Apre domani sera (vernissage alle 18) una nuova mostra “al femminile” alla Galleria Monica De Cardenas, dedicata alla pittrice inglese Chantal Joffe. Classe 1969, viene definita come appartenente alla corrente più “pittorica” dei Young British Artists (tale nella seconda “ondata” del movimento).
Tra collage e dipinti, l’arte di Chantal Joffe si esprime attraverso il ritratto: l’artista realizza soprattutto di ritratti di donne, adulte o bambine, nei quali risaltano l’importanza data all’ambiente, all’abbigliamento e alle caratteristiche psicologiche del soggetto. Donne sicure di sé o vulnerabili, donne sexy o innocenti, spontanee o atteggiate: donne reali o immaginarie che siano, ci appaiono come intense e vive, nei loro bellissimi colori e nella freschezza dei loro movimenti.
In mostra una ventina di dipinti e collage, tutti realizzati nell’ultimo anno: ancora una volta si tratta di ritratti che vanno al di là del semplice dato sulla tela, per mostrarci in modo immediato il profilo psicologico dei soggetti femminili. Per gli amanti della pittura (apparentemente) immediata e spontanea, fino al 30 gennaio.
Aprirà il 31 ottobre al Madre di Napoli una personale di Johnnie Shand Kydd, celebre fotografo britannico, classe 1959. Il nome di Johnnie Shand Kydd è spesso associato ai Young British Artists (YBAs), i soliti noti tra cui Damien Hirst e Tracey Emin, di cui ha realizzato molti ritratti fotografici.
Infatti, prima di essere una star, Shand Kydd lavorava in una galleria a Londra, a Bond Street. Inizia a fotografare quasi per caso amici e conoscenti vari, molti dei quali erano o sarebbero diventati delle star dell’arte britannica… ed eccolo diventare una star, anche lui. Fotografie casuali, semplici, che ritraggono i suoi amici che si ubriacano, che ballano, che lavorano nei loro atelier…
La mostra napoletana, però, ha un tema ben differente. Johnnie Shand Kydd negli ultimi anni ha frequentato assiduamente e in anonimato la città di Napoli, e il risultato di questi tour è una serie di bellissime fotografie che rivelano la città partenopea in tutte le sue affascinanti contraddizioni. Fino al 10 febbraio 2010.
Presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia è aperta fino al 17 maggio la mostra “Temi & Variazioni. Dalla grafia all’azzeramento”, che a partire dalle avanguardie storiche analizza e mostra la presenza del segno all’interno della composizione, dal collage alla tipografia, dai numeri alle lettere, fino al monocromo e dunque l’azzeramento del segno. Questo grado zero della pittura è rappresentato dall’opera di Jason Martin, pittore britannico cui è dedicata una personale dal titolo Vigil/Veglia all’interno della mostra stessa.
Martin presenta una decina di opere, in bilico tra pittura e scultura: si tratta infatti di monocromi molto materici e luminosi, ottenuti con pennellate dense di materiali eterogenei quali olio e gel acrilico su superfici di alluminio, acciaio inox e perspex. Il colore diventa dunque struttura vera e propria dell’opera, non semplice decorazione: attraverso movimenti rotatori e slittamenti della materia sui supporti le opere di Martin sono dei monocromi colmi di riflessi e onde di luce naturali. Il gesto e il movimento dell’immagine diventano simultanei, l’opera materializza il gesto che l’ha prodotta, in un rigore concettuale che si rifà dall’Espressionismo astratto americano.
Jason Martin fa parte della generazione degli Young British Artists, un gruppo di artisti concettuali la cui nascita risale all’inizio degli anni ’90, quando la Saatchi Gallery di Londra, loro “mecenate”, dedicò agli artisti una controversa esposizione.
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Il lavoro di Tracey Emin è tutto meno che scontato. Tra le punte di diamante della Young British Art, gruppo di artisti tenuto a battesimo dalla londinese Saatchi Gallery e di cui fa parte anche Damien Hirst, la Emin porta in scena un’arte sfacciata, irritante, in cui riversa senza filtri ma con apparente poesia la propria vita, nei suoi risvolti più prosaici e irriverenti.
Non a caso, tra le sue opere più note figura My bed (nella foto), un’installazione, poi acquistata da Charles Saatchi, costituita da un letto disfatto (quello dell’artista) cosparso di macchie organiche, attorno e sopra il quale sono disseminati oggetti privati tra cui mutandine sporche di liquido mestruale, preservativi usati e un paio di pantofole. Presentato alla Tate Gallery nel 1999 in occasione del Turner Prize, My bed sollevò, com’era prevedibile, un vespaio di polemiche.