L'atelier di Sandro Chia nel film di Bertolucci: uno spazio di libertà e concretezza

sandro chia e il film di bertolucci

In questi giorni nelle sale cinematografiche è proiettato il film Io e Te del regista Bertolucci tratto dal libro di Ammaniti. I due giovani protagonisti manifestano i sintomi dell'incapacità ad accettare la realtà che li circonda, ma trovano nella cantina del palazzo il proprio rifugio e la propria salvezza. La cantina in questione un pò camuffata da pacchi e cianfrusaglie, non è altro che l'atelier romano dell'artista della transavanguardia Sandro Chia situato nel quartiere di Trastevere, vicino l'orto Botanico. Nel film come nella realtà rappresenta a tutti gli effetti un luogo di ricerca, nato dal bisogno tutto contemporaneo dell'artista di racchiudere un intero mondo, a volte stravolto, dentro uno spazio definito.

L'atelier è in realtà una spaziosa sala bianca e illuminata che Sandro Chia ha messo spesso a disposizione per mostre e incontri con il pubblico. Alla Triennale di Milano del 2010, ad esempio, si è avuta l'idea di ricostruire per intero l'atelier, per sottolineare l'importanza di un'arte vicina fisicamente oltre che intellettivamente a chi la osserva. Per l'artista lo studio è più che una necessità pratica: se pensiamo a Nico Dockx che ha scelto un tram come atelier capiremo subito. Chiudersi alle spalle le regole del mondo per crearsene delle altre è la base dell'arte.

Dall'arte di Sandro Chia nascono figure consistenti che appartengono e vivono della pittura, personaggi melanconici, spesso sospesi in una dimensione esuberante e misteriosa, risultato di una manualità da artigiano che forgia la materia. L'atelier è come queste figure rivelandosi come uno spazio concreto e astratto, personale e di tutti, lontano dai grandi musei dei capolavori, del resto come lui stesso afferma:

io non sono Antonello da Messina o Piero della Francesca, ma proprio da questo traggo la mia libertà.

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sandro chia e il film di bertolucci

Foto| Dal sito di Sandro Chia e da Blogofest.it

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