Mammuth: l 'album di Robert Gligorov


Eccomi di ritorno da un buon weekend di mostre e spettacoli. Come anticipato da margherita ho fatto un giro da Robert Gligorov alla Galleria Pack di Milano. Un Gligorov alle prese con la musica che ci accoglie con 'Tante storie', il gioco della campana tracciato in scotch sul pavimento e un buco contenente polvere di zinco al posto del numero cinque.

Nella stanza adiacente, adagiati su dei comodi divani, ci vengono presentati alcuni brani dell'album “Mammuth – Songs from the Blue Garden”. Qui la libertà espressiva dell'artista di origini macedoni raggiunge ottimi livelli. Protagonista principale del suo lavoro, Gligorov passa dalla videoperformance al videoclip mostrando se stesso. Unica eccezione, 'Io sono Arturo', canzone che racconta della solitudine d'una persona anziana. Qui l'artista si avventura nei meandri della casa del protagonista facendosi occhio che scruta, obiettivo della telecamera che si insinua nello spazio microscopico della quotidianità.

Frenetico, come sempre dissacrante, ci propone una raccolta di pezzi ai confini tra rap e spoken word, dove c'è poco spazio per la melodia, per la canzone. Un ritmo urbano, un ritmo narciso, quello con cui ci conduce ad esplorare un universo che è essenzialmente quello della sua interiorità. Un ritmo che si contorce su se stesso e sulla rima. Musica dura, che non lascia spazio ad etichette e vincoli imposti dall’industria. Ci ho rivisto dentro qualche cosa di un altro Roberto, Freak Antony degli Skiantos a briglia scioltae anche del Samuele Bersani più cervellotico, ma lo dico solo a titolo personale.

Robert Gligorov exhibition at Galleria Pack - Milano
exhibition at Galleria Pack - milano
exhibition at Galleria Pack - milano
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In pezzi come 'Islam Stop' c'è rabbia, cattiveria, ironia, la parola fluisce libera e lascia impronte che subito cancella. Non fosse che nell'ultima stanza della mostra troviamo i testi delle canzoni, gli appunti di lavoro, i disegni. Un lavoro processuale e interconnesso che si disvela. Sempre in questa parte della mostra, c'è la rielaborazione della foto di un consesso del Terzo Reich in cui al posto della svastica compare il simbolo della pace. Chiude lo scenario della stanza un'inquietante scultura di una donna bestia dai piedi ungulati. Resta infine da vedere la stanza che ospita alcune elaborazioni digitali, i lavori forse più godibili di questa nuova uscita milanese, in cui traspare un segno forte, pulito, visionario.

Alla base dell'album, il cui titolo evoca un’ animalità primitiva e preesistente alla realtà contemporanea, la vis poetica di Gligorov si declina attraverso una pluralità di mezzi espressivi chiamati ad unirsi in una struttura narrativa complessa e teatralizzante. Gli esiti non sono sempre chiari e soprattutto felici. La mostra è un pugno nello stomaco o uno schiaffo nella faccia, lo stesso che si dà l'artista in un video che presenta. Altre volte l'abbiamo trovato comunque più graffiante ed originale. Ammetto che il display ha un po' deluso le mie aspettative, ma merita una visita s enon fosse per l'indagine che Gligorov compie sull'essere artista.

L'artista/pubblicitario, che si è esibito da poco in un ‘live media event’ al Teatro Manzoni di Bologna all’interno della rassegna “I sing the body Electric” (curata da Valerio Dehò) è sicuramente dotato di fascino e di una notevole comunicativa.

exhibition at Galleria Pack - milano
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