Il quai Branly di Parigi risale alle origini della pittura aborigena


Sulla pittura, forse l'espressione artistica più analizzata in assoluto, non si è ancora detto tutto, soprattutto se si prendono in considerazione le fonti non occidentali, un approccio che il museo etnologico di Parigi quai Branly ha sposato con grande entusiasmo facendone una vera e propria filosofia. La stessa nella quale affonda le radici l'esposizione in corso "Aux sources de la peinture Aborigène", dedicata al movimento artistico nato all'inizio degli anni '70 a Papunya, nel deserto dell'Australia centrale e visitabile fino al 20 gennaio 2013.
Duecento tele e settanta oggetti che esaminano le suggestioni iconografiche e spirituali del movimento rintracciandone l'evoluzione a partire dai primi pannelli, prodotti dai giovani incoraggiati dall'istitutore Geoffrey Bardon (autore di molti degli estratti video che accompagnano il percorso) fino alle grandi tele dei decenni successivi.

Disegni ancestrali provenienti delle decorazioni del corredo dei guerrieri, tratteggiati su scudi, coltelli, parure, propulsori di frecce e bande di stoffa per cingere la testa, ma anche pitture corporali e opere destinate al suolo, accompagnati da due programmi audiovisivi che offrono una presentazione delle più complete abbinando alla vista dei manufatti in mostra un diaporama di fotografie relative alle cerimonie del gruppo linguistico Arrernte, e un film sui riti la Ngajakula (cerimonia del fuoco Warlpiri). E poi testimonianze del cosiddetto "sogno acquatico" e un'intera sezione dedicata alle opere segrete, la cui vista era riservata unicamente agli iniziati uomini, in un un intero movimento di scoperta che alimenta uno sguardo attento e rinnovato:

Trasferendo su pannelli di legno i motivi delle pitture rituali effimere, gli artisti aborigeni di Papunya danno vita ad una nuova forma d'arte. Tali opere hanno modificato la maniera di appropriarsi del territorio e di concepire la storia artistica del continente australiano.

Via | quaibranly.fr

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