della New York Science House. Il succo di tutto questo? Spronare il pubblico a inventare e creare le proprie storie… robotiche. Su vimeo, un assaggio di alcuni teaser dei video che partecipano al film festival.

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Ed Templeton all'Ernst Muzeum di Budapest con The Cemetery of Reason

pubblicato da Barbara

street art,

Skateboarder, stree-tartist e video artista, Ed Templeton è in mostra a Budapest fino al 20 marzo 2011 all’Ernst Muzeum con una paersonale dal titolo The Cemetery of Reason. Classe 1972, Ed è cresciuto a San Francisco, è un convinto vegetariano e nei suoi lavori spesso critica il way of living americano.

Disegni, foto e acquerelli si succedono nelle stanze di questa esposizione, in cui la sua cifra stilistica appare in pieno come già in tutte le sue modalità espressive (dalle installazioni, agli skateboards, ai vestiti) che sembrano avere un canale diretto nella comunicazione con il pubblico più giovane.

E’ una sorta di autobiografia questa mostra, in cui Templeton mostra il proprio mondo: la famiglia, gli amici e le situazioni che incontra come globetrotter in giro per gare di skateboarding. Anche se poi alla fine in prospettiva si tratta di uno sguardo complessivo su una precisa realtà sociale. L’America dei giovani è anche questa.

Via | Ernst Muzeum

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La retrospettiva di Marnie Weber: video e installazioni in mostra a Grenoble

pubblicato da Barbara

Marnie Weber Collage

Ha inaugurato il 6 febbraio la mostra Forever Free, The Cinema Show: A Film Retrospective and Installations a Le Magasin Center for Contemporary Art di Grenoble, Francia. E’ una retrospettiva dedicata all’artista Marnie Weber, nata nel 1959 nel Connecticut e di base a Los Angeles, che per la prima volta pone l’accento sui film, le installazioni, le musiche delle sue opere.

Nata artisticamente negli anni ‘80 a Los Angeles con il gruppo The Party Boys, presto ha sviluppato la dialettica onirica dei suoi collage, lavorando anche alle copertine di album di gruppi famosi come A Thousand Leaves dei Sonic Youth.

Ma i suoi lavori abbracciano un misto di tecniche espressive, oltre al collage: scultura, musica, performance, costumi. La mostra, aperta fino al 25 aprile 2011, è una intensa panoramica sui suoi mondi immaginari, abitati da personaggi di un’altra dimensione, partendo dai lavori degli anni ‘90 in poi.

Marnie Weber CollageMarnie Weber CollageMarnie Weber CollageMarnie Weber Collage

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Up There di The Ritual Project: arte o pubblicità?

pubblicato da cesare

Up There non racconta la storia di uomini che creano la pubblicità a tavolino durante lunghe sessioni di brainstorming. Racconta la storia di uomini che la pubblicità la creano con le proprie mani. Dipingendola sospesi a decine di metri di altezza su immensi fogli bianche con infinita perizia e pazienza. Per questo, aldilà del contenuto pubblicitario dell’immagine (un bicchiere di una notissima marca di birra), credo valga la pena dare un occhiata questo video.

Si discute spesso se la pubblicità possa essere arte. Se una cosa realizzata per scopi commerciali possa essere considerata degna di questo statuto. Se pensiamo a quello che scriveva Kant nella sua Critica del giudizio estetico (”il giudizio estetico sul bello è un giudizio senza scopo che trova la bellezza nell’oggetto senza considerarne il fine” cito e riassumo a braccio) si direbbe di ni, se non di no. Però guardando un video come questo che vi propongo la questione si ribalta.

Si può guardare da una nuova, inedita prospettiva il dibattito sull’annosa dicotomia tra pubblicità e arte, richiamandosi magari a quel senso, antico e perduto, per cui arte è soprattutto “tekne” ovvero tecnica e perizia prima e oltre qualunque concettualità. Gli autori, The Ritual Project ci raccontano tutto nel loro sito.

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Hans Schabus alla Gam di Torino

pubblicato da michele

Hans Schabus

Fino al 23 febbraio, nella videoteca della Gam (Calleria civica di arte moderna e contemporanea di Torino) si potrà vedere un video di Hans Schabus del 2002. Si tratta di “Astronaut“, un video incentrato sul rapporto tra vita vigile e sottosuolo: in particolare, ciò che Schabus vuole mettere in luce è il rapporto tra la creazione artistica (una location del video è proprio uno studio di un pittore) e il background inconscio dell’autore.

Nel video, infatti, Schabus accumula nello studio la terra rimossa dopo uno scavo in profondità, tra cunioli e passage; tramite questo inedito percorso in un sottosuolo di dostoevskijana memoria, ci addentriamo negli angoli più remoti dell’inconscio dell’artista.

Bella questa iniziativa della Gam: dal 23 ottobre, infatti, ha inaugurato un nuovo spazio dedicato alla proiezione di opere video e film; in particolare si tratta delle nuove acquisizioni della galleria, che in questo modo oltre a testare le nuove opere davanti al pubblico, ha dato vita a una sorta di project room, che promette ottimi sviluppi.

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You @ LPM 2009

pubblicato da penelope.di.pixel


Dal 28 al 31 maggio a Roma presso il Brancaleone si apre LPM 2009, meeting internazionale dedicato a Vj e videoartisti arrivato ormai alle sua 7° edizione. Vi informo con un buon anticipo per diversi motivi.

Perché potrebbe essere un’ottima occasione per organizzare un lungo fine settimana in capitale, con la certezza di potersi immergere in un ambiente realmente internazionale (il meeting coinvolge in media dai 200 ai 300 artisti da tutto il mondo). Perché oltre alle performance dal vivo e al dancefloor notturno dove continuano proiezioni e djset, il pomeriggio si può partecipare ad un intensa programmazione di workshop e presentazioni. Perché, se qualcuno dei lettori fosse un Vj o un videoartista, la call è ancora aperta e c’è tempo di iscriversi fino al 10 maggio (trovate qua tutte le informazioni necessarie).

L’ingresso e la partecipazione a tutte le attività sono inoltre completamente gratuiti. L’evento, firmato flXer e Flyer Communication, ha mantenuto nel tempo l’anima del raduno, dimostrando di saper vivere e svilupparsi in maniera completamente autonoma e slegata da fondi e sovvenzioni pubbliche. Questo grazie alla volontà degli organizzatori e al network vasto e articolato di partner che lo supporta. Una realtà italiana, presente e integrata all’estero (l’ultima edizione internazionale di LPM si si è svolta a città del Messico a settembre) che meriterebbe senz’altro di essere valorizzata. Intanto vi consiglio di appuntare le date e farci un salto.

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Direttamante da Ramallah (Palestina), intervista con i Ramallah Underground

pubblicato da penelope.di.pixel

All’esplodere del nuovo attacco israeliano su Gaza, ho pubblicato un articolo su un gruppo di giovani artisti, i Ramallah Underground. Lo stesso giorno ho deciso di scrivere loro una mail, inviando il link dell’articolo e chiedendo se fosse possibile avere un’intervista per il blog. La risposta non si è fatta attendere: il giorno dopo sono entrata in contatto con Aswatt, producer e sound engineer del gruppo. Poi tanti giorni di attesa, con un filo di inquietudine strisciante, quello che ti lega indissolubilmente ad un paese in guerra e alla sua popolazione intermittente…

I RU, questo l’acronimo del gruppo, nascono nel 2003 durante la Seconda Intifada: come per molti altri giovani palestinesi (e non), la loro esistenza strettamente connessa alla diffusione delle nuove tecnologie, che qua significa, di fatto, possibilità di esprimersi, comunicare, diffondere il proprio messaggio artistico anche verso l’esterno, cosa altrimenti spesso impossibile. Inizialmente Ramallah Underground è infatti un sito che vuole raccogliere gli artisti e le produzioni del luogo, principalmente musica e arte visuale. In seguito, i RU si fanno strada come band, un rap tutto arabo che si mescola con le performance e la videoarte: continuano però a ma missione originaria, mantenendo il sito aperto ai giovani artisti della città. Nel frattempo si fanno conoscere e girano parecchio in Europa. Dell’Italia un ottimo ricordo: sperano di tornare.

Due cose mi hanno colpito dell’intervista. La determinazione a restare anche nel futuro, perché Ramallah è il luogo delle origini, dove tutto ha avuto inizio. La continuità fra generazioni. Se i giovani palestinesi sono diversi, parlano una lingua diversa, usano media diversi, le esperienze che hanno passato sono le stesse dei loro genitori. In un certo senso devono avere ragione: anche io, col conflitto mediorientale, ci sono cresciuta e le parole del tg si inseguono uguali nel corso degli anni.

[Nel video sopra: “Duble Exposure”, il video-documentario di Ruanne all’origine del primo tour italiano dei RU]

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