La crisi finanziaria e il mercato dell’arte

Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living

Grandi e piccoli investitori tremano in queste ore, dopo il crollo della Lehman Brothers e dinanzi alla crisi finanziaria in corso. Ci si interroga anche sulle ripercussioni che questa potrebbe avere sul mercato dell’arte.

Come scriveva ieri sul Corriere della sera Paolo Manazza, l’effetto più facilmente prevedibile sarà un considerevole incremento dell’offerta di opere, il che potrebbe in qualche modo correggere le storture di un mercato “drogato” come quello internazionale. Un mercato sovraffollato da autori “inventati a tavolino”, produttori di opere dai prezzi esorbitanti, per nulla avvicinabili alle quotazioni di artisti nostrani di grande valore (Manazza confrontava i dieci milioni di sterline dello squalo di Hirst ai circa 200 mila euro stimati per un De Chirico del 1920).

Potrebbero tornare sul mercato molte opere provenienti da collezioni private. L’amministratore delegato della Lehman Brothers, Richard S. Fuld Jr e la moglie Kathy, ad esempio, hanno già reso noto che il prossimo 12 novembre metteranno all’asta da Christie’s sedici opere di artisti come Barnett Newman, Arshille Gorky, Millem De Kooning e Agnes Martin.

Benché i Fuld abbiano dichiarato che l’accordo per l’asta fosse stato raggiunto a luglio, ben prima dello scoppio della crisi, la vicenda ha un che di emblematico. La vendita di opere d’arte da parte di collezionisti e speculatori è, infatti, un’interessante opportunità per appassionati risparmiatori.

Gli investimenti in tale settore offrono ancora garanzie più solide che in altri ambiti. Anche qui, tuttavia, occorre stare attenti. La produzione di grandi nomi ampiamente pubblicizzati negli ultimi anni potrebbe perdere rapidamente valore. Dinanzi al rischio di incorrere in opere “tossiche” (come i titoli che avvelenano il mercato finanziario…) sembrano preferibili più sicuri investimenti su opere d’indiscussa e comprovata qualità.

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