
Non sono ancora riuscita ad andarla a vedere, ma il tempo passa e non manca molto alla chiusura di Test Sites, la mostra di Antony Gormley alla White Cube di Londra (chiude il 10 luglio).
Per lo spazio l’artista ha realizzato una serie di opere site specific che investigano il tema del corpo nello spazio circostante, la luce e il tempo. Oltre a nuove sculture in ferro, è visibile anche la terza e più grande installazione della serie Breathing Room III, che occupa infatti interamente la sala sottostante la galleria. L’opera considera come parte attiva il visitatore e la sua mobilità all’interno delle cornici luminose, unico elemento che interrompe il buio.
Mi piace questa interazione con il pubblico, elemento spesso assente (anche per tipologia di opere), nelle mostre.
Ho da poco finito di leggere un libro molto interessante per chi ama la YBA, Lucky Kunst, di Gregor Muir. Non so se verrà mai tradotto in italiano, ma è il racconto da dentro, di un curatore che ha vissuto in prima persona la nascita del movimento. Molto criticata, soprattutto agli inizi, la YBA credo sia oggi un po’ rimpianta nel mondo dell’arte anglosassone, perché ha caratterizzato, nel bene e nel male, un’epoca molto prolifica che ha ridefinito l’arte inglese. E non è cosa che succede spesso.
Tra gli artisti che si incontrano nel libro, Marc Quinn. Uno tra i primi ad emergere, uno tra i più irrequieti e uno dei più discussi (testa fatta col sangue).
Ma questo era il passato. Oggi Quinn è più posato, ha smesso con i vizi da più di 10 anni, e continua a creare.
Allanah, Buck, Catman, Chelsea, Michael, Pamela and Thomas - Marc Quinn - White Cube - Londra





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Periodo fortunato per Tracey Emin. La Rizzoli le dedica una pubblicazione “A Thousand Drawings” e la White Cube gallery di Londra una mostra “Those Who Suffer Love”, che inaugura il 29 maggio. Il gallerista Jay Joplin del resto sostiene da tempo l’artista.
Per l’occasione il The Guardian ha tracciato qualche giorno fa un profilo interessante dell’artista, non particolarmente simpatica, egocentrica ma che penso sia molto diretta e onesta. Tutta la sua arte è sempre ruotata intorno alla sua vita, ai suoi drammi personali, ai suoi amori, cosa che è stata apprezzata da molti, ma anche criticata da quelli più conservatori. Il disegno ha avuto un ruolo importante nella sua evoluzione di artista, più di quanto pensassi a dire il vero, materia che ha studiato per diversi anni. Per la mostra alla White Cube presenta un’evoluzione di questo suo percorso, con disegni che vanno indietro agli anni Ottanta per arrivare ad oggi 2009. Il tema è legato all’(auto)erotismo, che non è una novità, ma si nota davvero l’evoluzione che è avvenuta nell’artista. Non solo nel tratto, ma anche nella persona che la Emin è diventata, adulta che non si disegna più come una ragazza.
La mostra chiude il 4 luglio.
Sta per essere rivelata al pubblico l’opera d’arte più costosa mai realizzata, “For the Love of God”, il teschio umano di diamanti (8.601) di Damien Hirst. Messa in vendita per 50 milioni di sterline inglesi, cifra raggiunta solo da Picasso e Klimt, fa parte dell’esibizione “Beyond Belief”, visibile al White Cube di Londra.
Sull’opera molto pubblicizzata non ci sono immagini, e bisognerà aspettare l’apertura della mostra al pubblico dal 3 giugno al 7 luglio, per poterla conoscere.
Se fosse venduta per la somma richiesta, Hirst potrebbe diventare il “diamond boy” dell’arte contemporanea, in caso contrario il “mozzarella boy” dove mozzarella sta per bufala.