All’Hangar Bicocca di Milano, in scena le connessioni tra arte e cinema

Errata corrige. Se volete vedere i Sette Palazzi Celesti di Kiefer all’
Hangar Bicocca, non è così facile come sembrava dal mio ultimo post. Al contrario, dovrete attendere un bel po’ di tempo. Lo spazio principale dell’Hangar è infatti chiuso per restauro, e probabilmente non riaprirà prima della fine dell’anno.

Questo significa innanzitutto che rimane accessibile soltanto un piccolo frammento dello spazio espositivo, che perde così gran parte della sua potenza comunicativa post-industriale. Non soltanto perché rimangono nascosti i Palazzi, ma anche perché 7.000 metri quadri di ferro e cemento armato fanno sempre un certo effetto.

In più, anche Collateral non è una di quelle esposizioni che ti si piantano in testa per giorni e giorni. Al contrario, scende giù come un bicchiere di acqua tiepida e tanti saluti.

L’obiettivo di Collateral, sulla carta, è quello di raccontare i punti di contatto fra cinema e arte. Il tema di per sé è piuttosto labile e sfuggente e, scorrendo le diverse opere, invece di acquistare solidità si sfilaccia ulteriormente.

I video mettono in scena, nella maggior parte dei casi, interventi artistici compiuti su opere cinematografiche più o meno note. Il linguaggio è quasi sempre molto complesso, e il messaggio arriva nebuloso e stemperato.

Non mancano certo opere dalla grande potenza comunicativa, come lo straordinario video “Silberhohe” di Clemens Von Wedemeyer, che racconta la ex Germania dell’Est attraverso immagini evocative che inchiodano inesorabilmente lo sguardo allo schermo. Ma risultano in ogni caso piuttosto slegate, prive come sono di un filo conduttore capace di guidare lo spettatore attraverso l’esposizione.

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