Amman: la fondazione Darat al Funun

La settimana scorsa son stato a visitare Amman, capitale della Giordania, e la guida ci ha portato alla fondazione Darat al Funun: un buon punto d'inizio per esplorare l'arte contemporanea del mondo arabo. Fantastica la sede, con un panorama aperto sulle colline della città nella splendida luce biancastra dell'inverno. Interessante in particolare la piccola sede distaccata The Lab, con le sue due salette minimaliste in cui erano esposti quattro artisti già di successo, tre giovani e una decana delle arti in Medioriente come Etel Adnan. Nel seguito qualche immagine e video delle opere in mostra.


Adel Abidin dominava la prima sala, sia per il posizionamento centrale sia per i suoni di questa sua opera del 2008. I'm sorry riproduce una classica insegna luminosa americana, e l'artista stesso ne spiega con semplicità il senso: presentandosi negli Stati Uniti come artista iracheno, la prima reazione spesso era proprio un "Oh, mi dispiace". Espressione di scuse per il senso di colpa dell'americano guerrafondaio, oppure dispiaciumento per una cittadinanza difficile e lontana dalla modernità occidentale - in ogni caso una reazione che impedisce il confronto, la comunicazione rispettosa tra pari. Un'opera semplice ma efficace, mi è piaciuta molto come anche Ping Pong, un'altra sua famosa installazione che ho scoperto curiosando in giro: vi incollo qui di seguito il video, con il suo messaggio pacifista.

Una teca sul lato della sala esponeva i preziosi libri disegnati di Etel Adnan, poetessa e scrittrice libanese simbolo del femminismo arabo con il suo romanzo di guerra Sitt Marie-Rose. Paris Review riporta così le impressioni del duo libanese di videomaker Joana Hadjithomas and Khalil Joreige:

Tra le altre cose, ci hanno colpito i suoi taccuini disegnati. Le scritture sembrano dipinti, perchè copia frasi e poesie in una lingua che conosce appena e in cui concretamente lei non sa quasi scrivere. Ci ha commosso. I suoi gesti interpretano una lingua che diventa disegno, un linguaggio ricreato che nonostante tutto indica esilio nel proprio stesso territorio, un profondo esilio interiore.

Il lato all'ingresso della sala esponeva l'artista palestinese Laila Al Shawa con la serie di litografie intitolate The Walls of Gaza, prima di una serie di opere basate su graffiti fotografati nelle strade di Gaza prima della censura da parte delle forze di occupazione israeliane. Leggete qui su Majalla un bel pezzo pubblicato in occasione di una sua recente mostra a Londra. L'immagine arriva da questo blog, mentre su Magnoliabox si possono acquistare molte sue stampe anche dalla serie Walls of Gaza, qui il link.

Chiudeva l'esposizione, in una sua saletta, un'opera video di Basma Al Sharif, We Began By Measuring Distance. Se vi piace il video, vedete un suo cortometraggio qui su Transmediale.tv. Io ho letto con piacere la sua intervista per Conversations at the Edge, apprezzando le sue considerazioni sul senso di appartenenza nel mondo globalizzato di oggi. Ecco un'artista che non ha paura di sbagliare - come se poi fosse possibile misurare l'errore in un campo come l'arte...

Di recente ho iniziato una collaborazione con un'artista israeliana. E' sufficientemente in conflitto con la propria identità da rendere interessante la sua conversazione. Collaborare con lei mi ha già posto dei problemi. Molti conoscenti mi hanno fatto notare che perderò amici e colleghi se continuo con questo progetto. E' una questione delicata ma per me l'unica maniera di trovarci un senso è quella di provare a capire le cose personalmente e con un senso di relatività. Non penso che l'arte sia per forza lo spazio della rivoluzione, la vedo più come lo spazio per creare dialogo e sperimentazione. Rispetto appieno il fatto che altri ci trovino da ridire, capisco perfettamente il problema di una collaborazione come questa, ma per me è decisamente più interessante il rischio di provare a capire la maniera di portarla avanti, perchè potenzialmente potrebbe risolversi in un fallimento.

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