CArNEAde dall'11 marzo a Milano

CArNEAde_invito

«Carneade, chi era costui?» ripeteva fra sé e sé Don Abbondio all'inizio dei Promessi Sposi. Allo stesso modo c'è da chiedersi chi/cosa siano questi cani, apparentemente così familiari eppur così fuori dal comune, tanto da scatenare una “canea” che rimane senza (ovvia) risposta.

Ecco come ci presenta CArNEAde il curatore Alberto Zanchetta. La mostra che aprirà i battenti il prossimo 11 marzo alla Galleria Bianconi di via Fiori Chiari 18 a Milano, fa parte di un progetto espositivo più ampio. Avviato a fine gennaio 2009 con “TAdZIO”, display dedicato alle vanità, il percorso si concluderà a maggio con “PANdora”. Nell’idea di Zanchetta c’è la volontà di percorrere alcuni topoi della cultura iconofila occidentale, quali appunto il ritratto psicologico, l’arte venatoria e la natura morta.

In CArNEAde arrivano i cani, che fino ad oggi sono stati protagonisti secondari nella storia dell’arte, sempre presenti nei ritratti di corte, quasi a mettere un po’ di vita laddove la precisione del ritratto voleva consegnare principi e duchi ad un’immortalità senza respiro. Juan Carlos Ceci, Paolo Grassino, Aldo Mondino e Nero: quattro artisti per tre generazioni diverse: anni ’30, anni ’60 e anni’ 80.

CArNEAde
Nero
Nero
CArNEAde

Nell’occasione dell’apertura della mostra vi proporrò un reportage fotografico e magari anche un’intervista. Intanto voglio spendere qualche parola su Alessandro Neretti ovvero Nero, il più giovane dei quattro, i cui cani mi sono subito balzati all’occhio. I milanesi forse l’avevano già visto in occasione della mostra “Le ossa del cane nel cuore”alla PAC l’anno scorso.

Nero ha attraversato molte tecniche scultoree, utilizzando spesso materiali di recupero. La sua ricerca comincia reinterpretando la tradizione faentina della lavorazione della terracotta smaltata e si insinua nei territori della figurazione popolare. I suoi animali di ceramica richiamano infatti quelli che scorgiamo ai bordi della strada venduti dagli ambulanti. Oggetti d’arredo ingombranti, un po’ kitsch, che si portano dietro l’anonimato della produzione seriale e invadono povere case dove spesso regna il cattivo gusto e i soprammobili sono protetti dentro scatole di plastica, per non prendere polvere. I cani di Nero sono pezzi unici, curati nei dettagli, non sono brutti, ma fanno paura. Fa paura il loro guardare oltre, verso altri stadi dell’evoluzione. La mutazione è già avvenuta, ognuno porta con sé attributi appartenenti ad altre specie, nuovi arti, oppure tende a trasformarsi, perché i confini si fanno sempre più labili e l’ibridazione è dietro l’angolo.

La stessa contaminazione che l’artista romagnolo vive sulla pelle, “muovendosi come un homeless ceramico tra le varie botteghe”, portando la tecnica artigianale all’interno delle gallerie e conferendo nuova dignità e mistero ad oggetti che fino ad oggi hanno occupato le soffitte squallide del nostro immaginario.

Juan Carlos Ceci animale domestico
Nero
Nero
Paolo Grassino

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