Fra arte, robotica e psicologia, intervista a Luigi Pagliarini

"Artista, (neuro)psicologo, progettista multimediale e software designer, Luigi Pagliarini è un esperto in robotica, entertainment ed edutainment, AI e Vita Artificiale. Professore di Teoria della Percezione e Psicologia della Forma presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, direttore (e fondatore) del Pescara Electronic Artists Meeting (PEAM), presidente di Artificialia e Art Director di Ecoteca, ha pubblicato libri, riviste, webzines, su atti di congressi e conferenze nazionali ed internazionali, esponendo i propri lavori in musei ed in luoghi istituzionali. Ha infine lavorato con diversi Enti, Istituti di Ricerca ed Università, sia come ricercatore che insegnante e come consulente con diverse aziende, industrie e multinazionali.

Con Luigi abbiamo parlato del suo percorso a cavallo fra arte, robotica, intelligenze artificiali e psicologia, del suo concetto di intelligenza polimorfa, di come immagina il nostro futuro di occidentali.

Vi lascio alle parole di questo camaleontico artista che divide la sua vita fra l'Italia (Roma-Bari-Pescara) e la Danimarca.

- Luigi Pagliarini: dalla psicologia ai robot e alle intelligenze artificiale. Come si incrociano questi tre percorsi nella tua vita professionale e artistica?

A prescindere dal mio percorso, credo che esista una fusione fra le discipline: quello di disintegrare le discipline è infondo un errore classico della filosofia occidentale, dai greci a Wittgenstein. Nel pensiero orientale tutte le discipline sono in realtà fuse tra di loro. Nel mio particolare caso devo dire che innanzi tutto nasco come artista: vengo da una famiglia di musicisti, il mio omonimo nonno era un violinista professionista. Sono sempre stato immerso nella musica, nell'arte. Il mio interesse per la psicologia è nato invece in fase adolescenziale. Successivamente mi sono interessato all'area linguistica, alla neurolinguistica in particolare, e ho iniziato a studiarla: questo è il primo passo per quanto riguarda la scientificità della mia produzione. Ad un certo punto mi sono ritrovato a coltivare sia interessi artistici (musica e arti visive) a livello personale, sia a perseguire i miei studi neuropsicilogici, tanto che fui chiamato a collaborare in un centro di ricerca dove si studiavano sistemi informatici avanzati applicati all'intelligenza artificiale. Da qui inizia il mio percorso da autodidatta dell'informatica, accompagnato da fisici, matematici e specialisti competenti del settore. Così è partito il tentativo di emulazione di reti e comportamenti nell'ambito dell'intelligenza artificiale. Nell'arco di 7-8 anni mi sono ritrovato a fare questo: mescolare le competenze accumulate in campo neurologico con algoritmi e simulatori. Chiaramente affrontavo tali argomenti in maniera scientifica, ma chi ha l'arte nel cuore purtroppo non riesce a scollarsela di dosso così facilmente. E quello che producevo era influenzato da questo nuovo medium. L'informatica infondo non è nulla. È una nuova penna, una matita, un pennello se vuoi, e si inizia ad usarla per scrivere, per segnare gli appunti o i numeri di telefono in agenda, col disegnarci, suonarci e così via: l'informatica ti permette di fare quello che in passato facevi con strumenti simili. Così ho iniziato a scrivere software in campo artistico, le cui radici si affondavano credo inevitabilmente nelle mie ricerca sulle reti neurali piuttosto che sugli algoritmi genetici. Il passo più complesso verso la robotica è stato determinato da fattori economici, puramente professionali: nel '97 abbiamo fatto un progetto pilota con la LEGO. In quei laboratori, sempre da autodidatta ma accompagnato da persone di grande competenza, ho iniziato a occuparmi di robot.
Per quanto nriguiarda il legame fra questi tre ambiti, mi sembra evidente, naturale direi. Prima di tutto la mente. Nella mente risiedono sia psicologia che informatica (soprattutto informatica intelligente), ma anche l'arte: moltissimi aspetti dell'arte contemporanea sono fondati su aspetti "psico-simili" (dall'interattività, alla gestualità e via dicendo).

- Parliamo del tuo concetto di intelligenza polimorfa: cosa intendi?

Il concetto di intelligenza polimorfa è di per sé molto semplice. Con questo concetto io intendo la congiunzione definitiva tra intelligenze naturali di stampo biologico e intelligenze artificiali di stampo tecnologico/informatico, quindi artefatti. L'avvio di un ramo in cui c'è la compartecipazione di questi due tipi di intelligenze nella definizione del pensiero unico alla base della crosta terrestre. Questo sia a livello macroscopico che a livello microscopico in termini di individuo: fra uomo e macchina è nata una interdipendenza condivisa a livello di intelligenza (fisica e intellettiva) in cui c'è una forma di simbiosi. Quando si parla di questi temi chiaramente sorgono diverse obiezioni e di diversa natura. Scendiamo in un ambito filosofico difficile dove bisogna andare a ridefinire il concetto di intelligenza, il come sta la l'uomo alla macchina ma anche la macchina all'uomo. Diciamo che il concetto principale è quello che ho esposto ed è semplice, convincersene è un po' più complicato. Però io ci credo, sono anzi più che convinto che questo sia lo stato dell'arte delle cose...

- Nella tua poetica c'è una critica molto forte rispetto alle strutture di pensiero occidentali: come vedi il nostro futuro e, se posso chiederlo, come vedi il futuro dell'Italia?

Se è vero che facciamo parte di un tutto unico, questo tutto è determinato dagli elementi che lo compongono. Lo studio neuropsicologico e informatico, e quindi il metodo scientifico, mi rende più semplice razionalizzare le problematiche. Attraverso l'arte riesco a scrollarmi di dosso il pensiero più razionale, scendendo nel territorio dell'irrazionale, dell'istintivo, dove trionfa l'estetica in quanto mezzo espressivo del credo di una persona. E soprattutto della visione di una persona, quindi della possibilità di immaginare il futuro: l'arte ha proprio questa funzione. Rispetto alla domanda che mi poni, non posso esimermi dal parlare dell'evoluzione del pensiero e della società globalizzata. E qui sono certo di una cosa - ma più a livello di intuizione perché formulare "predizioni" matematiche sulla società non è possibile. La società globalizzata ha due caratteristiche particolari. La prima è quella di interdipendenza e di interinfluenza, nel senso che comunque si faccia e dovunque vada finiamo con l'influenzarci reciprocamente: noi non possiamo arrestare questo processo perché i fenomeni (sociali, culturali e di costume) si propagano per osmosi. L'essere umano apprende e vive di migrazioni e il contatto più stretto determinato dalle decnologie, a livello telemetico, televisivo e personale, con altri popoli e culture diverse finisce per influenzarci e influenzare: ci sarà un grande "rimescolamento", un remix globale. Ciò nonostante, le culture locali mantengono una forte identità. Facciamo un esempio. Quando arriva un extra-comunitario in un paese, diciamo il nostro, all'inizio viene assorbito culturalmente, viene influenzato e influenza a sua volta. Poi passato un lasso di tempo, sia lui che la società si ridefiniscono, creano un nuovo stato di equilibrio in cui l'essere "italiano" ha un nuovo significato. Ho la sensazione che all'interno di questo grande rimescolamento si arriverà ad una saturazione, che emergerà in tempi e punti geografici particolari e non prevedibili... L'Italia, beh, vive certamente un periodo di transizione: a livello politico non mi esprimo (la situazione è inarginabile). A livello artistico forse troveremo un'equilibrio: larte infondo tende sempre ad emanciparsi...

- Ultima domanda. Qual'è l'opera d'arte che hai prodotto a cui sei più legato?

È difficilissimo, veramente... Non c'è un'opera in particolare. Forse potrei dirti questo: sono maggiormente legato a qauelle opere che mi hanno fatto "sudare". Quando il corpo, la dimensione molto fisica della fatica, è stato coinvolto, ebbene quell'opera assume un valore immenso.

  • shares
  • Mail