Intervista a Emiliano Ponzi: "Alla Wunderkammern per pettinare all'indietro la mia creatività"

ponzi emiliano alla wunderkammern

Qualche giorno fa vi ho segnalato la mostra Suspension on disbelief alla Wunderkammern di Roma, adesso vi propongo l'intervista all'illustratore che sarà in mostra con l'opera SunriseHotel: Emiliano Ponzi. Uno sguardo con la "lente d'ingrandimento" è d'obbligo per apprezzare il backstage personale di ogni artista. Emiliano è un illustratore che vive a Milano ma è famoso in tutto il mondo e collabora con riviste internazionali come il New York Times e Le Monde e in Italia con La Repubblica, Feltrinelli, Il Sole 24 Ore e Mondadori. Dal 2004 ad oggi ha ricevuto numerosi premi, il più autorevole è la medaglia d'onore per la Society of Illustrators di New york, nel 2011. Le qualità si riconoscono tutte: la capacità di una comunicazione creativa ed immediata e una forte consapevolezza del suo mestiere portato avanti come un' equilibrata filosofia.

D: E’ la prima volta che partecipi ad un progetto per una mostra a Roma. Ci parleresti dell’inizio di questa collaborazione con la galleria Wunderkammern?

R: L’idea di fare qualcosa che uscisse dalla consuetudine del mio lavoro di illustratore professionista mi girava in testa da un po’. E l’immaginavo come un modo per pettinare all’indietro la mia creatività. Poi sono stato contattato da Giuseppe Ottavianelli di Wunderkammern ed ho capito che era arrivata l’occasione giusta. Certo, resta sempre il monito secondo cui gli dei quando ti vogliono punire ti danno quello che desideri.Ho chiesto allora a Giacomo Benelli, progettista culturale con cui collaboro da diversi anni, se avesse avuto voglia di accompagnarmi in questa nuova prova. E dopo una lunga passeggiata milanese insieme, già era iniziato il cantiere del SunriseHotel

D:Sappiamo che per Suspension of Disbelief hai realizzato un'opera intitolata Sunrise Hotel in cui noi spettatori saremo chiamati a sospendere il nostro “giudizio ordinario” per entrare in realtà diverse. Con quali tecniche hai realizzato l'opera e su cosa farai leva per farci trasportare dalla fantasia dell’arte?

R: Sunrise Hotel è prima di tutto un esperimento.Abbiamo percorso a ritroso l’avventura dello sguardo di un artista e cercato di riprodurre “in laboratorio/galleria” la vicenda umana e artistica di questo guardare creativo.Poi ci siamo inventati un modo per cui lo spettatore potesse abbandonare il suo ordinario ruolo di “colui che guarda senza timore” per indossare lo sguardo dei “colui che crea con fremito”.Io ho realizzato le immagini che abitano il Sunrise, utilizzando il medium digitale: la mia firma e la mia identità. Giacomo ha pensato alla forma fisica in cui poter attuare l’esperimento Sunrise: la facciata dell’hotel, il solido che la contiene e le fessure attraverso cui spiare.
Ci mancava solo un catalizzatore – come in ogni reazione chimica che si rispetti – per attivare il passaggio di energia, la leva appunto che permettesse al pubblico di spogliarsi della propria certezza, e l’abbiamo trovata nel voyerismo.

D: In mostra sono presenti altri tre artisti: Monica Canilao, Escif, Peter Fend molto diversi da te per stile tecnica e provenienza. Hai avuto modo di lavorare insieme a loro? Hai puntato su una relazione concettuale tra la tua opera e le loro?

R:Il mestiere dell’illustratore è molto solitario e gran parte della mia attività si svolge nel settore della grande stampa internazionale e dell’editoria. La presenza di Escif, Fend e Canilaoè stata senza dubbio una guida,per quanto io e Giacomo abbiamo svolto il nostro lavoro isolatamente.Questi grandi artisti ci hanno senza dubbio indicato cosa non fare, e ci hanno- involontariamente – indicato quale fosse il nostro ambito di intervento, quello in cui per me e Giacomo, entrambi fuori dal nostro ruolo abituale, ci fosse più senso: la progettazione di un enternteiment artistico.

D:Nel poetico video Sense and Sensibility mi ha colpito il tuo metodo di lavoro quando dici di realizzare illustrazioni inserendo un oggetto che tutti possono riconoscere in un altro non consueto. Riesci a conciliare sempre il tuo modo di lavorare con il lavoro che ti viene richiesto dai “committenti”?

R:Un illustratore crea nel tempo un proprio segno specifico fatto di gusto, colore, forza e interpretazione.Ma questo secondo me non basta. Fare l’illustratore significa creare con il segno un intero alfabeto, cioè un sistema, che porti la propria cifra artistica e che sia in grado di comunicare qualsiasi contenuto senza rinunciare a se stesso.In questo senso la presenza di una committenza e quindi di un vincolo diventa secondaria, incide solo su questioni particolarie non determinante dell’identità dell’artista.Messo a punto un alfabeto efficace, l’illustratore può progettare ogni tipo di comunicazione visiva e fare della committenza una leva, uno stimolo per “parole” nuove.

D: Ci parleresti di questa collaborazione con Giacomo Benelli?

R:La mia collaborazione con Giacomo Benelli è iniziata qualche anno fa, anche lui si occupa di illustrazione e comunicazione per immagini ed è uno dei progettisti del MiMasterdi illustrazione Editoriale, una delle più importanti realtà formative italiane in questo settore.Con Giacomo condividiamo la stessa passione per la progettazione che sta dietro a qualsiasi intervento di carattere artistico e culturale.Un metodo di lavoro che si sviluppa per tappe e tiene sempre come idea di riferimento la destinazione d’uso dell’intervento, cioè il suo pubblico.Progettare significa rispondere a una domanda specifica e a un monito generale: comunicare è sempre in-trattenere qualcuno intorno a qualcosa. Il modo di questo intrattenimento può avere molte declinazioni, stavolta vogliamo divertire.

D:Un simpatico incoraggiamento per i romani che faranno fatica a sospendere l’incredulità?

R:Giacomo mi propone di rispondere con una battuta di Mino Maccari “o Roma o Orte!”, abbiate pazienza è toscano e su certe cose irrefrenabile.

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Foto| Dal sito di Emiliano Ponzi

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