Uno sguardo in cammino. Intervista a Marika Vicari

As I walk#5, 20x20cm, grafite su legno, 2008

Le opere di Marika Vicari non lasciano indifferenti. Possono colpire per la malinconia degli scenari rappresentati, per la raffinatezza del tratto stilistico o per l’enigmatica assenza della figura umana, in realtà evocata da qualche segno rivelatore del suo passaggio.

I quadri qui riportarti costituiscono soltanto una parte della produzione della giovane e poliedrica artista vicentina, che può già vantare un curriculum straordinario. La Vicari ha, infatti, all’attivo numerose mostre in Italia e all’estero (Germania, Slovenia, Croazia, Italia, Repubblica Ceca, Austria, U.S.A.). I suoi lavori, realizzati con grafite su tavola, figurano da alcuni anni in diverse collezioni pubbliche e private. Dal 2005 è anche curatrice d’arte indipendente e collabora a diversi progetti, soprattutto a livello internazionale.

Incuriosito, le ho proposto un'intervista e lei, molto gentilmente, ha accettato.

Quadri di Marika Vicari

As I walk#5, 20x20cm, grafite su legno, 2008
As I walk 20x20cm, grafite su legno, 2008
As I walk #1, 20x20cm, grafite su legno, 2005

As I walk #4 20x20cm, grafite su legno 2008-3
lo sguardo in cammino. tempo II, 160x40cm
Noli me tangere #3, 80x20cm grafite su tavola, 2008

Quando e come ha scoperto la sua passione per l’arte?

Direi che non c’è una data. Pensandoci ho iniziato a dipingere sin da piccola, quando “armata” di tavolo e sedia salivo sino al soffitto…

Fino al soffitto? Per fare cosa?

Per disegnarlo e dipingerlo!

Immagino la felicità dei suoi genitori. E poi?

Poi la passione si è fatta sempre più intensa, come una forza che ti nasce dentro e accompagna ogni giorno della tua vita e così, ad un certo punto, ti accorgi che è la tua stessa vita e non riesci più a farne a meno.

Nelle sue opere ritrae, per lo più, paesaggi boschivi autunnali. La figura umana è del tutto assente e se ne intuisce il passaggio (o la presenza) in base a segni che, in semiotica, si definirebbero “indici” (qualche ramo spezzato, un reticolato di confine, ecc.). Da cosa proviene questo interesse per i segni rivelatori del passaggio umano?

La sua mi sembra una bella lettura del mio lavoro, mi ricorda le lezioni di semiotica. Non avevo mai analizzato il mio lavoro da questo punto di vista. Certamente lo avevo collegato a sostanze e accidenti, più che a indici. Forse aveva ragione Merleau Ponty quando diceva che le mani si dirigono verso il mondo in quanto gesti, un po’ come se il movimento degli occhi fosse la possibilità degli spostamenti del proprio corpo.
Nel mio lavoro è comunque sottesa una strategia di senso: la vista si arresta tra l’oggetto osservato, che in questo caso è il paesaggio e noi.

E a cosa è dovuta l’assenza dell’essere umano nei suoi ambienti?

I miei paesaggi sono volutamente tutti dominati dal silenzio. Non c’è la presenza dell’uomo perché egli in realtà ne è lo spettatore, il regista dell’azione.
Si dice che con l’albero, la Natura concluda la propria opera al di sopra dello sguardo dell’uomo. Forse è questa la ragione che mi spinge a perdermi tra i boschi. A camminare, attraversare, quasi una maniera intima e profonda di guardare al paesaggio.
Rappresentare per me è disegnare con lo sguardo, fare delle misurazioni ed elaborare riflessioni. La rappresentazione del paesaggio, luogo dell’attraversamento, appare segnata da tracce del percorso umano, come se il mio stesso lavoro volesse confrontare la propria metamorfosi con le trasformazioni che scandiscono non solo il legno ma la vita dell’uomo, il suo scorrere, la sua mutevolezza ed il divenire incessante fissato sulla carta, sul legno, per giungere all’origine delle cose, alla loro intima essenza, per tentare di raccontarla e di sprigionarne la forza estrema.

I suoi paesaggi sono simbolo di qualcosa?

Si potrebbe dire di sì. Il paesaggio in fondo, come dicevo, è la strada verso qualcosa, come una sorta di esperienza. La strada, il coinvolgimento fisico del camminare rende molto ricettivi al paesaggio.
Lo sguardo in cammino è una condizione ideale per vivere e capire veramente il paesaggio o, come intendevano molti tra i filosofi greci, per passare dalla theoria (osservazione) alla sophia (conoscenza). Ogni viaggio mi insegna così ad amare un luogo e il suo paesaggio ad attraversarlo fino a farlo completamente mio.

I commentatori evidenziano il rigore e la coerenza formale delle sue opere, realizzate con un uso sapiente di tecniche miste. Quali altri percorsi le piacerebbe intraprendere e sperimentare sul piano espressivo?

A parte la pittura e il disegno ho lavorato e spesso lavoro anche in altri campi dell’arte: fotografia, incisione, scultura e progettazione architettonica. In questi ultimi anni i miei progetti sono stati anche: installazioni, performance e public art. Oggi forse mi piacerebbe studiare ancor più da vicino anche il video e la regia…

Quali sono i suoi Autori di riferimento?

Klimt, gli Impressionisti, i Surrealisti con il depaysement fino alla Land and Enviromental art. Man Ray e certamente Van Gogh. Infine Abbas Kiarostami, Hamish Fulton. E, negli ultimi tempi, anche il regista italiano Ermanno Olmi, per il quale sto realizzando proprio in questi giorni un lavoro.

Di che si tratta, se può dirlo?

Sto preparando un quadro che verrà consegnato ad Ermanno Olmi in occasione della serata di preapertura a Palazzo Querini Dubois (e della proiezione del film La leggenda del Santo Bevitore in Campo S. Polo) della 65^ Mostra cinematografica di Venezia.

Complimenti! Un'ultima curiosità: ci ha detto i suoi artisti e i suoi stili di riferimento, ma chi sono i suoi Maestri?

Grazie! I miei maestri? All’Accademia, Carlo di Raco e Mauro Zocchetta, da cui, in particolare, ho appreso l’importanza del segno, del disegno come dato costitutivo e come strumento di scrittura e lettura dell'uomo; e allo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), dalle lezioni di Antoni Muntadas, Hans Ulrich Obrist e Mona Hatoum e dai fotografi Guido Guidi e Lewis Baltz, ho imparato a vedere con occhi nuovi i luoghi. Proprio Guido Guidi diceva che la fotografia si fa con i piedi, che vi è la necessità di camminare per guardare il mondo: è questo lo spirito con cui affronto il mio lavoro.

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