Giuditta che decapita Oloferne, due versioni di Artemisia Gentileschi a confronto

Una arriva da Firenze, l’altra da Napoli. Due capolavori eseguiti da un’unica mano, per la prima volta a confronto, uno affianco all’altro. Si tratta delle due versioni di “Giuditta che decapita Oloferne”, opera di Artemisia Gentileschi, realizzato dall’artista in due versioni: la prima dipinta nel 1617, la seconda invece realizzata per Cosimo II dei Medici nel 1620.

Custodita al Museo di Capodimonte, la prima versione arriva a Roma ad affiancare l’altra, che già si trova da mesi nella Capitale dagli Uffizi per la rassegna “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”.

Un confronto diretto molto emozionante anche per gli addetti ai lavori che ieri hanno allestito la sala affiancando la Giuditta di Capodimonte a quella degli Uffizi e curato ogni minimo dettaglio.

Il soggetto di Giuditta che decapita Oloferne è uno degli episodi dell'Antico Testamento più frequentemente rappresentati nella storia dell'arte; l’opera della Gentileschi colpisce per la sua drammaticità e per la raffigurazione così cruda di una scena raffigurata in altre versioni da altri artisti sempre in maniera “casta”.  L'episodio al quale si riferisce l'opera è narrato nel Libro di Giuditta: l'eroina biblica, assieme ad una sua ancella, si reca nel campo nemico, dove circuisce e poi decapita Oloferne, il feroce generale nemico.

Il quadro  è quello che più immediatamente si associa al nome della Gentileschi, del resto la pittrice è  conosciuta e amata quale simbolo di donna capace di riscattarsi da violenze e pregiudizi, che ben si rispecchia nel soggetto proposto. Nella prima versione è ancora oggi palpitante la partecipazione dell'artista a quel clima di vendetta crudele, spietata, ma giusta con cui essa ammanta la vicenda biblica, per secoli interpretata in modo assai diverso.

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