Cafonstreet. Uno studio antropologico sui messinesi

Non intendo certamente invadere il campo di Comicsblog, che, peraltro, ha già dedicato lo spazio dovuto a questo straordinario cartone animato realizzato da Marcello Crispino e Giulio Lo Greco. Ma davvero non posso trattenermi (anche perchè si tratta di miei conterranei). E, ricordando più che altro a me stesso che i fumetti e i cartoni costituiscono anch'essi autentiche forme d'arte, segnalo ai lettori di Artsblog le quattro puntate di Cafonstreet, che possono gustarsi, oltre che sul portale della serie, anche su Facebook e Youtube.

Cosa c'è di tanto interessante in questo cartone che sta avendo un notevole successo tra giovani (e non) messinesi (e non)? Il fatto che rappresenta in modo estremamente realistico una grottesca, ma per nulla minoritaria, umanità che popola la città dello Stretto.

Non c'è cattiveria nella rappresentazione delle avventure dei due protagonisti della storia, Mimmo, trentenne ossigenato nullafacente, e Stellario, indolente impiegato al cimitero comunale. Non si tratta di facile sarcasmo. Nelle vicende raccontate si può apprezzare la lucida, lucidissima analisi di chi conosce bene la realtà che descrive e ha, nel contempo, l'intelligenza di ricostruirla con il sufficiente, quasi scientifico, distacco.

Se, quanto ai disegni, le fonti d'ispirazione sono i più celebri cartoni di critica sociale di Matt Groening, le puntate finora uscite della serie sembrano il frutto di un attento studio antropologico su quello che, per usare una categoria oggi desueta, potrebbe definirsi il sottoproletariato messinese. I personaggi parlano in dialetto (ma le loro conversazioni sono sottotitolate), pensano e si comportano esattamente come fanno molti giovani messinesi.

Esemplare la terza puntata ("L'autobbusso"), nella quale Mimmo racconta al suo amico uno spiacevole episodio ('na passata) del quale è stato involontariamente protagonista. La reazione del ragazzo alla secca, brutale (ma - attenzione! - per nulla gratuita) risposta dell'autista dell'autobus è esattamente quella che avrebbero avuto molti messinesi. Mimmo va spavaldamente per gabbare e finisce inevitabilmente con l'essere gabbato. E all'amico che gli chiede come sia finita non sa cosa rispondere e cambia discorso (salvo poi confessare la sua ignoranza sugli orari degli autobus...).

Ma le chicche sono tante. Nel quarto episodio ("La paura fa scantare"), ad esempio, viene messo in scena in modo magistrale il tipico litigio ('a sciarra) tra cafoni. All'aggressione dello zombie, prodotto immaginario del delirio di Mimmo e Stellario dopo una pantagruelica mangiata, notate come reagisce il primo. Non sembra spaventato ma offeso dall'assalto invadente del mostro, le cui fattezze non lo sorprendono più di tanto, e gli si tuffa addosso (seguìto poi dall'amico) proprio come farebbe un cafone messinese.

Crispino e Lo Greco sono abili non soltanto nel rappresentare fedelmente le movenze e il linguaggio di molti giovani messinesi, ma anche, e soprattutto, nel risostruirne la mentalità, la visione del mondo. Fra tutte, due le caratteristiche che vengono ben colte dagli autori: l'inesauribile e inarrestabile tendenza al racconto (e soprattutto al racconto di sè) del messinese (dato comune, del resto, al siciliano e a molti meridionali), incline più alla parola che all'azione, e la sua straordinaria resistenza alle avversità della vita, ma anche ai rivolgimenti sociali, ai cataclismi e ai grandi mutamenti della storia.

Questa è la sua forza, ma anche la sua condanna. E la bravura degli autori di Cafonstreet sta nell'aver saputo cogliere tale realtà e nell'averla rappresentata icasticamente, con grande efficacia negli esilaranti scambi di battute di due personaggi che, una volta conosciuti, è difficile dimenticare.

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