Iniziamo la settimana con una densa intervista a Eleonora Oreggia, aka xname.
Forse qualcuno di voi si ricorda di lei e del lavoro che abbiamo conosciuto circa un anno fa, Virtual Entity. Lo spunto iniziale dell’intervista nasce ancora da lì: a marzo, nel corso della mostra “Remix the World! Reinvent Reality” ospitata dalla Furtherfield Gallery (Londra), Virtual Entity è stata presentata per la prima volta sotto forma di un’installazione, ma sono tante le novità strutturali aportate al progetto, da una web app fino all’ifovisualizzazione delle diverse sostanze che compongono la Ve. Per questo ho chiesto a Eleonora raccontarcele.
Il nostro dialogo online è proseguito toccando due nuovi progetti appena conclusi: “Noise_Objects”, frutto di una residenza artistica presso Acess Space (Sheffield) e “FlavourCollider”, realizzato in collaborazione con l’artista ed ipnotista ispano-britannico Marcos Lutyens e presentato per la prima volta al Festival Future Everything (Manchester).
Come avete notato, tanta Inghilterra. Eleonora si è infatti trasferita a Londra dove attualmene vive e lavora. L’ultima domanda, quasi inevitabile, riguarda la questa “migrazione” e la possibilità concreta di portare avanti i suoi progetti qui in Italia. La cosidetta “fuga di cervelli” è fenomeno cronico e saldamente radicato in tutto il paese, lo sappiamo: ringrazio Eleonora per avermi risposto preferendo a facili retoriche il racconto della sua esperienza diretta.
Buona lettura.
[Servizio fotografico by Valentina Schivardi]
Eleonora Oreggia: Virtual Entity & Noise_Objects





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Finalmente, ecco l’intervista con xname (Eleonora Oreggia). La aspettavo da tempo e lo dichiaro apertamente: poche volte sono stata così soddisfatta di poter pubblicare, e soprattutto documentare, il lavoro di un’artista su questo blog. Con un punto d’onore: a quanto mi dice l’autrice è la prima volta che c’è una documentazione scritta in italiano sul progetto, nato e sviluppatosi inizialmente in Olanda.
Ma torniamo a noi. Ho conosciuto xname nel corso di AHAcktitude. Non sapevo quasi nulla del suo lavoro e per motivi a me ignoti ero addirittura convinta che fosse un uomo: la sua forma fisica è stata dunque il primo piacevole spiazzamento. Poi ha iniziato a descrivere Virtual Entity. Ogni tanto capita: si rimane rapiti da un’idea perché ha la forza di una visione, perchè forse più banalmente e concretamente coglie un aspetto della realtà e lo disvela. Virtual Entity ha queste caratteristiche. A cavallo fra la riflessione filosofica e la software art, il progetto costruisce una vera e propria cosmogonia intorno alle entità digitali (essenzialmente software e file) a cui viene conferito lo status di “unità culturali indipendenti” libere di interagire nel reame giditale, quali primi e concreti attori dell’ecosistema-rete. Entrare nel meccanismo della Virtual Entity è eccitante, specie per chi come me si interroga costantemente sui limiti della proprietà intellettuale (limiti nel senso della sua applicabilità e della reiterata estensione a ogni campo del vivente a cui assistiamo ogni giorno). Quando un file viene rilasciato per la prima volta, il suo autore non si limita a imporgli una licenza (all rights o some right che sia). Il sistema conferisce al file una “soul” (anima), un’informazione genetica primordiale proprio come se fosse un’identità. Il file in seguito avrà una vita autonoma proveniente dalle sue interazioni, che verrà registrata nella cosiddetta “aura” del file rendendone conto. Il punto di partenza di questo lavoro è che, se applicati al dominio digitale, i concetti come proprietà, unicità e autenticità semplicemente non sono più validi e vanno ridefiniti: da qui la necessità di costruire una nuova ontologia.
Tante volte mi sono chiesta perché le Creative Commons e i discorsi sul diritto d’autore che spesso seguo mi provocassero ormai un senso di noia, come qualcosa che fosse già stato detto e ripetuto: se pur parole e strumenti “utili” per la divulgazione e “comodi” per la pubblicazione, li associavo sempre più alla litania di un catechismo laico o a un cane che si morde la coda. Ma il problema che voglio discutere non sono né la mia noia personale né i “preti della cultura libera” (per restare in metafora teologica) che volenti o nolenti instaurano la burocrazia sul processo vivo, quanto l’impianto filosofico: le definizioni utilizzate per riferirsi alle “cose”, prima ancora della (presunta) utilità e delle messe da celebrare, sono il presupposto per potersi riferire alle cose stesse. È questa una riflessione necessaria e preliminare a qualsiasi “discorso”. Volendo, potrei anche discutere la”bellezza” (in questo caso squisitamente formale), quando questa si traduce in etica e visione del mondo.
Virtual Entity è bella e mi ha saputo emozionare. Buona lettura.
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