La città evidente di Mario Spada al Palazzo Carafa di Napoli


Sembra di sentire la città che freme dietro il golfo, abbarbicata nelle sue colline che conoscono solo ombre furtive, stretta negli anfratti angusti ricavati da un'edilizia sfrenata e singhiozzante, tra l'immane splendore del passato e le resistenze di un popolo strenuamente ancorato al presente. E' la Napoli che palpita negli scatti di Mario Spada, il fotografo più noto del film Gomorra. Napoletano da ormai più di quarant'anni, Spada si è dedicato alla causa del reportage sociale realizzando a partire dal 1996, un progetto visivo incentrato sul capoluogo campano, e concentrato in particolare sul centro storico ed i quartieri spagnoli. Una selezione di ottanta dei suoi cliché in bianco e nero, alcuni delle quali ancora inediti, ed accompagnati dalla proiezione di un video, sarà esposta presso gli spazi del Palazzo Carafa dal 30 novembre al 6 gennaio.

La sua démarche creativa si sposa con gli intenti della galleria 1opera, di Mariano Ipri, Giuseppe Ruffo e Pietro Tatafiore, figlia della grande avventura di Largo Baracche, che coincide con "l'importante migrazione" che ha portato uno dei più frizzanti nuclei artistici partenopei dalla vecchia sede di Via Bellini al glorioso Palazzo Diomede Carafa, edificio storico in piazza Nilo, nei pressi di Piazza San Domenico e San Gregorio Armeno. Dalla curatrice Mariachiara di Trapani, provengono le parole che illustrano come un fumetto tridimensionale, le suggestioni che emergono dai lavori di Spada:

Un percorso espositivo fitto come il dedalo di vicoli napoletani, su cui Mario punta il suo obiettivo. Un’ avventura visiva iniziata 16 anni fa e mai fermatasi. Scorre nella sequenza in mostra, il turbinio della vita scandita da processioni, matrimoni, balli della nobiltà ritratti in lussuose dimore, la violenza dei bassi e delle periferie, gli spalti dello stadio, esistenze in vendita agli angoli delle strade… Sfilano figure femminili dall’andatura sinuosa fasciate in abiti succinti, volti avviliti e disperati, mai vinti, penetranti sguardi di bambine che non indietreggiano e non indugiano, già abituate con un’occhiata a sfidare e non temere chi si gli para davanti. Aspetti reali e surreali si sovrappongono in ritratti individuali e corali che hanno i toni intensi e serrati dei chiaroscuri. Così Mario mette a fuoco ed isola nelle sue foto un’umanità carnale, composita, scomposta e fiera che si muove con il ritmo febbrile di chi lotta per la sopravvivenza…

Via | 1opera.it

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