La cam è accesa e il reality è servito


L’occhio della rete è dislocato ovunque. Basta clickare e guardare. Uno dei motori delle estetiche nell’era dell’alfabetizzazione informatica diffusa è la webcam. Non è arte in senso stretto. Non c’è un qualche autore che possiamo chiamare artista. Ci sono siti, come spazi espositivi interattivi, e il pubblico è la folla liquida e immateriale che affonda in internet con il peso dello sguardo.

La compulsione visuale, come nella più arguta delle fantasie dada, porta in appena tre mesi oltre un milione di visitatori a interessarsi delle sorti di una forma di formaggio, il mitico ceddar inglese, che è protagonista di www.ceddarvision.tv. La cam riprende, ma non succede assolutamente nulla. Stessa storia per www.watching-paint-dry.com, il sito che ti lascia guardare la vernice che si asciuga. Chi vuole, poi, può guardare il mondo con gli occhi di Justin, un ragazzo che vive con una cam attaccata all’altezza degli occhi e ci invita su www.justin.tv.

Un’estetica della noia? Forse, ma non più di quella che suscita certa arte contemporanea che si fregia pretenziosamente di questo nome. Il sociologo Alberto Abruzzese, interpellato da La Repubblica, ci illumina:

La rete è una grande spugna. Assorbe tutto e tutto, essendo inserito, diventa automaticamente oggetto di attenzione per il navigatore distratto. O per il navigatore che, cercando qualcos’altro, si imbatte in una distrazione.

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