I 500 Arhat di Takashi Murakami è il dipinto più grande del mondo. Oggi al Mori Art Museum di Tokyo

Vi chiedete di chi sia il dipinto più grande del mondo? Ecco la risposta: è di Takashi Murakami ed è esposto al Museo Mori di Tokyo

Stavolta si va lontano, precisamente in Giappone dove nel Mori Art Museum è in corso una mostra fino al 6 marzo 2016 che ha come protagonista l'inventore del movimento Superflat giapponese: Takashi Murakami. La sua fama in Europa è stata anticipata da una valanga colorata di fiori, pupazzetti e personaggi fantastici: una creatività esplosiva senza freni che ha mescolato le tematiche della cultura pop occidentale e orientale (cultura Otaku) ad un'estetica ironica e infantile. La mostra a Tokyo è exursus che omaggia l'artista di fama internazionale e lo fa tornare in patria dopo 14 anni di progetti all'estero per il Louvre, Versailles, Qatar, Los Angeles: esposte, infatti, le opere recenti di Murakami. Ha attirato la mia attenzione quello che viene definito il dipinto più grande del mondo: I 500 Arhat (2012), realizzato dopo il terremoto giapponese del 2011.

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Parlando di numeri: il dipinto in acrilico, alto 3 metri ne misura 100 di lunghezza; persino le Ninfee di Monet all'Orangerie di Parigi (2 metri di altezza per 17 metri di lunghezza) non reggono il confronto. Il dipinto è un riferimento alla religione buddista perchè il termine Arhat indica le persone che compiono un cammino di illuminazione e perfezione. Qui i 500 "maestri della spiritualità" seguaci del Buddha, indicano a tutti gli uomini un cammino lontano dal desiderio, dal'avidità e in armonia con la natura, anche se mostrano sembianze da goffi "sopravvissuti".

Il dipinto è composto da quattro sezioni che prendono il nome dai leggendari guardiani cinesi delle quattro direzioni celesti: Drago Blu (Est), Tigre Bianca (Ovest), Uccello Rosso (Sud) e Tartaruga Nera (Nord). Takashi Murakami non era solo nell'impresa: l'aiuto è arrivato da tanti giovani studenti di Belle Arti che gli hanno consentito di finire l'opera entro i tempi stabiliti.

Foto|fbmoriartmuseum

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