Nell'atelier di Vladimir Velickoc, la fine del mondo in pittura


Nell'atelier di Vladimir Velickoc si entra quasi in punta di piedi, rispettando il silenzio che impongono tutti i luoghi dalla misticità imponente e lasciando scorrere lentamente sulla retina le immagini delle opere. Forme a tratti inquietanti, che si sovrappongono e si accumulano dando vita a desideri nascosti nel più dimenticato degli angoli, esseri abbandonati ad un destino atroce, costretti a lottare contro l'immane potenza di animali mitologici che li perseguitano senza apparente via di scampo. Tra crani, animali impagliati, soprattutto volatili, cavalletti sparsi, tele abbandonate e riproduzioni antropomorfe, i quadri abbozzati trasmettono un'inquietudine reale, di un mondo alla fine del mondo.

La scoperta di tali soggetti è un risveglio che ha il sapore acre della maledizione, uno scorcio oscuro che riprende paure inconfessabili e ne riscrive i limiti, assegnando all'inconscio una parte sovrana, nella palette di terribili inquietudini riprodotte costantemente.

Paesaggi desolati, orizzonti bloccati, visioni di guerra e di carneficine, forche, impiccati, ami, ratti, rapaci, cani muscolosi dagli occhi bendati, formano un universo macabro ed aggressivo nel quale le rappresentazioni del mondo e del corpo umano sono altrettante illustrazioni delle sofferenze possibili.

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