Intervista ad Ozmo, "la magia di un foglio, un muro o una tela bianca è sempre la stessa"

Complice uno scambio epistolare cominciato lo scorso inverno, quella che era nata come una piccola intervista ad Ozmo è divenuta un'intensa chiacchierata che ha affrontato diversi aspetti del suo percorso artistico.
Le meccaniche della creatività, l'orizzonte entro cui si genera il suo linguaggio, il dialogo con il pubblico e con gli sponsor, che da necessità produttiva diviene nuova possibilità ideativa. Un cammino dove l'artista e la persona si ritrovano sullo stesso piano e gli ambiti culturali di riferimento sono spesso labili e a volte non strettamente definibili, incorniciabili.
Un'intervista che comincia con tre domande a cui Ozmo ha risposto proprio mentre stava dipingendo Voi valete più di molti passeri!, la pittura murale realizzata all'esterno del MACRO di Roma agli inizi di questo mese.
Stando al gioco delle mie domande un po' bastarde, Gionata Gesi si è lasciato andare parlando di horror vacui, di Google Images, plagiarismo, marketing, attivismo e mecenatismo culturale...

* Dopo tanti anni e tanti muri, dalle discariche ai salotti buoni dell'arte, qual è ancora il senso della sfida, la paura e l'adrenalina nell'affrontare un muro di 20 metri di altezza?

C'è qualcosa di magico tra avere un muro, un foglio o una tela bianca, e dopo, al suo posto, un'immagine.
Credo sia questa magia che rende la pittura viva dopo migliaia di anni, la fatica e la soddisfazione per qualcosa di più grosso sono direttamente proporzionali.

* Quanto spazio lascerai questa volta all'improvvisazione?

Ho un'idea, e tutto quello che incontrerò di buono fino al giorno dell'inaugurazione lo tirerò dentro, come faccio sempre.
Purtroppo in questo modo non mi capita mai di finire in anticipo, perché tutto diventa una sorta di distillato in tempo reale.
Ti dico solo che dopo tre giorni di ritardo nei lavori per problemi esterni di autorizzazioni e logistiche, e quindi l'impossibilità di realizzare il progetto iniziale, il museo eroicamente stava per farmi dipingere la facciata in vetro su via Nizza: formato orizzontale invece che verticale, superficie in vetro, per cui i materiali procurati sarebbero stati quasi inutili. Per una notte e un giorno ho avuto incubi e sudato freddo, anche se alla fine poi mi sarebbe piaciuto realizzare un top to bottom con degli spray, grande tutta la facciata di un museo in una strada in centro a Roma...

Foto Cover - Giovanni Gianfranco Candida - Wallsofmilano
Ozmo - MACRO e Museo del'900

Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900
Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900
Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900
Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900
Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900
Ozmo - MACRO e Museo del \\\'900

* Quale musica, quale ritmo, quale silenzio risuona nella tua testa mentre disegni?


Il rombo del camion elevatore... ho provato a portare della musica ma quello copre tutto. Isolarsi con delle cuffie con tutto quello che c'è da fare e stare attenti non va bene. Poi, per fortuna, mentre sono su entro in trance e il tempo passa velocissimo, o forse ho solo moltissime cose da fare una dietro l'altra.

 
* Torniamo un po' indietro a parlare della tua mostra dello scorso febbraio al Museo del '900, che ti ha portato a contatto con un pubblico differente, meno di nicchia, meno specialistico ma forse più specializzato, di vedute più larghe. Pensi che la tua sia arte per tutti?

L'arte è necessariamente per tutti, ma viene sempre interpretata in modo arbitrario: gli stessi critici esprimono un'interpretazione personale che diventa quella a cui la maggior parte delle persone, e spessissimo lo stesso artista - cosa che a me sembra assurda, si riferirà.
Tornando al discorso della mia arte, credo che un'Opera d'Arte sia qualcosa solo in parte comprensibile e gestibile ai più. Ciascuno ne saggia solo una parte, a seconda della propria formazione, dei propri desideri, della propria sensibilità e psicologia... Cerco di tendere verso tale complessità facendo fornicare i vari ambiti che ho esplorato - l'underground, l'illustrazione, i graffiti e l'arte contemporanea sicuramente sono riferimenti presenti e forti nel mio lavoro.
Per questo, banalmente, un ragazzo di 16 anni vedrà solo la parte più street, un curatore coglierà molti altri aspetti e magari qualcos'altro passerà inosservato, persone che mi conoscono in modo più intimo avranno più strumenti, ma non necessariamente avere più coordinate sortirà un risultato migliore nell'interpretazione dell'opera. Perché quello che cerco di fare, attraverso l'ambiguità dell'immagine trattata in modo da avere un ambito fortemente simbolico, è obbligare l'Opera a funzionare come specchio, rivelando l'osservatore stesso.

 
* L'autoritratto “in” San Sebastiano, in che modo rappresenta il 'corpo dell'artista'? Quanto la 'ricerca del martirio' del santo è ancora attuale e forse paragonabile al percorso dell'artista, l'ineludibile confronto con l'ambito commerciale, quei marchi che oggi controllano la società attraverso il marketing e la comunicazione?

Oltre alle interpretazioni più superficiali, il quadro è anche un autoritratto, perché come sai da circa due anni cercavo di autoprodurmi una mostra museale che comprendesse la mia produzione negli ultimi sette anni, perché credo che, solo se affrontato in questo modo, il mio lavoro possa essere più facilmente interpretato senza cadere nel cliché della chiave di lettura 'street' o 'citazionista'.
A tale scopo ho cercato di coinvolgere diversi brand per il finanziamento di un progetto museale, ma spesso lo sponsor non concede una vera sponsorizzazione, uno scambio di energie, ma piuttosto pretende dall'artista un atto di sesso mercenario poco dignitoso, in una parola una quasi marchetta.
Vista la crisi economica ed i tagli alla cultura, quella era l'unica strada per cercare di fare una mostra che dimostrasse quanto il linguaggio che utilizzo non sia propriamente street art o arte contemporanea, ma un tentativo di 'superarle' entrambe, ed in parte credo di esserci riuscito attraverso la mostra al Museo del 900 (il titolo 'Primo Piano d’Artista', poteva essere interpretato anche in questi termini).
Tutti i brand che ho inserito nel pezzo sono stati protagonisti di sponsorizzazioni di eventi di 'street art' con risultati diversi... ma è solo una strizzata d'occhio a chi segue il fenomeno in modo fanatico, il quadro funzionerebbe lo stesso con qualsiasi logo di corporation.

Foto - Giovanni Gianfranco Candida - Wallsofmilano

Ozmo - MACRO e Museo del \'900
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo -  Museo del '900 - Foto di Giovanni Gianfranco Candida - Walssofmilano
Ozmo - outdoor
 

* Verso quale forma di mecenatismo culturale sarebbe bello muoversi come società? E quali possibilità ci sono oggi per un artista di mantenere viva la sua ricerca, pur venendo sovvenzionato anche da un marchio che cerca visibilità?


Bhe, per un vero mecenatismo servirebbero dei veri Artisti.
Spero esistano al giorno d'oggi un Leonardo o un Michelangelo... poi servirebbero anche dei mecenati illuminati tipo gli Sforza o chi attraverso dei potenti mezzi dia disposizione all'artista di evolvere e continuare il suo studio, godendo dei risultati del genio e della ricerca.
Certe fondazioni o musei danno borse di studio e residenze che permettono un lavoro in tal senso, almeno loro non vogliono quasi nulla in cambio.
Esistono lavori con marchi dove effettivamente si investe in ricerca e i frutti sono proficui per il brand e per l'artista, ma i casi sono molto rari, generalmente nella street art o nella graffiti art si pensa all'artista non in termini di risorsa culturale ma solo in termini di ricerca di visibilità perché il fenomeno va molto di moda, e questa può essere un'arma a doppio taglio per l'autore, che vede i propri sforzi utilizzati solo come mezzo per veicolare il prodotto e non la propria poetica o ricerca artistica.

 
* Esistono delle alternative percorribili verso la “purificazione”? Nell'ambito della street art c'è chi cerca di fare a meno degli sponsor, anche se poi inevitabilmente tutti finiscono per fare i conti con il mercato e con i dettami delle istituzioni culturali (vedi il caso di Blu al MOCA). Credi sia possibile una sorta di 'ascesi intramondanana', in cui lo street artist è anche attivista, appoggia cause sociali e non fa mostra di sé nei luoghi deputati al contemporaneo, ma interviene nelle periferie del mondo portandole “alla ribalta”?
 

Una cosa sono degli sponsor commerciali e le corporation, un'altra i musei e le fondazioni,  questi sono più adatti a finanziare progetti artistici e non solamente eventi pubblicitari, almeno fino a qualche tempo fa, prima della crisi economica. Sai cosa vedo onesto in termini di street art 'politica' e impegnata? I graffiti e gli stencil della rivoluzione araba, perché nessuno degli aderenti al movimento rivoluzionario cerca di vendere una pittura o un'opera, ma cambiare le cose in effetti. 
Blu al Moca ha agito nel migliore dei modi ed alla alla fine ne è uscito come vittima, anche perché nessuno può accusarlo veramente di disonestà.
Ci sono altri modi per fare attivismo e critica artistica: Massimo Grimaldi, un giovane artista concettuale italiano, ha vinto una borsa di studio da 600 mila euro per realizzare un progetto d'arte contemporanea a Roma. Lui ha creato un ospedale con Emergency in Africa, pensando che nessun'altra intrallazione mausoleo o progetto di arte contemporanea a Roma potesse essere veramente sensata.

  

* Parliamo un po' degli aspetti tecnici del tuo lavoro, cosa ci dici rispetto alla tua scelta per il bicromatismo. A me pare che il bianco e nero (o la scala di grigi) ti possa dare la possibilità di portare tutto ad un livello zero e di ricombinare elementi appartenenti a sfere semantiche molto differenti fra loro...

Sì, e c'era anche la volontà di ridurre tutto ai minimi termini, il disegno viene considerato l'ossatura dell'arte, evitando gli effetti speciali che rischiano (guarda la street art non italiana ad esempio) di pasticciare colori assurdi senza sapere nemmeno perché. Poi, prima di questi lavori, come Gionata Gesi realizzavo dei quadri ad olio molto complessi, una ricerca sul paesaggio, basati interamente sul colore, e anche questo ha contribuito ad una scelta così radicale.
Da un po' ho fatto pace con il colore e la pittura, e le ultime cose possono essere in effetti una via di mezzo, una pittura disegnata o un disegno pittorico, fortunatamente dopo olio, acrilico spray e quant'altro, la tecnica non mi interessa più.

* Ci sono molti autori a cui il bianco fa paura, tentano sempre di riempire, sono alla ricerca del pieno. Tu invece in alcuni lavori sembri conviverci con il vuoto e non punti ad una completezza estetica, quanto piuttosto ad una proliferazione dei contenuti, ad un “caos pulito”...

Ti ringrazio per le belle parole, devo confessarti che anche io soffro di Horror Vacui, non mi basta riempire il supporto, c'è bisogno di risolverlo piuttosto.
L'intento era di lavorare con l'ossatura delle immagini, la struttura stessa, tralasciando gli orpelli e gli effetti speciali.
All'estero, a Londra o a L.A. mi ha colpito molto con che nonchalance usano colori fluo, spesso facendo pasticci ignobili, svelando uno dei lati 'deboli' della street art, la sua voglia irresistibile di colpire e piacere a tutti i costi... a che pro devo realizzare una bella illustrazione colorata? Tra le cose che mi interessano di più vi è capire come funziona la psicologia della rappresentazione e della tradizione delle immagini.

 
* Parliamo un attimo dell'Apocalisse, un lavoro che hai aggiornato e riproposto a distanza di quattro anni dalla prima esecuzione. In quest'opera più di ogni altra mi sembra di percepire come importante il modo in cui i singoli elementi sono disposti sulla parete... Mi spiego meglio, a livello compositivo non trovo un legame plastico o prospettico... è come se ogni figura, ogni forma si desse a vedere indipendentemente dalle altre. Ognuno (o ogni gruppo) pensa a se stesso, alla propria visibilità, ogni elemento è quasi geloso del proprio spazio... in questo ci vedo un rimando all'esperienza conoscitiva che si fa su internet. Su Google Images tutto è collegato perché tutto è vicino, a portata di click. Ma le vere connessioni sono soltanto quelle che nascono spontaneamente nella testa dell'utente, nel tuo caso dell'osservatore...

Esatto. Hai colto attraverso le scelte formali la struttura concettuale e l'intento di questo aspetto della mia ricerca che quell'opera rappresenta e riassume a pieno. Anche per quello l'ho riproposta, come mi capita di ricitare singolarmente o combinandole in altri quadri quelle stesse immagini che fanno parte della composizione. Ci sono elementi che colpiscono il tuo occhio, poi si passa ad altro e quasi automaticamente si creano delle connessioni narrative, e ognuno può proiettare la propria interpretazione nella composizione totale dell'opera.

 
* Ritieni che il tuo lavoro sia impegnativo? È impegnativa l'esperienza di fruizione delle opere (i rimandi, le citazioni colte) o forse l'approccio meno dirompente e più attento e minuzioso, che lega fra loro delicatamente (e a volte misteriosamente) singoli frammenti in una narrazione potenzialmente infinita?

Fare l'artista è impegnativo, anche perché in presenza di buona arte difficilmente si percepisce veramente tutto il lavoro che ci sta dietro. 
 Non credo che si possa cogliere tutte le implicazione dietro il lavoro dell'artista, non credo nemmeno che l'artista stesso riesca a coglierle tutte. 
Io godo nel disegnare, mi dà un sacco di energia, e già questo è fantastico. Poi sono un guardone, sono vittima della bellezza. Dopodichè mi capita di interrogarmi su questo effetto che mi lascia un'immagine o una rappresentazione, quindi il mio lavoro passa dalla fascinazione e dallo studio dei simboli, ma invece che 'citazionismo colto' preferirei parlare dell'attitudine all'appropriazione indebita che lo strumento internet mi ha dotato. La citazione colta è una riduzione di pubblico, il significato dell'opera è messo in discussione dal fatto che l'osservatore conosca l'originale o no. A me questo non interessa e non mi limita, io ripropongo spesso immagini rubate ed esistenti, un po' perché ce ne sono così tante che è assurdo ricrearne sempre di nuove, un po' perché per me il valore dell'opera d'arte è percettivo, come suonare una musica scritta da altri o ballare un balletto ideato da un coreografo. Non conosci chi sia l'inventore della forchetta, ma non per questo non puoi usarla ogni giorno. In ogni caso l'esecuzione è importante, ma è un incidente di percorso: devo fare i conti con tutti i passaggi della pratica artistica, dalla ricerca di un'idea, alla sua materializzazione. Ne deriva l'effetto finale che un'immagine più o meno complessa avrà nell'osservatore, e anche tutto quello a cui può andare incontro questa idea, mutandosi, mentre cerco di realizzarla.
Sono aperto a tutto in questi termini: certe immagini sono appena state rubate, altre le ho studiate, viste e ricercate per anni.

* Gli aggettivi 'mistico', 'misterico', derivano dal verbo greco 'muo' che significa stare serrato, tenere la bocca chiusa. La sacralità nei rituali magico-religiosi (ad esempio i misteri eleusini) consisteva proprio in questo elemento di riserbo, che si comunica all'interno del rituale... che impressioni (difficoltà e vantaggi) hai avuto aprendo la tua dimensione rituale e creativa a visitatori ignoti?

Nessun impressione, se va bene l'opera vive una vita propria, e a quel punto funziona come specchio, quindi l'osservatore dialoga con se stesso, come reagisce è affar suo, o un opportunità guadagnata o persa.
Amo quando le persone mi fanno domande perché mi regalano sempre un punto di vista diverso e delle considerazioni che arricchiscono la cosa che sto costruendo e disegnando.
Con il tempo e con il lavoro di strada (e forse con la vecchiaia) percepisco quanto gli altri siano fonte di ricchezza nel lavoro.

 
* A volte guardando i tuoi lavori mi sembra di aver a che fare con certi preziosi codici miniati, sia per l'unicità sia per una certa manualità che traspare anche nelle piccole imperfezioni. Quelle miniature allora accompagnavano delle parole... oggi invece qual è il testo del 'codice Ozmo'?

Io inserisco dei piccoli testi, delle frasi più simili ad sms o haiku, altre diventano sottotitoli, ma le parole hanno lo stesso potenziale delle immagini essendo entrambi simboli. Confesso che nessuno scrive nei quadri meglio di Basquiat, con un certo sarcasmo pieno allo stesso tempo di poesia, sberleffo e ispirazione del momento. Mi piacciono le parole perché sono un modo di evocare qualcosa in modo molto potente.

 
* Mettiamo il caso che un ragazzo di 16 anni sia rimasto folgorato dai tuoi lavori in preGiudizio Universale, ma non abbia le 'chiavi di accesso' ad una comprensione più profonda. Cosa gli consiglieresti di fare?  Qual letture hanno segnato questo percorso pittorico che qui al Museo del 900 ha trovato approdo?

Le porte della percezione di Huxley, l'uso delle immagini del Gombrich, il libro sui tarocchi di Jodorowsky, il libro sui sigilli disegnati da Giordano Bruno...

 
* Ti ho sentito parlare di attitudine al resampling, espressione con cui andiamo a sconfinare negli ambiti della cultura musicale elettronica. Ma quali sono i beat di base di Ozmo? Cosa ti frulla nel cervello quando dipingi e soprattutto quanto spazio c'è per la pianificazione e quanto per l'improvvisazione?

I beat di base sono vari ed eventuali: tutto quello che internet e il caso mi trascina davanti agli occhi, al cervello e al cuore. Pianificazione / improvvisazione direi 50% e 50%.

 
* Se dovessi fare il nome di qualche artista o gruppo che opera nei più vari ambiti del contemporaneo, chi ti viene in mente?

Dico quelli che mi vengono in mente: Piero Manzoni, Gelatin, Ernest Pignon, Norma Jeane, Alfredo Jaar, Massimo Grimaldi, Fulvio di Piazza.
 

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