Questa è arte? Risposta a un nostro lettore

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Qualche giorno fa un nostro lettore ci ha inviato la foto che vedete (scattata da lui) raccontandoci un aneddoto. Tornando a distanza di un mese circa nei pressi del disegno ha trovato il muro candido: l'opera, che fra le altre lo aveva colpito attirando la sua attenzione, era scomparsa con tutta probabilità cancellata dallo zelo con cui a volte la pubblica amministrazione protegge i suoi beni. Il lettore si è interrogato sulla giustizia di questo intervento che dal suo punto di vista percepisce piuttosto come un atto di vandalismo al contrario, considerando l'opera come un modo per valorizzare la città.

Ci ha chiesto cosa ne pensavamo e provo a rispondergli. Un primo elemento è che trasversalmente e in diverse occasioni questa redazione ha recensito eventi, manifestazioni, mostre e singoli interventi che riguardano il mondo della street art e i suoi protagonisti: il diffuso interesse è sintomatico del valore riconosciuto in generale a questa forma di arte. Ma ancora non abbiamo risposto alla domanda che riguarda la leggittimità dell'intervento e il vandalismo.

La risposta non è semplice a partire dai soggetti da prendere in considerazione, che sono almeno tre: chi produce l'opera (in questo caso lo street artist); chi amministra la cosa pubblica (identifichiamoli in generale come le forze dell'ordine); chi vive o attraversa il luogo in cui si svolge l'azione (i cittadini e residenti: un gruppo del tutto eterogeneo, ma che fa parte di questa relazione). Ora, il primo creando l'opera compie un atto illegale e lo fa consapevolmente; il secondo applica la legge, con un margine variabile di discrezionalità; il terzo costituisce (e certe volte determina) il contesto reagendo agli stimoli ambientali in modo diversi. L'opera va prima di tutto inserita in questa dialettica dove di per sé ogni attore può prendere (e lo fa) delle iniziative potenzialmente leggittime. Questo ragionamento utile a valutare ogni caso nel contesto in cui si produce, potrebbe indurre a una tiepida forma di relativismo eludendo la risposta.

Cosa che non farò, spostando piuttosto l'asse della domanda iniziale sull'origine di fenomeni come la street art.

E' giusto vivere in periferie inondate di cemento omologanti e prive di identità, o in città dove gli spazi pubblici si riducono costantemente in favore di una speculazione edilizia feroce? E ancora, è legittimo di fronte fenomeni di questo tipo reagire con un atto cosciente di riappropriazione e di disobedienza? La lista di domande simili sarebbe lunga.

Perché per me è questo il valore specifico di un intervento di steet art, che lo differenzia da interventi puramente estetici/artistici. Non stiamo valutando un semplice orpello che abbellisce un angolo di città, ma la capacità/volontà di un singolo di non arrendersi davanti alla (spesso degradata) realtà circostante, modificandola e risimbolizzandola attraverso un codice nuovo. Esattamente come fanno gli skaters trasformando strade e muri di cemento brutti e non percorribili pensati per le macchine in oceani liberati da surfare a piacimento.

Il griggio contro il colore. L'anonimato della metropoli contro l'espressione anche selvaggia dell'identità (ri-disegnare uno spazio e metterci la propria firma): se tutto mi vuole cancellare, io continuo ad esistere. Credo che qualsiasi street artist sia consapevole che ogni sua opera è per definizione "a rischio". D'altronde quest'opera non nasce per essere venduta o riprodotta, ma è un atto di ribellione che di per sè non è cancellabile e non ha bisogno di permessi.

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