L'arte oscena

Venere allo specchio

Sul rapporto tra arte e osceno si tende a tornare frequentemente, anche su queste pagine, dinanzi alle ormai consuete provocazioni di artisti (o di pseudoartisti) contemporanei. Provo qui a sviluppare qualche breve osservazione di carattere giuridico.

Come tutti sappiamo, l’art. 33 della nostra Costituzione prevede che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. All’arte, dunque, non si applica il limite del “buon costume” che, invece, il sesto comma dell’art. 21 della stessa Carta repubblicana impone alle manifestazioni del pensiero. Quella di “buon costume”, peraltro, è una formula che, come ha chiarito la Corte costituzionale, deve essere intesa in senso restrittivo. L’espressione trova il suo contenuto nel riferimento specifico alla sfera del pudore sessuale nella sua percezione sociale.

Affermare ciò, tuttavia, non basta. Occorre, infatti, capire quando si è in presenza di un’opera d’arte. Si tratta certo di una questione di formidabile complessità, la cui soluzione è però necessaria per individuare cosa soggiace e cosa no al limite del buon costume. Diverse le tesi che sono state proposte al riguardo dagli studiosi, molte delle quali appaiono oggi insoddisfacenti. Alcuni hanno sostenuto che l’osceno, per definizione, non è arte e dunque non può essere tutelato come tale; altri, invece, hanno affermato che l’arte non può essere oscena e, quindi, che potrebbero garantirsi anche espressioni che turbano la coscienza sociale (e, in fondo, è proprio questo lo scopo di molte opere contemporanee), purché conseguano palesemente i livelli e rispettino i canoni propri dell’arte.

Nessuna delle soluzioni che ho richiamato si mostra però in grado di garantire adeguatamente la libertà dell’artista: non la prima, che ne riduce considerevolmente i mezzi espressivi; ma nemmeno la seconda, che condiziona la sua libertà al rispetto di canoni sempre, in qualche modo, discutibili. Si è suggerito allora di adottare due criteri concorrenti: il cosiddetto “intenzionamento formativo”, vale a dire la volontà di creare un’opera artistica, e il “livello tecnico relativo”, ossia l’appropriatezza (intesa con una certa elasticità) dell’uso dei codici semantici e delle tecniche espressive propri della produzione artistica (Francesco Rimoli). Insomma, in parole povere, sarebbe opera d’arte tutto ciò che si crea con l’intento di fare arte, usando strumenti espressivi diffusamente percepiti come idonei allo scopo.

L’arte dunque non incontrerebbe nessun limite? Non direi. Esistono sempre i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti che invocano piena tutela, anche nei confronti del sacro fuoco dell’artista più ribelle. L’arte non può uccidere, né può sacrificare la dignità umana (in questo senso non paiono potersi ammettere installazioni di body art che riproducano scene reali di torture o di mortificazioni eccessive di corpi umani). E non può nemmeno decidere di porre fine alla vita di un animale.

Più complesso è il rapporto tra arte e religione, visto che le norme che sanzionano il vilipendio a simboli e culti religiosi sono state reintepretate come prescrizioni poste a garanzia non già di un sistema ufficiale di credenze, ma del sentimento religioso inteso come espressione fondamentale della persona umana. In questo senso la tutela dovrebbe accordarsi ovviamente a qualunque fede, non solo a quella cattolica. E la soluzione sembrerebbe doversi trovare caso per caso. Secondo ragionevolezza.

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