Interviewing the Crisis 2 con Francesco "Warbear" Macarone Palmieri


Terzo appuntamento di Interviewing the Crisis 2, con un sapore un po' speciale. Ne parliamo con Francesco "Warbear" Macarone Palmieri: quasi un benvenuto in redazione visto che a breve lo conoscerete anche come autore di Artsblog. Intanto un assaggio della sua poetica e delle riflessioni che hanno accompagnato la sua presenza sulla scena underground italiana e internazionale dell'arte contemporanea, fra performance ed eventi, attivismo sociale e politico, saggi, controcultura, sessualità transgender.

Ho annunciato questa intervista come l'esplorazione di un mondo che volutamente rimane al bordo, che si incunea negli interstizi della metropoli, in equilibrio costante fra morte e celebrazione. E non potevo meglio introdurre questa intervista che scende nel profondo della crisi, vissuta come esperienza finale del "turbocapitalismo": l'uomo contemporaneo costretto a confrontarsi con il game over dei modelli di sviluppo, che diventa assenza e incapacità di produrre futuro. In questo la crisi, fino alla sua celebrazione estrema (la morte, il funerale), la decostruzione, il detourmento del linguaggio, diventano una via di fuga e allo stesso tempo una scelta consapevole, intorno ai quali costruire modelli di produzione artistica, culturale sociale.

E' intorno a questi temi che abbiamo costruito un intervista densa, con domande impegnative, spesso difficili, che si intersecano a più riprese con l'autobiografia del suo protagonista: dell'Italia un ritratto crudo e decisamente realistico, dall'assenza di diritti sul lavoro, a una cultura che trasuda cattolicesimo e atteggiamento mafioso, fino all'ultima esperienza della cancellazione di Queer, l'approfondimento di Liberazione dedicato alle tematiche gender.

Ma non voglio dirvi oltre, lasciandovi alla lettura del testo, in cui avrete il piacere di immergervi, non senza qualche sorpresa, proprio a partire dalle presentazioni. Prossimo appuntamento con Interviewing the Crisi 2 con Ricardo Ruiz di Descentro (Brasile).

[Foto in alto e successive tratte da "Pisicosi di Warbear" descritte da Kevin Pistone e Bebop]

- Dj, performer, saggista, curatore, organizzatore di eventi, "Warbear" anche noto come Francesco Macarone Palmieri è una personalità complessa: presentazioni con i lettori di Artsblog

Tempo fa giravo su google e sono inciampato in questo blog post che ho trovato delizioso e che solo dopo un tot di tempo ho ricondotto ad una chat su un sito per orsi (omosessuali grossi e barbuti). Magari può essere favorevole ad una visione esterna:

"…..A warbear spocchioso più che mai.

Che arroganza!!!! Che pregiudizi!!!! Solo perché porto la cravatta, che a tuo dire dovrebbe essere rossa, per dire che sono diessino o comunista. Mi dispiace per te non sono né l'uno né l'altro e non mi piacciono neanche le cravatte rosse. Solo perché non ho orecchie e capezzolo o cazzo piercingati o tatuaggi su tutto il corpo, sarei meno up to date di te??? O solo perché non amo i tagliuzzamenti sanguinanti con le lamette, forse meno estremo??? Questa estetica pulp ti dirò mi ha rotto il cazzo, e sì, proprio così, mi ha rotto il cazzo!!! Essere primitivi o tribali , significa sempre essere primitivi e tribali, che non significa essere da meno da altri più raffinati ed urbani- e non è confortante che davanti ai due termini ci sia un neo per renderli più, come dire colti e profondi- sempre tali si resta. Avvilenti manifestazioni contemporanea della riduzione del corpo a cosa tra le cose. OH!!! My god!!!!!! Forse sono marxista ora????? A Scampia e a Nisida non portavo la cravatta e la mia età era inferiore a quella che hai tu ora, piccolo arrogante e oggi non sono un agiato prof. universitario, ma un misero contrattista e non teorizzo la precarietà- come fai tu dall'alto delle tue aristocratiche certezze- in fondo sei sempre un Macarone Palmieri ed io un anonimo Cuomo e non salto da Roma a Bologna a Parigi come fai tu , in sordidti o esclusivi –fai un po' tu- circoli underground perché al mattino vado a lavorare con uno squallido e poco romantico treno con la gente- sempre la stessa – che mi sta quasi seduta addosso. E allora!?!?!? Sono stato a Berlino questa estate e mi sono stufato di insopportabili cantine umide e maleodoranti di un asfissiante conformismo lether e di popper a buon mercato:una noia indicibile di chi vive in società ordinate e pulite e non a Napoli dove il puzzo di piscio lo senti alla stazione centrale per strada e dove la monnezza tracima per le strade e le baby gangs trascinano a terra dai loro motorini le vecchie e le giovani i vecchi e i giovani per strada un'ora si e una no e non c'è uno straccio di controllo, oh pardon. troppo reazionario???? Detesto questa estetica zozza splutter punk questo pressappochismo di maniera così in voga in certi ambienti che masticano tutto come i ruminanti solo per riportarselo dallo stomaco alla bocca. Foucault, che credo dovresti conoscere, ebbe a scrivere : Devianza e resistenza :" Il concetto di 'resistenza' - resistenza all'ordine che il potere costituisce - si pone come principale correlato del potere, correlato ad esso opposto ma allo stesso tempo paradossalmente complementare" . Non ti viene in mente niete , relativamente alla tua tua vita?

Franco Cuomo
https://groundzero.blog.kataweb.it/2006/03/09/a-warbear-spocchioso-piu-che-mai/

Se poi vi accontentate della versione standard della mia vita, beh:


Sociologo ed antropologo, Francesco WARBEAR Macarone Palmieri si occupa di sessualità e controculture, antropologia urbana, sociologia delle emozioni, media studies e performance con un focus specifico sui Teoria Queer e Gender Studies e sulla pornografia attraverso saggi e seminari. Ha pubblicato scritti e saggi con case editrici come Mondadori, Meltemi Edizioni, Derive Approdi, Castelvecchi, Transform Italia, Shake Edizioni Underground, Venerea Edizioni. Scrive come saggista su "Queer", il supplemento domenicale di "Liberazione" e su altre testate cartacee e telematiche. Ha collaborato con la rivista "Avatar" e con "Gomorra", "Decoder", "Derive Approdi", è fondatore della rivista "Torazine", e collabora con "Catastrophe". In campo cinematografico fa parte della redazione del festival di cinema indipendente "Tekfestival" ed è il fondatore del gruppo di orsi "Epicentro URsino Romano" con il quale ha co-prodotto il party "Subwoofer", nonché il fondatore del progetto queer indipendente "Phag Off" di cui é il dj residente e con il quale produce eventi e festival come "Fe/male" e il "Queer Jubilee". Ha partecipato a festival dedicati a tematiche di genere ed orientamento quali "Homobeat" a Bologna, "Live Performers Meeting" di Roma, "Activism Hactivism Artivism" di Berlino, "The art and politics of Netporn" di Amsterdam, "Queering Sound " di Washington (Digital Contributor), "C'lick me. Net Porn festival" Di Amsterdam, "Berlin Porn Film Festival" di Berlino, "Ueeh" di Marsiglia come curatore della rassegna di Phag Off/Tekfestival. Tra le sue pubblicazioni più importanti "Free Party" (Meltemi Editore), "21st century schizoid bear" (all'interno di "Texture", Meltemi Editore); saggio sulle performance delle mascolinità in chiave ursina nel campo della pornografia in rete, ripubblicato in inglese all'interno del manuale "The Net Porn Studies Reader", edtio dall'Institute of Network Cultures di Amsterdam. "La città Polimorfa" (all'interno di "Una Strana Rivista. 10 anni di Gomorra", Meltemi Editore) e viene tradotto in turco con i "Net Porn diaries" per "Tesmeralsekdiz", una rivista di filosofia di Ankara.



- Nella tua attività professionale e artistica, la critica sociale, politica e antropologica ai modelli esistenti ha sempre giocato un ruolo fondamentale: qual'è la tua personale valutazione della crisi in corso e quali, a partire dalla tua esperienza, i sintomi e le ripercussioni principali in Italia?

Tempo fa leggevo un articolo sul quotidiano "La Repubblica" che partiva dalla crisi del sistema finanziario europeo, affermando che alla base di questa ondata c'era la tragedia del turbo capitalismo, ovvero una specie di profezia marxiana avverata rispetto all'esaurimento totale delle risorse, analisi che non dava spazio ad alcun cambiamento dei modelli di sviluppo come possibile ridirezionamento verso una chance di vita ma tracciava il confine oltre il quale appariva una sola parola: game over. Io sono rimasto abbastanza scosso nel leggere un'analisi così nichilista in un giornale della sinistra fair. Ora, in un certo senso, per quanto la politica con la P maiuscola sia lontana dal quotidiano e dai territori, la crisi diventa uno scenario reale di relazione che filtra i contatti sociali, ponendo l'assenza del futuro come punto cardine della scala valoriale che orienta la dinamica della relazione. Anzi, nel caso italiano forse è meglio parlare di energia sociale statica. Tale energia è provocata da una serie di fattori. In primis c'è l'assenza di garanzie minime sul piano dei diritti, in un quadro governativo dove la destra liberale qualunquista coadiuvata dalle politiche reazionarie dello Stato Vaticano subentra ad una sinistra morta ed incapace di proporre alternative concrete. Successivamente i movimenti sociali come lo squatting e i centri sociali, hanno perso il ruolo di produttori culturali ed agenti di trasformazione territoriale, dove una nuova destra sociale extraparlamentare ne sussume e ne detourna i linguaggi in chiave nazionalista e prende potere nelle strade. In tale quadro gli investimenti sulla produzione culturale sono affogati da dinamiche mafiose in ogni campo: dalla ricerca scientifica alla produzione di eventi. Se l'accesso alle risorse è sempre e comunque nepotistico, autoprodursi in uno scenario del genere significa spostare montagne. Il risultato è una desertificazione culturale, un'oppressione sociale senza pari e un' impossibilità di intravedere futuro se non nell'esilio in contesti sociali che affrontano la crisi con un'energia dinamica, libera da zavorre come il cattolicesimo e la cultura mafiosa, o nella morte creativa.


- Secondo Robert Neuwirth, autore del libro "Shadow Cities", nei prossimi 25 anni il numero di persone che vivono in comunità abusive raggiungerà nel mondo i 2,5 miliardi. Cosa ne pensi di questo dato? Nel discutere, si usano spesso forme di descrizione univoche della società: si invoca "la realtà", come se ne esistesse una sola, quella che nella maggior parte dei casi coincide con il "salotto dell'europeo occidentale medio" (ancora ricorrendo ad un'astrazione che non esiste). Lo stato di crisi (continua, a questo punto) può essere una occasione per usare le "altre forme di realtà" come strumenti di critica e di creazione di opportunità?

In una cultura dell'accumulazione di merce-informazione come strumento di benessere in una logica produttiva di dominio e subalternità, l'abbandono e la perdita sono concepite come azioni volte all'eliminazione del genere umano. In questo, liberare i corpi dalle sanzioni geografiche nel loro attraversamento è perdere gli strumenti produttivi di cui l'occidente si è dotato in chiave neocolonialista per la produzione multinazionale nel mercato mondiale. Primato che di suo già ha perso con la crescita esponenziale delle potenze economiche cinesi e indiane. Ma cosa succederebbe se le informazioni si liberassero? Cosa succederebbe se i corpi- vettori che le portano, fossero liberi di transitare così come le merci che gli stessi producono per l'occidente? Per me questa è l'unica ipotesi tangibile per una trasformazione radicale. Io vedo la crisi non come uno stato economico-politico ma come un luogo sognante, uno spazio basculante e liminale dove tutto sfuma e dove la paura diventa quell'esperienza sublime dove le antitesi discorrono. È questo il salotto che mi interessa vivere, la crisi come azione interstiziale. E l'azione nell'interstizio dev'essere orientata alla produzione di nuove scale valoriali, lì dove le vecchie si perdono nella misura in cui perdono la forza della verità, della naturalità acquisita. La trasformazione di questi interstizi in spazi di vita qualitativa possono avvenire solo attraverso la libertà di attraversamento dei corpi.



- Parliamo del Phagoff, un happening artistico nomadico dedicato alla nuova sessualità e ai generi che porti avanti insieme alla Phagoff Family da oltre 5 anni, coinvolgendo un'ampio network di artisti internazionali. Il processo artistico ed esperienziale che abbiamo percepito le volte che siamo venuti ai vostri eventi sembra essere fondato su una alchimia composta da squatting, nomadismo e una strana sensazione di familiarità e partecipazione. Phagoff sembra assumere il paradossale ruolo di famiglia-non-biologica per chi lo frequenta. In cosa è diversa questa forma di "collaborazione" e di "partecipazione" dalle tanto decantate omonime proprie delle reti digitali? Queste differenze possono essere utili per identificare metodologie e processi per affrontare lo stato di crisi?

Phag Off nasce proprio per produrre spazi interstiziali e cultura della crisi, la crisi dell'identità. Phag Off è un progetto queer , interessato al crollo delle appartenenze sul piano di genere e di orientamento sessuale, identificando e decostruendo i codici coatti che le definiscono, attraverso una continua pratica della crisi. Phag Off dalla stessa parola, ribalta il termine phag in una provocazione tesa verso il rifiuto e l'attivismo. Quindi da una parte la messa in crisi dei modelli dominanti in chiave eterocentrica, dall'altra la costruzione del presente con modelli di relazione alternativi dove la rivendicazione pietistica su base identitaria l.g.b.t. lascia il posto a sperimentazioni linguistiche liquide. In questo, Phag Off per sei anni è stato un progetto che ha prodotto un cambiamento radicale partendo dalla crisi del non riconoscersi come atto creativo. Per questo, la scelta delle location dove attuarne le feste – come cellula neuronale centrale attraverso la quale espandere sinapsi di conferenze, concerti, performances e azionismi con il motore del desiderio – puntava su spazi piccoli e neutri che permettessero l'attraversamento, la non identificazione, il senso di dispersione da parte delle comunità, se perdersi è politico, ritrovarsi è erotico . L'eros del ritrovarsi senza i confini delle norme sociali che definivano una sola "natura"delle persone ha pagato in un momento di riflusso dove le identità politiche, sociali e culturali erano arrivate all'11.9 del postmoderno. Per questo Phag Off è stata un'energia impazzita inebriata dalla crisi che apriva il concetto di differenza a tutte le sue interazioni possibili non solo sul piano di genere ed orientamento sessuale quanto sui mille piani sociali, etnici, generazionali e di differenti abilità. La differenza sostanziale dei modelli partecipativi che spingevano all'attraversamento di Phag Off rispetto alle reti digitali, risiede in una parola chiave: il corpo. Dopo venti e più anni di orgia digitale, di positivismi cybersociologici alla Levy, di stati puri di cittadinanza elettronica, vediamo la crisi dei modelli digitali come strumenti di sviluppo umano. I processi di virtulizzazione, non hanno portato a piogge attualizzanti di cambiamento sociale qualitativo in termini di redistribuzione delle risorse, quanto all'allontanamento degli spazi in termini di distanza umana. L'esperienza sensoriale viene annichilita dalla sensorialità dell'avatar che basa la sua difesa nella costruzione di profili nei social networks dove l'unica pratica di relazione è amplificare la friendship, come strumento autpromozionale, attraverso le nuove forme di spam tramite commenti e bollettini. La stessa pratica di partecipazione a gruppi od eventi – prendi il caso di face book- diventa una pratica catartica di presenzialismo digitale che non attende ad alcuna attualizzazione fisica. In questa dialettica tra crisi del digitale come strumento di crescita e cambiamento e pratica della crisi come strumento di cambiamento, Phag Off ha deciso di mettersi esso stesso in crisi , concludendo il suo percorso nel momento d'apice della sua storia. E questo perché i linguaggi di liberazione che stava sperimentando si sono sedimentati ineluttabilmente in sintassi, calcificando identità e dinamiche di relazione. Adesso come adesso per essere cool devi avere un profilo di myspace ed uno di facebook con almeno duemila amici l'uno, devi essere almeno bisessuale ed avere delle foto porno sui tuoi profili, vestirti a righe con completi H&M, metterti rayban wayfarer, ascoltare indie rock ed elettronica e prenderti l'mdma, andare almeno una volta al mese a Berlino, fare il fotografo o il Dj o il Vj. Per questo Phag Off ha deciso di portare a termine la sua stessa autoeliminazione, suicidandosi. E ciò per spazzare via i modelli calcificati ma, soprattutto, per aprire vuoti, per mettere in crisi le persone abituate ad avere delle garanzie; a riscoprirsi precari/e come immagine di vita tangibile, vivendo negli squilibri come ortiche nate dal cemento.


- Conducendo le nostre vite quotidiane occorrerebbe pensare a troppe cose: all'ambiente, alle guerre, all'economia, alle persone, ai diritti civili, alla tecnologia, alla musica, al sesso.... più di quanto non consentano le vite di tante persone, composte da 9 ore di lavoro, 2 ore in macchina, 2 davanti alla TV, 2 con i figli, 8 a dormire, 1 di varie ed eventuali. In totale sfavore del tempo per la parte "critica" del nostro pensiero. Ora come ora sembra che il lifestyle sia il luogo più adatto per la reazione. Cosa ne pensi?

Penso che, come detto prima, il life style sia esso stesso una parte ineluttabile del processo di speculazione turbocapitalistica dove cool hunters colgono il senso della scene per trasformarlo in un'estetizzazione banalizzante rivendibile per un paio d'anni. Uno spremiagrumi della produzione culturale dove l'esperienza sublime, il senso del disastro, l'impatto della deflagrazione, lo sradicamento, il crollo del futuro si perdono in una pantomima sterile che viene proposta come laboratorio e mi fa vomitare .


- Le persone con cui lavori possono essere definite in molti modi, ma sicuramente non come "benestanti". Vi servite infatti di modelli economici che appartengono ai margini delle metropoli, e che prendono decisamente le distanze da quello che il mainstream continua a chiamare "valore economico". Può un modello di business essere una forma d'arte?

Attualmente è l'arte contemporanea ad essere un modello di business decaduto. Posso sembrare old fashioned ma Io ho sempre lavorato su un'economia empatica dove il piacere del dare ha sempre superato la logica dell'avere in un sistema di analisi microeconomica nei margini di guadagno. Dopo venti anni di produzione culturale in tutta Europa anch'io sto applicando dei modelli di crisi come strumento di analisi della mia vita e sto riflettendo sul senso dell'ipocrisia come spazio di produzione. Terre Taemlitz, un teorico transgender americano/giapponese, parla dell'"ipocrisia" come applicazione dialogica ai processi di produzione, lì dove in un contesto storico economico il concetto di coerenza in termini di processo dialettico sostituisce quello di consistenza (da cum-sistere quindi ponendo l'accento sul piano della molteplicità e della consistenza). Ora, io ho provato o, meglio, mi sono trovato a sperimentare questo modello dell'ipocrisia creativa come spazio della produzione, cercando di annichilire posizioni critiche in favore della molteplicità ma ho scoperto che come modello può durare a breve termine perché la spazialità non discussa continuamente diventa quasi automaticamente luogo di dominio fisico innestando dinamiche di potere e violenza tipiche dei modelli economici precedenti. Per questo, ad oggi, ho scelto la crisi quindi ho scelto di far crollare l'ipocrisia come modello produttivo funzionalmente ad una riabilitazione del modello empatico come strumento di relazione, lì dove il sentire dell'altro si basa su forme di celebrazione continua della vita e della morte come energia creativa per la promulgazione dell'atto produttivo. Questa è la mia economia qualitativa di oggi che gode di una liberazione profonda – aggredire.


- Ultima domanda. Recentemente "Queer", il supplemento settimanale di approfondimento sulle tematiche di genere di Liberazione, viene cancellato e con lui anche la tua rubrica: anche questo un effetto della crisi in corso?

Il nome della mia rubrica è "Agender", pubblicata dal 2007 a scadenza domenicale su "Queer"; supplemento del quotidiano "Liberazione" inerente alle politiche dei corpi e alle loro pratiche territoriali. "Agender" mappa le geografie di eventi inerenti a tematiche di Genere e Queer sul territorio nazionale. Il metodo di selezione ha un respiro inclusivo rispetto a proposte Queer Positive sia sul versante dell'ambito comunitario l.g.b.t., sia su quello delle proposte culturali d'avanguardia. La rubrica non è una semplice lista di informazioni poiché L'esposizione delle news di "Agender" ha un aspetto descrittivo ed analitico con dei focus critici rispetto alle proposte. Ora in un certo senso agender era la rappresentazione olografica della linea editoriale di "Queer" che per anni è stata essa stesa produttrice di forti crisi poiché da una parte raccoglieva le esperienze dirette e le analisi degli attori sociali che agivano sul territorio che come me avevano vent'anni di storie da raccontare, e mi riferisco a compagne e compagni di viaggio come Monia Cappuccini, Marco Philopat, Gaia Maqui Giuliani, Il Duka e tante e tanti altri. Dall'altra affrontava tematiche che per la sinistra, anche quella più avanzata di "alias" ad esempio, erano assolutamente scabrose e amorali, come la pornografia, il sex working, le azioni queer, i dibattiti sui rapporti di genere. Io mi sono trovato a scrivere pezzi che nessun 'altra testata mi avrebbe mai permesso di fare. Cose come articoli o le critiche radicali alle lobby di potere gay in Italia, lo stato della decadenza dei Pride, o ancora focus sul queer hip hop, sul transgenderismo f-to-m, sulle rappers lesbiche cristiane afroamericane, sul cinema queer, sui festival di porno indipendente fino ad arrivare a vere e propri pezzi di surrealismo come l'elogio dei minidotati e la feticizzazione gay de politici di destra. Insomma tutte tematiche che strappano il velo alla morale di sinistra che ha una vera e propria paura di affrontare. Il problema vuole che proprio per questi motivi e sopratutto per dinamiche politiche interne alla gestione di Rifondazione Comunista, Ferrero ha così destituito il direttore Sansonetti che si riferiva all'area vendoliana (unica a lavorare sulle suddette tematiche) dal suo incarico mettendo al suo posto il triumivirato valoriale di lavoro famiglia e libertà, incaricando quindi il sindacalista Dino Greco affiancato dal vaticanista Fulvio Fania. Senza contare che si preannuncia una svolta omofoba con la paventata vendita del quotidiano all'editore Luca Bonaccorsi il quale vicino allo psichiatra omofobo Fagioli, ha fatto una guerra santa contro le persone che lavoravano sulle politiche dei corpi e sul desiderio all'interno di Liberazione. Questo è l'orrore della sinistra in Italia che ha agito in puro stile normalizzante sovietico come a reprimere una nuova primavera di Praga. Questa è la sinistra italiana della conservazione, degli interessi personali e della latitanza dove la crisi e' permanente e permanentemente controllata, specchio di una quadro politico mafioso degno delle classi dirigenti che hanno distrutto l'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. La crisi può sembrare un fenomeno contemporaneo legato all'andamento dei flussi finanziaria ma in Italia sul piano politico sociale e culturale c'è sempre stata ed è la miseria di vivere in uno stato con un popolino provinciale e qualunquista , dove le dinamiche mafiose , la pratica dell'omertà ed il controllo sociale sono le leggi quotidiane che significano la cittadinanza. Per questo io sono un gaudente acceleratore, sperando che la situazione si renda cosi' tragica da inghiottire tutti in questa enorme latrina chiamata Italia, cosi' vederemo quale materiale fecale resterà a galla producendo un nuovo tessuto costruttivo e quale altro andrà a fondo , finalmente scaricato via dalla faccia della terra.

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