Caravaggio, una volpe che ritraeva il vero

Ragazzo morso da un ramarro

Torno a parlare di Michelangelo Merisi, solo per annotarne la probabile natura di "volpe", nel senso in cui ne discorre Isaiah Berlin. La sua grandezza sta, com'è noto, nell'aver voluto rappresentare non un ideale astratto, non il bello, bensì il vero, il reale. La sua arte muove, com'è stato detto, "dal basso" e la sua religiosità appare così umana, anche troppo umana, secondo qualche suo critico contemporaneo.

Nelle opere del Caravaggio la realtà, con tutte le sue imperfezioni, con la sua bruttezza, assurge ad oggetto di rappresentazione pittorica. Disse Stendhal nel 1806 che

Per l'orrore che egli sentiva dell'ideale sciocco, il Caravaggio non correggeva nessuno dei difetti dei modelli ch'egli fermava nella strada per farli posare.

Proprio questo orrore era segno dell'indole del Caravaggio, pittore lontano da ogni visione consolatoria e da qualsiasi concezione riduzionistica o unificante della vita e dell'arte. La sua stessa esistenza, così sciagurata, testimonia la complessità del mondo interiore di un artista la cui figura appare ancora oggi così controversa e affascinante. La figura di un uomo che, pur avendo persino ucciso, seppe egualmente esprimere messaggi di straordinario valore artirtistico e morale.

Tra le mostre nelle quali è attualmente possibile ammirare opere della "volpe" di questa settimana, si segnala l'esposizione "Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni", che rimarrà aperta al Museo di San Domenico di Forlì fino al 22 giugno. Tra i quadri in mostra anche "I bari", opera solo di recente attribuita al Caravaggio e seconda versione del soggetto già dipinto dall'artista.

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