Siria, la libertà ha il suono del pianoforte di Malek Jandali

A giudicare le sanguinose notizie che ci arrivano quotidianamente dalla Siria, in un paese dilaniato dalla guerra civile non c'è spazio per alcun sentimento artistico. Invece ci sbagliamo, perché sappiamo che l'arte ha giocato un ruolo fondamentale in molte rivoluzioni, non di meno nelle recenti primavere arabe.
Proprio per questo mi sento in dovere di aprire questo post con Freedom Qashoush Symphony di Malek Jandali. Compositore e pianista nato in Germania ma considerato tra i più versatili nel mondo arabo, Jandali aveva eseguito un pezzo (I Am My Homeland nella traduzione inglese) alla Casa Bianca nel giugno del 2011. Lo aveva ripetuto poi in una manifestazione pro-democrazia nel settembre scorso, pochi giorni prima che l'esercito di Assad arrivasse in borghese a prendere la sua famiglia, punendola a son di botte per l'oltraggio al regime, l'oltraggio di chi suona la libertà. Da qui è nata l'idea dello script per Freedom Qashoush Symphony. La polizia setaccia il quartiere alla ricerca di “pericolosissimi” strumenti musicali, scopre l'artista che suona e lo sequestra, mentre la sua casa e il pianoforte vengono bruciati. Ma la mano gentile di una ragazza salva lo spartito dall'incendio.


Malek Jandali, conosciuto fra l'altro per aver arrangiato la più antica partitura musicale che sia mai giunta fino a noi - quella di Ugarit, vive ad Atlanta negli Stati Uniti e non si è dato per vinto. Ha trasformato il dolore in rabbia, ha cominciato a raccogliere fondi per la causa dei ribelli durante i suoi concerti, trasaformandosi, volente o nolente, in un artista-attivista. Il suo nuovo album, Emessa, è un canto a fianco dei rivoltosi.

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